Il soggiorno con pannelli scuri, dalle ampie cornici con uccelli intagliati, conteneva due alti caminetti con mensole elaborate, uno a ogni estremità, che riuscivano a riscaldare la stanza meglio di quello nello spogliatoio, anche se qui il pavimento di piastrelle bianche era pure ricoperto di tappeti ove necessario. Per sua sorpresa, nella stanza c’era anche Halwin Norry. I suoi doveri le erano precipitati addosso, sembrava.
Quando lei entrò il primo funzionario si alzò da una sedia dal basso schienale, tenendo una cartella di cuoio stretta contro il torace rinsecchito, e aggirò il tavolo dal bordo a volute nel mezzo della stanza con passo impacciato. Norry era alto e scarno, con un lungo naso e una rada frangia di capelli che si sollevava dietro le sue orecchie come sprazzi di penne bianche. Le ricordava un airone. Erano molti dei suoi sottoposti a maneggiare le penne, tuttavia una piccola chiazza di inchiostro macchiava l’orlo del suo tabarro scarlatto. La macchia sembrava vecchia, però, e lei si chiese se la cartella ne nascondesse altre. Aveva preso l’abitudine di tenerla contro il petto quando indossava il suo abito formale, due giorni dopo comare Harfor. Se fosse stata un’espressione di lealtà o semplicemente per imitare la prima cameriera era ancora da stabilire.
«Perdonami per l’urgenza, mia signora,» disse «ma ritengo di avere questioni piuttosto importanti, se non proprio impellenti, da sottoporti.» Importanti o no, la sua voce era comunque una nenia.
«Ma certo, mastro Norry. Non voglio certo farti fretta.» Lui sbatté le palpebre e lei cercò di non sospirare. Pensava che potesse essere un po’ sordo, dal modo in cui inclinava la testa da una parte o dall’altra come per afferrare meglio il suono. Forse era quella la ragione per cui la sua voce non cambiava mai tono. Lei alzò il suo un poco. Poteva trattarsi di una seccatura, dopotutto. «Siediti e parlami di queste questioni importanti.»
Lei prese una delle sedie intarsiate dal tavolo e gliene indicò un’altra con un cenno, ma lui rimase in piedi. Lo faceva sempre. Lei si reclinò un poco ad ascoltare, accavallando le gambe e aggiustandosi le gonne. Lui non consultava la cartella. Tutto quello che conteneva era già nella sua testa: le carte erano lì solo nel caso in cui lei chiedesse di vederle coi propri occhi. «Molto impellente, mia signora, e forse molto importante: sono stati scoperti grandi depositi di allume nei tuoi possedimenti, a Danabar. Allume di prima qualità. Ritengo che i banchieri saranno... uhm... meno esitanti alle mie richieste per tuo conto non appena lo verranno a sapere.» Sorrise brevemente, una momentanea curva delle sue esili labbra. Per lui era come fare delle capriole.
Elayne si irrigidì sentendo menzionare l’allume ed esibì un sorriso molto più largo. Aveva quasi voglia di mettersi a fare capriole. Se fosse stata in compagnia di qualcun altro che non fosse stato Norry, forse l’avrebbe fatto. La sua euforia fu così forte che per un momento sentì scemare l’irritabilità di Birgitte. I tintori e i tessitori consumavano l’allume, e così vetrai e cartai, fra gli altri. L’unica fonte di allume di prima qualità era Ghealdan — almeno finora — e soltanto le tasse su quel commercio erano state sufficienti a sostenere il trono di Ghealdan per generazioni. Quello che proveniva da Tear e Arafel non era così pregiato, tuttavia rendeva ai forzieri di quegli Stati tanto oro quanto l’olio d’oliva o le gemme.
«Questa sì che è una notizia importante, mastro Norry. La migliore di oggi.» Molto probabilmente la migliore da quando era arrivata a Caemlyn, ma di certo la migliore di oggi. «Quanto in fretta puoi superare l’esitazione dei banchieri?» Era stato come sbatterle la porta in faccia, anche se non in modo così scortese. Tutti i banchieri, fino all’ultimo, sapevano di quante spade disponeva al momento, e quante ne contavano i suoi oppositori. Nondimeno, lei non aveva dubbi sul fatto che le ricchezze dell’allume li avrebbero convinti. E neanche Norry.
