«Non posso sopportare che una Sorella rimanga in quella condizione se c’è una via d’uscita, Cadsuane. Voglio che Damer faccia un tentativo con loro.»
«Ma certo, Corele.» Sembrava che parte dell’insistenza di Damer si fosse trasferita a lei. Cadsuane era disposta a lasciarla fare, sempre che la cosa non andasse troppo oltre. Aveva cominciato a radunare Sorelle di cui si fidava, quelle qui con lei e altre, fin dal giorno in cui aveva saputo degli strani eventi a Shienar — i suoi occhi e orecchie avevano sorvegliato Siuan Sanche e Moiraine Damodred per anni, senza apprendere fino ad allora nulla di utile — tuttavia il solo fatto che si fidasse di loro non voleva dire che intendesse lasciarle cominciare ad agire a modo loro. C’era troppo in gioco. Ma, in ogni caso, non poteva nemmeno lasciare una Sorella in quelle condizioni. La porta si aprì con uno schianto per lasciar entrare Jahar di corsa, le campanelle d’argento in fondo alle trecce scure che tintinnavano. Le teste si voltarono per guardare il giovane nella giacca su misura che Merise aveva scelto per lui — perfino Sorilea e Sarene lo fissarono — ma le parole che uscirono da lui di getto scacciarono i pensieri di quanto fosse grazioso il suo volto abbronzato dal sole.
«Alanna è priva di sensi, Cadsuane. Si è appena accasciata nel corridoio. Merise l’ha fatta portare in una camera da letto e mi ha mandato a chiamarti.»
Superando le esclamazioni di sconcerto, Cadsuane radunò Corele e Sorilea — che per questo non potevano essere lasciate indietro — e ordinò a Jahar di fare strada. Anche Verin le seguì e Cadsuane non glielo impedì. Verin aveva un talento per notare cose che agli altri sfuggivano. I servitori in livrea nera non avevano idea di chi o cosa fosse Jahar, ma si fecero velocemente da parte per fare strada a Cadsuane mentre lei camminava rapida dietro di lui. Gli avrebbe detto di andare più svelto, ma in tal caso avrebbe dovuto correre. Prima che fosse andata molto lontano, un uomo basso con la parte anteriore della testa rasata, che indossava una giacca scura con strisce orizzontali colorate sul davanti, si frappose sul suo cammino e si inchinò. Lei dovette fermarsi per lui.
«Che la grazia ti favorisca, Cadsuane Sedai» disse in tono calmo. «Perdonami per averti disturbato quando vai così di fretta, ma ritenevo di doverti dire che lady Caraline e il Sommo Signore Darlin non sono più nel palazzo di lady Arilyn. Sono su un battello fluviale diretto a Tear. Oltre la tua portata, a quest’ora, temo.»
«Potresti rimanere sorpreso di ciò che si trova entro la mia portata, lord Dobraine» disse lei con voce fredda. Doveva rimanerle almeno una Sorella al palazzo di Arilyn, ma era certa che quei due fossero al sicuro. «È stato saggio?» Non aveva dubbi che fosse opera sua, anche se dubitava che lui avesse il coraggio di ammetterlo. Non c’era da meravigliarsi che non avesse insistito con lei riguardo a loro. Il suo tono non impressionò l’uomo. E fu lui a sorprenderla. «Il Sommo Signore Darlin sta per diventare il sovrintendente del lord Drago a Tear, e sembrava saggio mandare lady Caraline fuori dal paese. Ella ha rinunciato alla sua ribellione e alle pretese sul Trono del Sole, ma altri potrebbero cercare di usarla. Forse, Cadsuane Sedai, non è stato saggio lasciare loro il comando della servitù. In nome della Luce, non devi ritenerli responsabili. Sono stati in grado di trattenere due... ospiti... ma non di affrontare i miei armigeri.»
Jahar stava quasi saltellando dall’ansia di andare avanti. Merise aveva polso fermo. Cadsuane stessa era ansiosa di raggiungere Alanna.
«Spero che fra un anno sarai dello stesso avviso» disse lei. Dobraine si limitò a un inchino.
La camera da letto dove Alanna era stata portata era la più vicina disponibile; non era grande e sembrava ancora più piccola per via dei pannelli scuri che ai Cairhienesi piacevano così tanto. Parve piuttosto affollata quando tutti furono dentro. Merise schioccò le dita e indicò, e Jahar si rannicchiò in un angolo, ma questo non aiutò molto. Alanna era stesa sul letto, gli occhi chiusi, col suo Custode, Ihvon, in ginocchio lì accanto a sfregarle il polso.
