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«Come ci siete riuscite?» domandò Nynaeve, raggiungendole con le gonne tirate sopra le ginocchia. Le sue calze erano di seta rossa. Lasciando ricadere in fretta le gonne appena si rese conto che Elayne aveva notato le sue calze, guardò lungo il corridoio. «Dov’è andato? Potrebbe aver sentito tutto! L’avete riconosciuto? Mi ricordava qualcuno; non so chi.»

«Rand» disse Egwene. «Poteva trattarsi dello zio di Rand.»

Ma certo, pensò Elayne, se Rand avesse uno zio cattivo.

Uno scatto metallico riecheggiò dal lato opposto della sala del trono. La porta per lo spogliatoio dietro la predella si chiudeva. Le porte nel Tel’aran’rhiod erano aperte o socchiuse, ma niente si stava chiudendo.

«Luce!» borbottò Nynaeve. «Quanta gente ha origliato la nostra conversazione? E soprattutto chi era e perché?»

«Chiunque fossero,» replicò con calma Egwene «a quanto pare non conoscevano Tel’aran’rhiod bene quanto noi. Non erano amici, questo è certo, altrimenti non avrebbero origliato. E penso che non siano amici fra loro, altrimenti perché ascoltare da estremità opposte della stanza?

Quell’uomo indossava una giacca shienarese. Ci sono Shienaresi nel mio esercito, ma voi due li conoscete tutti. Nessuno assomiglia a Rand.»

Nynaeve arricciò il naso. «Be’, chiunque fosse, ci sono troppe persone che origliano agli angoli. Ecco cosa penso. Voglio tornare nel mio corpo, dove tutto ciò di cui devo preoccuparmi sono spie e pugnali avvelenati.»

Shienaresi, pensò Elayne. Gente delle Marche di Confine. Come poteva esserle sfuggito di mente? Be’, c’era stata quella piccola faccenda della radice biforcuta. «C’è un’altra cosa» disse ad alta voce, anche se con abbastanza cautela perché da lontano non la udissero, e riferì le notizie di Dyelin sulla gente delle Marche di Confine a Braem Wood. Aggiunse anche la corrispondenza di mastro Norry, cercando di sorvegliare per tutto il tempo sia il corridoio che la sala del trono. Non voleva essere colta di sorpresa da un’altra spia. «Penso che quei regnanti siano a Braem Wood,» terminò «tutti e quattro.»

«Rand» sussurrò Egwene in tono irritato «anche quando non si fa trovare, riesce a complicare le cose. Secondo voi sono venuti per giurargli fedeltà o per cercare di consegnarlo a Elaida? Non riesco a pensare ad altri motivi per cui marcerebbero per mille leghe. A quest’ora staranno cuocendo le scarpe per fare la zuppa: avete idea di quanto sia difficile mantenere rifornito un esercito in marcia?»

«Penso di poterlo scoprire...» disse Elayne. «Il perché, intendo. E allo stesso tempo... Mi hai dato un’idea, Egwene.» Non riuscì a impedirsi di sorridere: questa giornata aveva portato qualcosa di buono. «Penso di poter essere in grado di usarli per procurarmi il Trono del Leone.»

Asne esaminò l’alto telaio ricamato di fronte a lei ed emise un sospiro che si tramutò subito in sbadiglio. Le lampade tremolanti mandavano luce insufficiente per quel lavoro, ma non era la ragione per cui i suoi uccelli sembravano tutti storti. Sarebbe voluta restare nel suo letto e detestava il ricamo. Ma doveva rimanere sveglia e questo era l’unico modo per evitare una conversazione con Chesmal. L’arrogante Gialla era assorta sul suo ricamo con aria compiaciuta, dall’altra parte della stanza, e riteneva che chiunque prendesse in mano un ago avesse il suo stesso appassionato interesse a quel lavoro. D’altro canto, Asne sapeva che, se si fosse alzata dalla sua sedia, Chesmal avrebbe presto cominciato a intrattenerla con aneddoti sulla stessa importanza. Nei mesi trascorsi dalla scomparsa di Moghedien, aveva sentito almeno venti volte la parte che aveva avuto Chesmal nel sottoporre a interrogatorio Tamra Ospenya, e forse cinquanta la storia di come Chesmal aveva indotto le Rosse ad assassinare Sierin Vayu prima che quest’ultima potesse ordinare il suo arresto. Stando a quello che diceva Chesmal, era stata lei a salvare l’Ajah Nera facendo tutto da sola e, se le fosse stata data la minima opportunità, l’avrebbe raccontato. Quel genere di chiacchiere non era solo noioso... era pericoloso. Perfino mortale, se il Consiglio Supremo ne fosse venuto al corrente. Perciò Asne represse un altro sbadiglio, guardò di traverso il suo lavoro e spinse l’ago attraverso il lino ben tirato. Forse se avesse ingrandito l’uccello, avrebbe potuto allineare le ali. A uno scatto del chiavistello, entrambe sollevarono la testa. I due servitori sapevano di non doverle disturbare e, in ogni caso, la donna e suo marito dovevano dormire. Asne abbracciò saidar, preparando un flusso che avrebbe bruciato un intruso fino all’osso, e il bagliore circondò anche Chesmal. Se da quella porta fosse entrata la persona sbagliata, prima di morire se ne sarebbe pentita.