«Piuttosto in fretta, mia signora, e a condizioni molto favorevoli, ritengo. Li informerò che se le loro migliori offerte saranno insufficienti, mi rivolgerò a Tear o a Cairhien. Non rischieranno di perdere la commessa, mia signora.» Tutto con quella voce asciutta e piatta, senza nemmeno l’accenno della soddisfazione che avrebbe avuto ogni altro uomo. «Ci saranno prestiti contro entrate future, ovviamente, e ci saranno spese. I costi minerari stessi. Il trasporto. Danabar è in una regione montagnosa, e a una certa distanza dalla Via per Lugard. Tuttavia, dovrebbe essere sufficiente per raggiungere le tue aspirazioni per le guardie, mia signora. E per la tua Accademia.»
«Sufficiente non è la parola adatta, se hai smesso di cercare di farmi desistere dai miei progetti per l’Accademia, mastro Norry» disse lei quasi ridendo. Era geloso del tesoro dell’Andor come una chioccia con un pulcino e si era opposto in modo risoluto al fatto che lei prendesse il controllo della scuola che Rand aveva ordinato di fondare a Caemlyn, tornando più e più volte sull’argomento finché la sua voce non le pareva una trivella che le stava perforando il cranio. Finora la scuola contava solo poche dozzine di studiosi coi loro studenti, sparsi per la Città Nuova in varie locande, perfino in inverno ogni giorno ne arrivavano altri e avevano cominciato a chiedere a gran voce più spazio. Lei non proponeva certo di dar loro un palazzo, tuttavia avevano bisogno di qualcosa. Norry cercava di economizzare l’oro dell’Andor, ma lei stava guardando al futuro del suo regno. Tarmon Gai’don stava arrivando, ma doveva credere che ci sarebbe stato un futuro dopo, che Rand avesse fratturato di nuovo il mondo o no. Altrimenti non c’era motivo di continuare con nulla, e lei non era il tipo da starsene seduta ad aspettare. Anche se sapeva per certo che l’Ultima Battaglia avrebbe posto fine a tutto, non pensava di potersene semplicemente star lì a non far niente. Rand aveva avviato le scuole proprio nel caso in cui avesse causato una seconda Frattura, nella speranza di salvare qualcosa, ma questa scuola sarebbe stata dell’Andor, non di Rand al’Thor. L’Accademia della Rosa, dedicata alla memoria di Morgase Trakand. Ci sarebbe stato un futuro, e il futuro avrebbe ricordato sua madre. «O hai deciso che l’oro di Cairhien può essere ricondotto al Drago Rinato, dopotutto?»
«Ritengo ancora che il rischio sia minimo, mia signora, ma non vale più la pena correrlo stando a quanto ho appena appreso da Tar Valon.» Il suo tono non mutò, ma era chiaramente agitato. Le sue dita tamburellarono sulla cartella di cuoio contro il suo petto, ragni che danzarono e poi tornarono immobili. «L’A... uhm... la Torre Bianca ha emanato un proclama che riconosce... uhm... lord Rand come il Drago Rinato e gli offre... uhm... protezione e guida. Dichiara inoltre un anatema su chiunque gli si accosti se non tramite la Torre. È saggio essere attenti a non incorrere nell’ira di Tar Valon, mia signora, come tu stessa ben sai.» Lui rivolse uno sguardo significativo all’anello col Gran Serpente sulla sua mano, poggiata sul bracciolo intarsiato della sedia. Sapeva della divisione nella Torre, ovviamente — forse qualche contadino a Seleisin non lo sapeva; ormai nessun altro poteva esserne all’oscuro — ma, data la sua discrezione, si era guardato bene dal chiederle da che parte stesse. Anche se era evidente che era stato sul punto di dire’ l’Amyrlin Seat’ invece di ‘la Torre Bianca’. E solo la Luce sapeva cosa al posto di ‘lord Rand’. Ma lei non gliene voleva. Era un uomo cauto, una qualità necessaria per il suo ruolo.