«Sembra che abbia paura di svegliarsi» disse l’uomo alto e snello. «Non riesco ad avvertire nulla di sbagliato in lei, ma sembra spaventata.»
Corele lo scostò di lato in modo da poter prendere il volto di Alanna fra le sue mani a coppa. Il bagliore di saidar circondò la Gialla e il flussi di Guarigione si posarono su Alanna, ma la magra Verde non si contrasse nemmeno. Corele indietreggiò, scuotendo il capo.
«Può darsi che la mia abilità con la Guarigione non eguagli la tua, Corele,» disse in tono secco Merise «ma avevo provato.» L’accento di Tarabon era ancora forte nella sua voce dopo tutti questi anni, ma portava i capelli scuri tirati indietro in modo rigido dal suo volto severo. Cadsuane si fidava di lei forse più che di chiunque altro. «Cosa facciamo ora, Cadsuane?»
Sorilea fissò la donna stesa sul letto senza alcuna espressione tranne le labbra un poco assottigliate. Cadsuane si domandò se per caso stesse riconsiderando la loro alleanza. Anche Verin stava fissando Alanna e pareva del tutto terrorizzata. Cadsuane fino ad allora aveva pensato che nulla potesse spaventare Verin. Ma lei stessa avvertì un brivido di terrore. Se avesse perso questa connessione col ragazzo adesso...
«Sediamoci e aspettiamo che si svegli» disse con voce calma. Non c’era nient’altro da fare. Niente.
«Dov’è lui?» ringhiò Demandred serrando i pugni dietro la schiena, in piedi a gambe divaricate, era consapevole di dominare la stanza. Lo faceva sempre. Tuttavia, desiderava che Semirhage o Mesaana fossero presenti. La loro alleanza era fragile — un semplice accordo che non si sarebbero assaliti a vicenda finché gli altri non fossero stati eliminati — tuttavia aveva retto per tutto questo tempo. Lavorando insieme, avevano sbilanciato avversario dopo avversario, facendo ruzzolare molti verso la loro morte o peggio. Ma era difficile che Semirhage partecipasse a quegli incontri, e di recente Mesaana era stata ritrosa. Se stava pensando di porre fine all’alleanza... «Al’Thor è stato visto in cinque città, incluso quel posto maledetto nel Deserto, e in una dozzina di villaggi da quando quei ciechi sciocchi — quegli idioti! — hanno fallito a Cairhien. E questo include solo i rapporti che abbiamo! Solo il Sommo Signore sa cos’altro sta strisciando verso di noi su un cavallo, una pecora, o qualunque altra cosa questi selvaggi possano trovare per portare un messaggio.»
Graendal aveva scelto lo scenario, dato che era stato il primo ad arrivare, e questo lo irritava. Pareti con vista davano la sensazione che il pavimento di legno a strisce fosse circondato da una foresta con rampicanti dai fiori vividi e uccelli svolazzanti ancora più colorati. Dolci profumi e delicati canti di uccelli riempivano l’aria. Solo l’arcata della porta guastava l’illusione. Perché Graendal voleva qualcosa che ricordasse ciò che era andato perduto? Avrebbero potuto far apparire fucili elettro-fulminanti o sho-alati nel panorama fuori da questo posto, vicino a Shayol Gul. In ogni caso, lei disprezzava ogni cosa che avesse a che fare con la natura, a quanto ricordava. Osan’gar disapprovava ‘idioti’ e ‘ciechi sciocchi’ quanto lui, ma distese quella faccia semplice e increspata, così diversa da quella con cui era nato. Ma con qualunque nome si chiamasse, aveva sempre saputo chi ardirsi a sfidare e chi no. «Una questione di fortuna» disse con calma, anche se cominciò a sfregarsi le mani. Una vecchia abitudine. Era abbigliato come un qualche governante di quest’Epoca, in una giubba con ricami dorati tanto pesanti che quasi nascondevano il rosso della stoffa, e stivali bordati di nappe dorate. Aveva una quantità di merletto candido al collo e ai polsi sufficiente per vestire un bambino. Quell’uomo non aveva mai conosciuto il significato di eccesso. Se non fosse stato per le sue capacità particolari, non sarebbe mai stato un Prescelto. Rendendosi conto di quello che le sue mani stavano facendo, Osan’gar afferrò l’alto calice di cuendillar dal tavolo rotondo accanto alla sua sedia, e inalò profondamente l’aroma del vino scuro. «Semplici probabilità» mormorò, cercando di suonare disinvolto. «La prossima volta verrà ucciso o catturato. La fortuna non può proteggerlo per sempre.»