Era Eldrith, guanti in mano, col suo mantello scuro che le pendeva ancora dalle spalle. Anche l’abito della paffuta Marrone era scuro e disadorno. Asne detestava indossare semplici vesti di lana, ma dovevano evitare di attirare l’attenzione. Quei vestiti scialbi si addicevano a Eldrith. Quando le vide lei si fermò, sbattendo le palpebre, una passeggera aria di confusione sul suo viso tondo. «Oh, accidenti» disse. «Chi credevate che fossi?» Gettando i suoi guanti sul tavolino accanto alla donna, si ricordò all’improvviso del mantello e si accigliò come se si fosse appena ricordata di averlo indosso. Staccando con cautela la spilla d’argento che aveva al collo, lanciò il mantello su una sedia in un mucchio disordinato. La luce di saidar si smorzò attorno a Chesmal mentre scansava il suo telaio per potersi alzare in piedi. La sua faccia severa la faceva sembrare più alta di quanto già non fosse. I fiori dai colori vividi che aveva ricamato sembravano appena colti da un giardino. «Dove sei stata?» domandò. Fra loro Eldrith era di rango più elevato e inoltre Moghedien le aveva affidato il comando, ma Chesmal non aveva che cominciato a prendere in considerazione la cosa. «Dovevi tornare nel pomeriggio, e ora è notte inoltrata!»

«Ho perso la nozione del tempo, Chesmal» replicò con aria assente Eldrith, persa nei suoi pensieri. «È passato molto tempo dall’ultima volta che sono stata a Caemlyn. La Città Interna è affascinante, e mi sono fermata per un pasto squisito in una locanda che mi ricordavo. Anche se, devo dire, allora c’erano meno Sorelle in giro. Nessuna mi ha riconosciuta, comunque.» Scrutò la sua spilla come se si chiedesse da dove fosse spuntata, poi la infilò nel borsellino che aveva alla cintura.

«Hai perso il conto» disse Chesmal in tono piatto, intrecciando le dita alla cintura. Forse per non stringerle alla gola di Eldrith. I suoi occhi scintillavano di rabbia. «Hai perso il conto.»

Ancora una volta Eldrith sbatté le palpebre, come stupita che si rivolgesse a lei. «Oh. Temevi che Kennit mi avesse ritrovata? Ti assicuro, da Samara sono stata piuttosto attenta a tenere camuffato il legame.»

Alle volte, Asne si chiedeva quanta dell’apparente distrazione di Eldrith fosse reale. Nessuno tanto inconsapevole del mondo attorno a sé sarebbe potuto sopravvivere a lungo. D’altro canto, era stata talmente deconcentrata da lasciare che il camuffamento venisse meno più di una volta, prima di raggiungere Samara, abbastanza perché il suo Custode ne percepisse le tracce. Obbedendo agli ordini di Moghedien di attendere il suo ritorno, si erano nascoste fra le rivolte dopo la sua partenza, avevano atteso mentre le torme del sedicente Profeta si muovevano a sud verso l’Amadicia, erano rimaste in quella squallida città in rovina anche dopo che Asne si era convinta che Moghedien le avesse abbandonate. La sua bocca, al ricordo, si arricciò. Quello che aveva scatenato la decisione di partire era stato l’arrivo in città del Custode di Eldrith, Kennit, sicuro che lei fosse un’assassina, quasi convinto che fosse dell’Ajah Nera e determinato a ucciderla senza curarsi di quali sarebbero state le conseguenze per lui. Non c’era da meravigliarsi che lei stessa non fosse disposta ad affrontare quelle conseguenze e si fosse rifiutata di lasciare che qualcuna di loro uccidesse quell’uomo. L’unica alternativa era stata fuggire. Era stata sempre Eldrith quella che aveva indicato Caemlyn come loro unica speranza.