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«Cosa c’è?» domandò Dyelin, sporgendosi di colpo in avanti. «Hai pensato a qualcosa e, a giudicare dalla tua faccia, è terrificante.»

Elayne sbatté le palpebre verso di lei. Si era dimenticata che l’altra donna era lì. «Va’!» disse confusamente, poi deglutì forte per cercare di schiarirsi la gola. La sua lingua le sembrava ancora grossa il doppio. «Cerca aiuto! Sono... stata avvelenata!» Spiegare avrebbe richiesto troppo tempo.

«Vai!»

Dyelin la fissò a bocca aperta, immobile, poi scattò in piedi afferrando l’elsa del suo pugnale.

La porta si aprì e un servitore fece capolino con esitazione. Elayne avvertì un flusso di sollievo. Dyelin non l’avrebbe pugnalata di fronte a un testimone. L’uomo si umettò le labbra, i suoi occhi dardeggiavano fra le due donne. Poi entrò, estraendo un pugnale dalla lunga lama dalla sua cintura. Altri due uomini in livree rosse e bianche lo seguirono, ognuno sfoderava un lungo coltello.

Non morirò come un gatto in un sacco, pensò Elayne con amarezza. Con uno sforzo, si tirò in piedi. Le ginocchia le tremavano e dovette sostenersi al tavolo con una mano, ma usò l’altra per estrarre il proprio pugnale. La lama finemente intarsiata era lunga a malapena quanto la sua mano, ma era sufficiente. Lo sarebbe stata, se le sue dita attorno all’elsa non fossero state rigide. Un bambino gliel’avrebbe potuta togliere. Non senza combattere, pensò. Era come spingere attraverso la melassa, ma tuttavia era determinata. Non senza combattere!

Stranamente pareva essere passato poco tempo. Dyelin si era appena voltata verso i suoi scagnozzi, l’ultimo di loro aveva appena chiuso la porta dietro di sé.

«Assassinio!» urlò Dyelin. Sollevando la sua sedia, la scagliò contro gli uomini.

«Guardie! Assassinio! Guardie!»

I tre cercarono di schivare la sedia, ma uno fu troppo lento e lo prese alle gambe. Con un urlo, cadde sull’uomo accanto a lui e ruzzolarono a terra entrambi. L’altro, un giovane snello coi capelli di stoppa e vividi occhi azzurri, la saltò col suo pugnale in avanti. Dyelin lo incontrò col suo, con fendenti e affondi, ma lui si mosse come un furetto, evitando il suo attacco facilmente. La colpì con la sua lunga lama e Dyelin incespicò all’indietro con uno strillo, una mano che teneva l’addome. Lui balzò in avanti agilmente, la pugnalò, e lei gridò e ricadde come una bambola di pezza. Lui la superò, camminando verso Elayne. Per lei non esisteva nulla tranne l’uomo e il coltello che aveva in mano. Non si precipitò verso di lei. Quei grandi occhi azzurri la studiarono con cautela mentre avanzava con passo regolare. Ma certo. Sapeva che era una Aes Sedai. Di sicuro si stava domandando se la pozione aveva funzionato. Lei cercò di mettersi dritta, di guardarlo con rabbia, per guadagnare qualche altro istante bluffando, ma lui annuì fra sé, sollevando il pugnale. Se Elayne avesse potuto fare qualcosa, a quest’ora sarebbe giù accaduto. Non c’era alcuna soddisfazione sul suo viso. Era solo un uomo con un compito da portare a termine.

All’improvviso si fermò, guardando in basso verso di sé stupito. Anche Elayne guardò: il pezzo di acciaio che gli spuntava dal petto. Del sangue gli gorgogliò in bocca mentre ruzzolava contro il tavolo, colpendolo forte. Barcollando, Elayne cadde in ginocchio e riuscì a malapena ad afferrare di nuovo il bordo del tavolo per frenare la sua caduta. Stupita, fissò l’uomo che sanguinava sui tappeti. C’era l’elsa di una spada che gli spuntava dalla schiena. I suoi pensieri pesanti stavano divagando. Chissà se sarebbero riusciti a pulire quei tappeti, con tutto quel sangue. Lentamente alzò gli occhi, oltre la forma immobile di Dyelin. Pareva che non respirasse. Verso la porta. Verso la porta aperta. Uno dei due assassini rimanenti giaceva di fronte a essa, la sua testa piegata in uno strano angolo, solo semiattaccata al suo collo. L’altro stava lottando contro un altro uomo con una giacca rossa, entrambi che grugnivano e si rotolavano sul tappeto, battendosi per lo stesso pugnale. L’aspirante assassino stava cercando di aprire a forza il pugno dell’altro uomo dalla sua gola con la mano libera. L’altro. Un uomo col volto come un’accetta. Nella giacca dal collare bianco di una guardia. Sbrigati, Birgitte, pensò lei fiaccamente. Per favore, sbrigati. L’oscurità la avviluppò.

