«La mia testa è fredda e cercherò di raffreddare la sua» disse Thom in tono secco. «Non può starsene seduto e basta, però: è il suo paese.» Un debole sorriso gli attraversò il volto coriaceo. «Dici che non correrai rischi, ma lo farai. E quando accadrà, tutto quello che io e Beslan potremmo tentare, a paragone sembrerà una passeggiata in giardino. Con te attorno, qualunque rischio è insensato. Andiamo, ragazzo» disse, sollevando Olver sulle proprie spalle. «Riselle potrebbe non lasciarti appoggiare la testa se sei in ritardo per la tua lezione.»
Mat lo seguì con un’espressione corrucciata mentre si allontanava, facendo più progressi con Olver avvinghiato al collo di quanti ne avesse fatti Beslan. Cosa voleva dire Thom? Lui non correva mai rischi a meno che non gli venissero imposti dalle circostanze. Mai. Lanciò un’occhiata disinvolta verso la donna pelle e ossa e il tizio con del letame sugli stivali. Per la Luce, potevano essere Ascoltatori. Chiunque poteva esserlo. Era sufficiente a insinuargli un formicolio fra le scapole, come se fosse osservato. Avanzò lentamente per una buona distanza lungo strade che in realtà diventavano sempre più affollate di persone, animali e carri man mano che si avvicinava ai moli. I chioschi sui ponti sopra i canali avevano le imposte serrate, gli ambulanti di strada avevano tirato su le coperte, e gli acrobati e i giocolieri che di solito si esibivano a ogni incrocio non avrebbero avuto spazio per farlo, anche se non se ne fossero andati via. I Seanchan che si trovavano lì erano troppi, e forse uno su cinque era un soldato, il che era evidente per via degli occhi duri e del portamento delle spalle, così diversi da quelli di contadini o artigiani, anche se non stavano indossando l’armatura. Di tanto in tanto un gruppo di sul’dam e damane si muoveva lungo la strada in un gorgo di spazio sgombro, maggiore perfino di quello che veniva lasciato ai soldati. Non era concesso per paura, almeno non dai Seanchan. Si inchinavano con rispetto alle donne con i riquadri rossi contrassegnati col fulmine sui loro abiti blu, e sorridevano d’approvazione mentre le coppie passavano loro accanto. Beslan era fuori di testa. I Seanchan non sarebbero stati scacciati da nessuno tranne un esercito di Asha’man, come quello che le dicerie raccontavano avesse combattuto contro di loro a est una settimana fa. O uno armato con i segreti degli Illuminatori. Per la Luce, cosa poteva volere Aludra da un campanaro?
Si diede da fare per non giungere in vista dei moli. Aveva imparato la lezione su quello. Ciò che voleva davvero era una partita a dadi, una che durasse fino a notte inoltrata. Preferibilmente tanto tardi che Tylin sarebbe stata addormentata quando lui fosse tornato a palazzo. Lei gli aveva portato via i suoi dadi, affermando che non le piaceva che lui giocasse d’azzardo, anche se l’aveva fatto dopo che lui l’aveva convinta a giocare a pegni mentre era ancora confinato a letto. Fortunatamente, dei dadi si potevano sempre trovare e, con la sua buona sorte, era sempre meglio usare comunque i dadi di qualcun altro. Sfortunatamente, una volta che aveva scoperto che lei non avrebbe acconsentito al pegno di lasciarlo andare — la donna aveva finto di non sapere di cosa stesse parlando! — li aveva usati per ripagarla con un po’ della sua stessa medicina. Un grave errore, per quanto fosse stato divertente al momento. Quando i pegni erano terminati, lei era stata due volte più sgradevole di prima. Le taverne e le sale comuni in cui entrava, però, erano affollate quanto le strade, con spazio appena sufficiente per sollevare un boccale, ma non per lanciare i dadi, piene di Seanchan che ridevano e cantavano e abitanti di Ebou Dar dalle facce cupe, che squadravano i Seanchan in un imbronciato silenzio. Chiedeva ancora ai locandieri e agli osti se per caso avessero un angolino che poteva prendere in affitto, ma tutti quanti scuotevano la testa. In effetti non si era aspettato nulla di diverso. Non c’era stato nulla di disponibile nemmeno prima di tutti i nuovi arrivi. Tuttavia, cominciò a sentirsi cupo quanto i mercanti stranieri che vedeva scrutare dentro il proprio vino e che si domandavano come avrebbero fatto a portar fuori le loro mercanzie dalla città senza cavalli. Lui aveva abbastanza oro per pagare qualunque cifra Luca avesse voluto, e altro ancora, ma era tutto in un forziere nel Palazzo di Tarasin e non avrebbe potuto prenderne a sufficienza in una volta sola, non dopo che i servitori del palazzo l’avevano riportato indietro dai moli come un cervo catturato durante una battuta di caccia. Tutto ciò che aveva fatto allora era stato parlare coi capitani delle navi; se Tylin fosse venuta a sapere, e sarebbe accaduto, che aveva cercato di lasciare il palazzo con più oro di quello che gli serviva per una serata di gioco d’azzardo... Oh, no! Doveva avere una stanza, una soffitta nell’attico di una locanda delle dimensioni di un guardaroba, qualunque cosa in cui poter nascondere l’oro un poco per volta, oppure avrebbe dovuto giocare a dadi... o l’uno o l’altro. Fortuna o no, però, alla fine si rese conto che non avrebbe trovato nessuna delle due cose oggi. E quei maledetti dadi gli stavano ancora ballando in testa. Non rimaneva in un solo posto a lungo, e non solo per la mancanza di una partita o di una stanza. I suoi abiti colorati, quei vestiti che avrebbero fatto vergognare un Calderaio tanto erano sgargianti, attiravano gli sguardi. Alcuni dei Seanchan pensavano che fosse lì per intrattenerli e cercavano di pagarlo perché cantasse! Una volta o due fu sul punto di lasciarli fare, ma non appena l’avessero sentito avrebbero chiesto indietro i soldi. Alcuni degli uomini di Ebou Dar, con lunghi pugnali ricurvi infilati alle cinture e colmi di una rabbia che non potevano sfogare sui Seanchan, pensavano di riversarla sul buffone, a cui mancava solo una faccia dipinta per assomigliare al giullare di un nobile. Mat si immergeva di nuovo nella strada affollata quando vedeva tizi del genere che lo squadravano. Aveva appreso per esperienza di non essere ancora in condizione di combattere, e non gli avrebbe giovato a nulla che la testa del suo assassino finisse accanto al cancello della città.
