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«Si sono rifiutati di lasciar entrare dei soldati seanchan nel complesso e hanno combattuto, o almeno hanno tentato, quando si sono comunque introdotti. Non so cosa sia accaduto — forse un soldato ha portato una lanterna dove non avrebbe dovuto — ma metà del complesso è esploso, da quello che so. Probabilmente si tratta di un’esagerazione. Ma i Seanchan credevano che uno degli Illuminatori usasse l’Unico Potere, e...» Sospirò e cercò di addolcire la voce. Sangue e ceneri, non voleva dirle questo! Ma lei lo stava guardando furiosa, quel dannato randello sollevato per spaccargli la testa.

«Aludra, i Seanchan hanno radunato tutti i sopravvissuti nella casa madre, e alcuni Illuminatori che erano andati ad Amador, nonché tutti coloro che assomigliavano soltanto a degli Illuminatori nei territori che controllano, e li hanno resi tutti da’covale. Questo significa...»

«So cosa significa!» disse lei feroce. Voltandosi di nuovo verso il grosso mortaio, cominciò a dare colpi di pestello tanto forte che lui temette che quella cosa potesse esplodere, se la polvere era davvero quella che andava nei fuochi d’artificio. «Idioti!» borbottò con rabbia, battendo rumorosamente col pestello nel mortaio. «Giganteschi cretini incapaci! Con i forti devi piegare un poco la testa e allontanarti, ma loro non lo capiscono!» Arricciando il naso, si sfregò le guance col dorso della mano. «Hai torto, mio giovane amico. Finché un solo Illuminatore vive, anche la Gilda vive, e io sono ancora in vita!» Ancora senza guardarlo, si pulì di nuovo le guance con la mano. «E cosa faresti se ti dessi i fuochi d’artificio? Li scaglieresti contro i Seanchan con la catapulta, suppongo?» Il suo sbuffo disse cosa pensava di quell’idea.

«E cosa c’è di sbagliato in questo piano?» chiese in tono di difesa. Una buona catapulta da battaglia, uno scorpione, poteva scagliare una pietra di dieci libbre a cinquecento passi, e dieci libbre di fuochi d’artificio avrebbero fatto più danni di qualunque pietra. «Comunque, ho un’idea migliore. Ho visto quei tubi che usi per lanciare i fiori notturni nel cielo. Trecento passi o più, hai detto. Prova a inclinarne uno quanto basta e scommetto che potrebbe lanciare un fiore notturno a mille passi.»

Scrutando dentro il mortaio, lei borbottò quasi sottovoce. «Parlo troppo, io» lui pensò che avesse detto, insieme a qualcosa che non aveva senso su degli occhi belli. Si affrettò a impedirle di prendersela di nuovo per i segreti della Gilda. «Quei tubi sono molto più piccoli di una catapulta, Aludra. Se fossero ben nascosti, i Seanchan non scoprirebbero mai da dove provengono. Puoi considerarla una rivalsa nei loro confronti per la casa madre.»

Voltando il capo, lei gli rivolse uno sguardo pieno di rispetto e misto a sorpresa, ma lui riuscì a ignorarlo. I suoi occhi erano cerchiati di rosso e c’erano macchie di lacrime sulle sue guance. Forse se lui l’avesse cinta con un braccio... Le donne di solito quando piangevano apprezzavano un po’ di conforto.

Prima che potesse perfino spostare il suo peso, lei roteò il pestello met-tendolo fra loro, puntandolo verso di lui mentre lo teneva in una sola mano come una spada. Quelle braccia snelle dovevano essere più forti di quanto sembrasse; il bastone di legno non tremolò mai. Per la Luce, pensò, non poteva sapere cosa stavo per fare!

«Niente male per qualcuno che ha visto i tubi di lancio solo pochi giorni fa,» disse «ma ci ho pensato molto prima di te, io: avevo un motivo.» Per un momento, la sua voce fu amara, poi però si placò di nuovo e divenne divertita. «Ti porrò un enigma, dato che sei così sveglio, no?» disse, inarcando un sopracciglio. Oh, era certo divertita da qualcosa! «Dimmi a cosa potrebbe servirmi un campanaro e io ti rivelerò tutti i miei segreti. Perfino quelli che ti faranno arrossire, che ne dici?»

Be’, questo sì che suonava interessante. Ma i fuochi d’artificio erano più importanti di un’ora trascorsa a farsi le coccole con lei. Quali suoi segreti potevano farlo arrossire? In questo, lui poteva sorprenderla. Non tutti i ricordi degli altri uomini di cui gli era stata imbottita la testa avevano a che fare con le battaglie. «Un campanaro» rifletté, senza la minima idea di come procedere. Nessuno di quei vecchi ricordi gli dava nemmeno un indizio. «Be’, suppongo... Un campanaro potrebbe... Forse...»