10

Un piano ben riuscito

Gli occhi di Elayne si aprirono nell’oscurità, fissando le fioche ombre che danzavano su un pallore indistinto. Il suo viso era freddo, il resto del suo corpo caldo e sudato, e qualcosa le tratteneva le braccia e le gambe. Per un istante fu presa dal panico. Poi avvertì la presenza di Aviendha nella stanza, con una semplice, confortante consapevolezza, e quella di Birgitte: un pugno di rabbia calma e controllata nella sua testa. Solo essendo lì la tranquillizzavano. Si trovava nella sua camera, sotto le coperte del suo letto, distesa a fissare il baldacchino di lino teso, con borse d’acqua calda premute contro i suoi fianchi. Le pesanti cortine invernali erano allacciate contro i pali intarsiati e l’unica luce nella stanza proveniva da minuscole fiammelle che guizzavano nel caminetto, appena sufficienti a muovere le ombre, non a disperderle.

Senza pensarci, si protese verso la Fonte e la trovò. Toccò saidar, meravigliosamente, senza attingere a esso. In lei si scatenò un forte desiderio di prenderne a fondo, ma con riluttanza infine si ritrasse. Oh, con tanta riluttanza, e non solo perché il suo desiderio di essere riempita dalla vita più profonda di saidar era spesso un bisogno senza fondo che doveva essere controllato. La sua paura più grande durante quegli interminabili minuti di terrore non era stata la morte, ma il fatto che non avrebbe mai più toccato la Fonte. Una volta l’avrebbe considerato strano.

All’improvviso le tornarono i ricordi e si mise a sedere, malferma, la coperte che le scivolavano in vita. Immediatamente se le ritirò su. L’aria era fredda contro la sua pelle nuda, lustra di sudore. Non le avevano lasciato nemmeno una sottoveste e, per quanto cercasse di copiare la naturalezza di Aviendha a rimanere svestita di fronte ad altri, non ci riusciva. «Dyelin...» disse in preda all’ansia, cercando di drappeggiare meglio le coperte attorno a sé. Fu un’azione goffa; si sentiva esausta e non poco traballante. «E la guardia. Sono...?»

«L’uomo non ha neanche un graffio» disse Nynaeve, emergendo dalle ombre mutevoli, ombra anche lei. Appoggiò la mano sulla fronte di Elayne e trovandola fresca, grugnì dalla soddisfazione. «Ho Guarito Dyelin. Le occorrerà tempo per recuperare appieno le forze, però. Ha perso molto sangue. Tu ti stai riprendendo. Per un po’ ho pensato che ti sarebbe venuta la febbre. Può prenderti all’improvviso quando ti indebolisci.»

«Ti ha dato delle erbe invece di Guarirti» disse stizzita Birgitte da una sedia ai piedi del letto. Nella semioscurità era una forma tozza e sinistra.

«Nynaeve al’Meara è tanto saggia da sapere ciò che non può fare» disse Aviendha con voce inespressiva. Solo la sua blusa bianca e un bagliore d’argento lucidato erano davvero visibili, in basso contro la parete. Come al solito, aveva preferito il pavimento a una sedia. «Ha riconosciuto il sapore di radice biforcuta nel tè e non sapeva come usare i suoi flussi contro di lei, perciò non ha corso rischi sciocchi.»

Nynaeve tirò su forte col naso. Di certo tanto per l’acidità di Birgitte quanto per la difesa di Aviendha. Forse più per quest’ultima. Per come era fatta, era probabile che Nynaeve avrebbe preferito tralasciare quello che non sapeva e non poteva fare. E di recente era più suscettibile del solito sulla Guarigione. Da quando era diventato chiaro che diverse donne della Famiglia stavano già superando la sua abilità. «Avresti dovuto riconoscerla tu stessa, Elayne» disse con voce brusca. «Comunque sia, erbaverde e linguadicapra causeranno pure il sonno, ma sono efficacissime per i crampi allo stomaco. Ho pensato che preferissi dormire.»