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«È stato Moridin a scegliere questo per lei» replicò Shiaine. «Ha fallito a Ebou Dar e lui ha ordinato che fosse punita. Non conosco i dettagli e non mi interessano, ma se Moridin vuole essere schiacciato col muso nel fango, io ce la spingerò così forte che respirerà polvere di qui a un anno. O mi suggerisci di disobbedire a uno dei Prescelti?» Solo al pensiero riuscì a malapena a reprimere un tremito. Marillin cercò di nascondere la sua espressione bevendo, ma i suoi occhi si strinsero. «E tu, Falion?» chiese Shiaine. «Vorresti che chiedessi a Moridin di portarti via? Potrebbe trovarti qualcosa di meno oneroso.» E i muli potevano cantare come usignoli. Falion non esitò nemmeno. Fece una scattosa riverenza con la schiena dritta, proprio come una cameriera, il suo volto che si faceva più pallido di quanto già non fosse. «No, padrona» si affrettò a dire. «Sono contenta della mia situazione, padrona.»

«Vedi?» disse Shiaine all’altra Aes Sedai. Non credeva proprio che Falion provasse alcun sentimento positivo, ma la donna avrebbe accettato qualunque cosa piuttosto che affrontare direttamente il disappunto di Moridin. Per la stessa ragione, Shiaine la teneva in riga col pugno di ferro. Non si poteva mai sapere quello che uno dei Prescelti poteva apprendere e considerare fuori luogo. Lei stessa pensava che il suo fallimento fosse ormai più che sepolto, ma non voleva correre rischi. «Quando potrà incanalare di nuovo, non dovrà essere una cameriera tutto il tempo, Marillin.» Comunque Moridin aveva detto a Shiaine che poteva ucciderla, se desiderava. C’era sempre quella soluzione se la sua posizione avesse cominciato a scaldarsi troppo. Lui aveva detto che poteva uccidere entrambe le Sorelle, se avesse desiderato.

«Può darsi» disse Marillin con aria cupa. Lanciò un’occhiata obliqua verso Falion e fece una smorfia. «Ora, Moghedien mi ha dato ordine di offrirti qualunque assistenza sono in grado di darti, ma ti dico fin d’ora che non entrerò nel Palazzo Reale. In tutta la città ci sono troppe Sorelle per i miei gusti, ma il Palazzo è pieno di selvatiche, per di più. Non andrei lontano prima che qualcuno si accorga della mia presenza.»

Sospirando, Shiaine si appoggiò all’indietro e incrociò le gambe, scalciando distrattamente. Perché la gente non pensava mai che altri potessero saperne quanto loro? Il mondo era pieno di sciocchi! «Moghedien ti ha ordinato di obbedirmi, Marillin. Lo so perché me l’ha detto Moridin. Anche se non l’ha affermato a chiare lettere, penso che Moghedien scatti ogni volta che lui schiocca le dita.» Parlare dei Prescelti in questo modo era pericoloso, ma doveva mettere in chiaro la faccenda. «Vuoi dirmi cos’è ancora che non farai?»

L’Aes Sedai dal volto stretto si umettò le labbra, scoccando un’altra occhiata verso Falion. Forse quella donna temeva di poter finire allo stesso modo? A dir la verità, Shiaine avrebbe scambiato Falion per una vera cameriera in un batter d’occhio. Be’, sempre che avesse potuto tenere lei per altri servizi. Molto probabilmente sarebbero dovute morire entrambe quando questo fosse finito. A Shiaine non piaceva lasciare questioni in sospeso.

«Non stavo mentendo su quello» disse Marillin lentamente. «Davvero non andrei lontano. Ma c’è già una donna nel Palazzo. Lei può fare quello che ti serve. Però potrebbe volerci tempo per contattarla.»

«Fa’ solo in modo che non sia troppo, Marillin.» Dunque una delle Sorelle a palazzo era dell’Ajah Nera, eh? Per fare quello che occorreva a Shiaine sarebbe servita una Aes Sedai, non solo un Amico delle Tenebre. La porta si aprì e Murellin fece capolino con aria interrogativa, la sua mole muscolosa che quasi riempiva il vano della porta. Oltre, lei riuscì a distinguere un altro uomo. A un suo cenno, Murellin si fece da parte e indicò a Daved Hanlon di entrare, chiudendo la porta dietro di sé. Hanlon era avviluppato in un mantello scuro, ma fece strisciar fuori una mano per palpare il sedere di Falion sotto il suo abito. Lei lo guardò torva, ma non si mosse. Hanlon faceva parte della sua punizione. Tuttavia, Shiaine non aveva alcuna voglia di stare lì a guardare le loro carezze.