«No» disse lei, con modi improvvisamente spicci. «Te ne andrai e tornerai fra due o tre giorni. Ho del lavoro da fare, io, e tu mi distrai troppo con tutte le tue domande e adulazioni. No, non discutere! Te ne andrai ora.»

Guardandola torvo, lui si alzò e si ficcò in testa il cappello nero a tesa larga. Adulazioni? Adulazioni! Sangue e maledette ceneri! Aveva lasciato cadere il suo mantello in un mucchio davanti alla porta quando era entrato e, piegandosi a raccoglierlo, grugnì piano. Era rimasto seduto su quello sgabello per la maggior parte della giornata. Ma forse aveva fatto qualche progresso con lei. Se fosse riuscito a risolvere il suo enigma, comunque. Campanelli d’allarme. Gong per suonare le ore. Non aveva senso.

«Potrei immaginare di baciare un giovane tanto sveglio, se solo tu non appartenessi a un’altra» mormorò lei in tono decisamente appassionato.

«Hai un sedere davvero grazioso.»

Lui si raddrizzò con un sussulto, continuando a darle le spalle. Il calore sul suo volto era puro, ma di certo lei avrebbe detto che era arrossito. Di solito riusciva a dimenticare quello che aveva addosso a meno che qualcuno non facesse riferimento. Ma qualche incidente nelle taverne c’era stato. Mentre era steso sulla schiena con le gambe steccate, le costole fasciate e bende quasi in ogni altro posto, Tylin aveva nascosto tutti i suoi vestiti. Non aveva scoperto dove, ancora, ma di certo erano stati nascosti, non bruciati. Dopotutto, non poteva aver intenzione di trattenerlo per sempre. Tutto quello che rimaneva di suo era il suo cappello e la nera sciarpa di seta avvolta attorno al collo. E il medaglione d’argento con la testa di volpe, ovviamente, che pendeva da una cordicella di cuoio sotto la sua camicia. E i suoi coltelli... si sarebbe davvero sentito perduto senza quelli. Quando era finalmente riuscito a strisciar fuori da quel dannato letto, quella maledetta donna gli aveva fatto fare dei vestiti nuovi, ed era stata lì lei stessa a osservare la dannata sarta prendergli le misure e farglieli calzare a pennello! Del niveo merletto ai polsi quasi gli nascondeva le dannate mani a meno che non stesse attento, e altro ancora gli spuntava dal collo e arrivava fin quasi alla maledetta cintura. A Tylin piaceva il merletto su un uomo. Il suo mantello era di un rosso scarlatto brillante, così come erano rosse le sue brache fin troppo attillate e ornate di volute dorate e per di più, rose bianche. Per non menzionare l’ovale bianco sulla sua spalla sinistra con dentro la spada e l’ancora verdi della casata Mitsobar. La sua giacca era tanto azzurra quanto quella di un Calderaio, lavorata con intrichi tarenesi rossi e, come se non bastasse, oro sul petto e lungo le maniche. Non gli piaceva ricordare ciò era stato costretto a fare per convincere Tylin a lasciar perdere le perle e gli zaffiri, e solo la Luce sapeva cos’altro voleva. Ed era corta, perfino. Tanto corta da essere indecente! Anche a Tylin piaceva il suo dannato sedere, e non sembrava che le importasse chi lo vedeva!

Sistemandosi il mantello attorno alle spalle — almeno quello lo copriva — afferrò l’alto bastone da passeggio appoggiato accanto alla porta. Il fianco e la gamba gli avrebbero fatto male finché non avesse camminato tanto da scacciare il dolore. «Fra due o tre giorni, allora» disse lui con quanta dignità poteva mettere insieme. Aludra rise piano. Non tanto piano che lui non riuscisse a sentire, però. Per la luce, solo una donna poteva fare più con una risata che uno scaricatore di porto con una serie di imprecazioni! E in modo altrettanto intenzionale. Zoppicando fuori dal carrozzone, lui sbatté la porta dietro di sé non appena si fu allontanato abbastanza dai gradini di legno che erano assicurati al fondo del carro. Il cielo pomeridiano era proprio come quello mattutino, grigio e tempestoso, coperto di fosche nubi. Un vento tagliente soffiava in modo irregolare. Nell’Altara non esisteva un vero inverno, ma quello che aveva era più che sufficiente. Invece della neve, c’erano acquazzoni gelidi e temporali che giungevano dal mare, e fra gli uni e gli altri era tanto umido da far sembrare il freddo più rigido. Il terreno pareva zuppo sotto le suole degli stivali perfino quand’era secco. Accigliandosi, zoppicò via dal carro.