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«Nulla di questo ha importanza ora» disse Rand, voltandosi verso il fagotto sul tavolo. Lei non sapeva se si riferiva alle sue ferite o a dov’era Mat. Dal fagotto estrasse due statuette alte trenta centimetri: un uomo barbuto dall’aria saggia e una donna serena ed egualmente saggia, ognuno in vesti fluenti e che teneva in alto una limpida sfera di cristallo. Dal modo in cui le maneggiava, erano più pesanti di quello che sembravano. «Voglio che tu tenga queste nascoste per me, Nynaeve, finché non manderò qualcuno a prenderle.» Con una mano sulla figura della donna, esitò. «E a prendere te. Avrò bisogno di te quando le userò. Quando le useremo. Dopo che mi sarò occupato di quegli uomini. Prima devo occuparmi di loro.»

«Usarle» disse lei con diffidenza. E perché prima doveva uccidere qualcuno? Ma non era certo quella la domanda importante. «Per cosa? Sono ter’angreal

Lui annuì. «Con questo, puoi toccare il più grande sa’angreal mai fatto per una donna. È sepolto a Tremalking, da quel che so, ma non ha importanza.» La sua mano si mosse verso la figura dell’uomo. «Con questa, posso toccare il suo gemello maschile. Mi è stato detto da... qualcuno... una volta che un uomo e una donna, usando quei sa’angreal possono sfidare il Tenebroso. Un giorno potrebbero venire usati per quello, ma nel frattempo spero che siano sufficienti per purificare la metà maschile della Fonte.»

«Se questo fosse stato possibile, non l’avrebbero fatto nell’Epoca Leggendaria?» disse piano Lan. Piano come acciaio che scivola da un fodero.

«Una volta hai detto che io avrei potuto ferirla.» Sembrava impossibile che la sua voce potesse diventare più dura, ma lo fece. «Tu potresti ucciderla, pastore.» E il suo tono metteva in chiaro che lui non l’avrebbe permesso. Rand incontrò il freddo sguardo di Lan con uno altrettanto gelido. «Non so perché non l’hanno fatto. Non mi interessa perché. Bisogna provarci.»

Nynaeve si morse il labbro inferiore. Supponeva che questa per Rand fosse un’occasione pubblica — passare da pubblico a privato, decidere cosa era come, alle volte le faceva girare la testa — ma non le importava se Lan aveva parlato in modo inopportuno. Era un suo difetto, in ogni caso, ma a lei piaceva un uomo schietto. Aveva bisogno di riflettere. Non sulla sua decisione. Quella l’aveva già presa. Su come metterla in pratica. A Rand poteva non piacere. A Lan non sarebbe piaciuta di certo. Be’, gli uomini pensavano di poter sempre fare come volevano. Talvolta bisognava insegnare loro che non sempre è così.

«Penso che sia un’idea stupenda» disse lei. Non era esattamente una menzogna. Era stupenda, paragonata alle alternative. «Ma non capisco perché dovrei starmene qui ad aspettare la tua chiamata come una servetta. Lo farò, ma andremo tutti insieme.»

Aveva ragione. A loro non piaceva neanche un po’.

12

Un giglio in inverno

Un altro servitore inchinandosi quasi cadde sul proprio naso, ed Elayne sospirò mentre scivolava via lungo il corridoio del Palazzo. Almeno, cercava di scivolare. L’erede al trono di Andor, solenne e serena. Voleva correre, anche se le sue gonne blu scuro probabilmente l’avrebbero fatta inciampare, se ci avesse provato. Poteva quasi sentire gli occhi strabuzzati dell’uomo tarchiato che seguiva lei e le sue compagne. Un’irritazione minima e passeggera; un granello di sabbia nella sua scarpa. Quel maledetto Rand io-so-cos’è-meglio-per-tutti al’Thor è come polvere pruriginosa lungo la mia schiena!, pensò. Se fosse riuscito a sfuggirle stavolta...