«Fallo più tardi» ordinò. «È andato tutto bene?»

Un ampio sorriso tagliò la sua espressione con l’accetta. «Tutto come previsto, naturalmente.» Si gettò un lembo del mantello sopra la spalla, rivelando sulla sua giubba rossa dei galloni dorati che indicavano il rango.

«Stai parlando al capitano della scorta della regina.»

11

Idea di importanza

Senza neanche dare un’occhiata, Rand attraversò il passaggio e fu in un’ampia stanza scura. Lo sforzo di mantenere il flusso e combattere saidin lo fece ondeggiare; voleva piegarsi in due, vomitare e sputar fuori tutto quello che aveva dentro. Rimanere dritto era uno sforzo. Una flebile luce penetrava attraverso le fenditure fra le imposte di alcune piccole finestre in alto, appena sufficiente per vedere, col Potere che era in lui. Mobili e forme ricoperte di stoffa quasi riempivano la stanza, inframmezzati da grossi barili del tipo che si usa per conservare le stoviglie, forzieri di tutte le forme e dimensioni, scatole, casse e ninnoli vari. Restavano sgombri pochi e minuscoli passaggi. Era sicuro che non avrebbe trovato dei servitori che frugavano cercando qualcosa o intenti a pulire. Il piano più alto del Palazzo Reale aveva diversi ripostigli del genere, simili ai solai di enormi cascine e dimenticati quanto quelli. E poi lui era ta’veren. Era stato un bene che non d fosse stato nessuno lì quando il passaggio si era aperto. Una sua estremità aveva tagliato via l’angolo di un forziere vuoto, legato con cinghie di cuoio marce e incrinate, mentre l’altra aveva affettato di netto un pezzo di un lungo tavolo intarsiato su cui erano accatastati vasi e scatole di legno. Forse qualche regina dell’Andor aveva mangiato a quel tavolo, uno o due secoli prima.

Uno o due secoli, rise forte Lews Therin nella sua testa. Un tempo molto lungo. Per amor della Luce, lascia perdere! Questo è il Pozzo del Destino!

La voce scemò mentre l’uomo fuggiva nei recessi della mente di Rand. Per una volta aveva le sue ragioni per ascoltare le lamentele di Lews Therin. Fece un rapido cenno a Min di seguirlo dalla radura nella foresta fino all’altro lato del passaggio; poi lasciò che si chiudesse dietro di lei in una rapida sferzata verticale di luce, lasciando andare saidin. Per fortuna con esso la nausea passò. La testa gli girava ancora un po’, ma non vomitò, non perse l’equilibrio né altro. La sensazione di lordura rimase, però, la corruzione del Tenebroso che fluiva dentro di lui dai filamenti che aveva legato attorno a sé. Spostando la cinghia del suo fagotto di cuoio da una spalla all’altra, cercò di usare quel movimento per nascondere il fatto che si asciugasse con la manica il sudore dal viso. Ma non dovette preoccuparsi che Min lo notasse.

I suoi stivali azzurri smossero subito la polvere sul pavimento. Lei tirò fuori un fazzoletto smerlettato dalla manica della propria giacca giusto in tempo per intercettare un violento starnuto, seguito da un secondo e da un terzo, ognuno peggiore del precedente. Rand desiderò rimanesse in abito lungo. Bianchi fiori ricamati decoravano le maniche e i risvolti della sua giacca blu, e brache di un blu più pallido si modellavano comodamente attorno alle sue gambe. Con guanti per cavalcare di un blu vivido e ricamati di giallo infilati alla cintura, e un mantello bordato di volute gialle retto da una spilla dorata a forma di rosa, appariva come se fosse arrivata con mezzi più normali, ma avrebbe attirato ogni sguardo. Lui era vestito con un rozzo abito di lana marrone che ogni manovale avrebbe potuto indossare. In molti posti negli ultimi giorni aveva lasciato chiari segni della sua presenza; questa volta invece non voleva solo andarsene prima che qualcuno fosse al corrente che era stato qui, desiderava proprio che solo poche persone speciali sapessero che c’era passato.