Mat si riposava dovunque poteva, su un barile vuoto abbandonato accanto all’imboccatura di un vicolo, su un raro pezzetto di panca di fronte a una taverna su cui c’era spazio ancora per una persona, su un gradino di pietra finché la proprietaria dell’edificio non usciva e gli faceva volar via il cappello con un colpo di scopa. Il suo stomaco gli lambiva la spina dorsale, stava cominciando a sentire che tutti quanti fissavano a bocca aperta i suoi vestiti sgargianti, il freddo umido gli penetrava nelle ossa e gli unici dadi che avrebbe trovato erano quelli che gli stavano ancora rimbombando nella testa come zoccoli di cavallo. Non pensava che fossero mai stati così rumorosi prima.
«Non mi resta che tornare indietro ed essere il dannato cocco della regina!» bofonchiò, usando il suo bastone per alzarsi da una cassa di legno incrinata che giaceva su un lato della strada. Diversi passanti lo guardarono come se la sua faccia fosse già dipinta. Lui li ignorò. Non erano degni della sua attenzione. Non si meritavano neanche che gli desse una botta in testa col bastone, a strabuzzare gli occhi verso un uomo a quel modo. Si rese conto che le strade erano affollate come prima e, se avesse cercato di farsi strada fra la calca per tornare a palazzo, ci sarebbe arrivato ben dopo l’imbrunire.
Naturalmente, per allora Tylin poteva essere addormentata. Forse. Il suo stomaco brontolò tanto rumorosamente da soffocare quasi i dadi. Lei avrebbe potuto ordinare alle cucine di non dargli da mangiare, se fosse arrivato troppo tardi. Dieci faticosi passi attraverso la ressa e svoltò per un vicolo stretto e buio. Non c’era alcuna pavimentazione. L’intonaco bianco sui muri senza finestre era crepato e cadente, e metteva in mostra i mattoni sottostanti in parecchi punti. L’aria puzzava per il fetore di marcio, e lui sperò che quello che sciaguattava sotto gli stivali fosse fango, anche quando emise un odore nauseabondo. Non c’erano nemmeno persone. Poteva camminare a un buon passo. O quello che poteva considerare tale, oggi. Non vedeva l’ora che arrivasse il giorno in cui avrebbe potuto di nuovo camminare per qualche miglio senza ansimare, dolere o aver bisogno di appoggiarsi a un bastone. Vicoli contorti, la maggior parte tanto stretti che le sue spalle sfioravano entrambi i lati, si intersecavano per la città in un labirinto in cui era facile perdersi se non si conosceva la strada. Lui non prendeva mai una svolta sbagliata, perfino quando un passaggio stretto e tortuoso si diramava in tre o perfino in quattro che sembravano tutti serpeggiare più o meno nella stessa direzione. C’erano state un bel po’ di volte a Ebou Dar in cui gli era servito evitare di essere visto, e conosceva questi vicoli come il palmo della sua mano. Tuttavia, per quanto sembrasse strano, aveva comunque la sensazione di essere osservato. Si aspettava che l’avrebbe avuta per tutto il tempo in cui avesse dovuto indossare quei dannati vestiti. Anche se doveva farsi strada attraverso una massa di persone e animali per andare da un vicolo all’altro e ogni tanto doveva procedere a spintoni lungo un ponte che sembrava un solido muro umano, era quasi tornato a palazzo nel tempo che altrimenti avrebbe impiegato per percorrere tre strade. Affrettandosi nel passaggio in ombra fra una taverna ben illuminata e una bottega di oggetti laccati chiusa, si domandò cosa ci fosse di pronto nelle cucine. Più spazioso di molti altri, ampio abbastanza per tre persone, sempre che fossero ben disposte, questo vicolo sbucava sulla piazza di Mol Hara, quasi di fronte al Palazzo di Tarasin. Suroth viveva lì e i cuochi avevano superato sé stessi da quando lei li aveva fatti fustigare tutti dopo il suo primo pasto. Potevano esserci ostriche con panna, e forse pesce dorato e calamari con peperoni. Dieci falcate nelle ombre e il suo piede si appoggiò su qualcosa che non sciaguattava, e lui cadde nel fango gelido con un grugnito, ruotando all’ultimo istante in modo da non atterrare sulla gamba malandata. Il liquido gelato gli impregnò immediatamente la giacca. Sperò che fosse acqua.