«Ricorda soltanto» disse in tono deciso «non deve sapere nulla di spie, radice biforcuta o cose del genere!» L’ultima cosa che le occorreva era che lui decidesse di ‘salvarla’. Gli uomini facevano quel genere di sciocchezze; Nynaeve lo definiva ‘pensare coi peli del petto’. Luce, probabilmente avrebbe trasferito di nuovo gli Aiel e i Saldeani nella città. Nel palazzo stesso! Per quanto amaro fosse ammetterlo, se l’avesse fatto, non avrebbe potuto fermarlo: non senza una guerra aperta, e anche quella poteva non essere sufficiente. «Non gli dirò cose che non gli occorre sapere» disse Min, accigliandosi verso una servitrice dinoccolata dagli occhi sgranati, la cui riverenza la fece quasi crollare sulle piastrelle rosso scuro. Guardando Min di traverso, Elayne si ricordò di quando anche lei indossava delle brache e si chiese se potesse provarci ancora. Di certo erano più comode delle gonne. Non gli stivali a tacco alto, però, decise giudiziosamente. Rendevano Min alta quasi quanto Aviendha, ma perfino Birgitte barcollava su quelli, e con le brache attillate di Min e una giacca che le copriva a malapena i fianchi, avrebbe certo dato scandalo.

«Tu gli menti?» Il sospetto trasudava dal tono di Aviendha. Anche il modo con cui si aggiustò lo scialle scuro sulle spalle trasmetteva disapprovazione, e rivolgendo un’occhiata torva a Min, guardò oltre Elayne.

«Certo che no» replicò nettamente Min, restituendole l’occhiataccia. «A meno che non sia necessario.» Aviendha ridacchiò, poi parve sorpresa per averlo fatto e assunse un’espressione impassibile.

Cosa doveva fare con loro? Dovevano piacersi. Dovevano. Ma le due donne si erano fissate come strani gatti in una stanzetta fin da quando si erano incontrate. Oh, erano d’accordo su tutto — non c’era stata molta scelta, non quando nessuna di loro poteva indovinare quando tutte loro avrebbero avuto quell’uomo sottomano — ma sperava che non si dimostrassero di nuovo a vicenda quant’erano abili nel maneggiare i loro pugnali. Con estrema noncuranza, non sottintendendo alcuna minaccia, ma anche in maniera molto palese. D’altro canto Aviendha era rimasta piuttosto colpita dal numero di coltelli che Min portava addosso. Un giovane servitore allampanato che portava un vassoio di paralumi si inchinò, passando lì accanto. Li guardò con tale concentrazione da dimenticarsi di prestare attenzione al proprio carico. Il fragore di vetro in frantumi sul pavimento invase il corridoio. Elayne sperava che tutti si abituassero presto al nuovo ordine delle cose. Non era lei l’oggetto di tutti quegli sguardi stralunati, certo, o Aviendha, o perfino Min, anche se probabilmente ne attirava alcuni. No, erano Caseille e Deni, che le seguivano da presso, a far strabuzzare gli occhi e inciampare i servitori. Aveva otto guardie del corpo, ora, e quelle due erano in piedi a sorvegliare la sua porta quando si era svegliata.

Era molto probabile che alcuni degli sguardi stralunati fossero dovuti proprio al fatto che Elayne aveva delle guardie che la seguivano, e quasi certamente perché erano donne. Nessuno si era ancora abituato a quello. Ma Birgitte aveva detto che le avrebbe fatte sembrare cerimoniali e così aveva fatto. Doveva aver messo al lavoro ogni sarta e modista a palazzo non appena aveva lasciato le stanze di Elayne la notte prima. Ogni donna indossava un cappellino rosso acceso con una lunga piuma appoggiata di piatto lungo la larga tesa e una fusciacca rossa orlata di candido merletto lungo il torace con bianchi leoni rampanti. Le loro giubbe cremisi col colletto bianco erano di seta, e il taglio era stato modificato un poco in modo che calzassero meglio e arrivassero fin quasi al ginocchio sopra brache scarlatte con una striscia bianca sulla parte esterna delle gambe. Pallido merletto pendeva fitto ai polsi e al collo, e gli stivali neri erano stati lucidati fino a risplendere. Avevano un aspetto piuttosto affascinante e perfino Deni, coi suoi occhi placidi, camminava impettita. Elayne sospettava che sarebbero state ancora più orgogliose non appena le cinture e i foderi con le lavorazioni in oro sarebbero stati pronti, così come gli elmi e i pettorali laccati. Birgitte stava facendo preparare dei pettorali adatti per delle donne, cosa che, sospettava Elayne, di certo aveva fatto strabuzzare gli occhi degli armaioli.