Rimase immobile, a braccia larghe. La punta di due corte lance, annerita in modo da non riflettere la luce della luna, gli premeva la pelle quasi al punto da cavare sangue. Con gli occhi Mat seguì le lance fino al viso di chi le impugnava, ma i due avevano la testa coperta ed erano velati di nero, a parte gli occhi, che lo fissavano. Maledizione, si era imbattuto in ladri veri! Che fine aveva fatto, la sua fortuna?
Inalberò un sorriso tutto denti, perché risultasse visibile al chiaro di luna. «Non intendevo infastidirvi nel lavoro» disse. «Se mi lasciate andare per i fatti miei, dimenticherò d’avervi visti.» Gli uomini velati non si mossero, le lance nemmeno. «Anch’io, come voi, non voglio trambusto. Non vi tradirò.» Quelli rimasero immobili come statue e continuarono a fissarlo. Maledizione, non aveva tempo per questa storia: era il momento di lanciare i dadi. Serrò la presa sul bastone, che gli giaceva accanto... e quasi mandò un grido: qualcuno gli bloccò col piede il polso.
Mat girò gli occhi per vedere chi era. Idiota, si era scordato di quello su cui era caduto! Ma vide un’altra sagoma muoversi dietro quella che gli bloccava il polso e si disse che forse era stato un bene, non usare il bastone.
Aveva sul polso uno stivale allacciato al ginocchio, che gli ricordò qualcosa. Un uomo incontrato fra le montagne. Scrutò dal basso in alto la sagoma ammantata di buio e cercò di distinguere il taglio e il colore delle vesti: parevano tutt’uno con le ombre, colori che si fondevano troppo bene con l’oscurità perché fosse possibile distinguerli; vide un coltello dalla lunga lama, in pugno allo sconosciuto, e un velo scuro sul viso. Un viso velato di nero. Velato di nero.
«Aiel!» esclamò. «Maledizione, cosa ci fanno, qui, dei maledetti Aiel?» Sentì una contrazione alle viscere: a quanto si diceva, gli Aiel si velavano solo quando uccidevano.
«Sì» disse una voce maschile «siamo Aiel.» Mat trasalì: non si era reso conto d’avere parlato a voce alta.
«Danzi bene, per uno che è stato colto di sorpresa» disse una giovane voce femminile, che Mat attribuì alla sagoma che gli bloccava il polso. «Forse un altro giorno avrò tempo di danzare con te nella maniera corretta.»
Mat iniziò a sorridere ("Se vuole danzare” pensò “significa che almeno non mi uccideranno!") ma corrugò invece la fronte. Gli pareva di ricordare che a volte gli Aiel davano alle parole un significato diverso dal suo.
Gli Aiel allontanarono le lance e lo tirarono in piedi. Mat li scostò e si diede una ripulita, come se si trovasse in una sala di locanda e non sopra un tetto, di notte, con quattro Aiel. Era sempre vantaggioso far sapere agli avversari d’avere nervi saldi. Gli Aiel portavano alla cintura faretre, oltre ai coltelli, e sulla schiena, insieme con l’arco racchiuso nell’astuccio, altre corte lance, la cui lunga punta sporgeva sopra le spalle. Mat si scoprì a canticchiare a bocca chiusa: “Sono in fondo al pozzo” e si bloccò.
«Cosa fai qui?» domandò la voce maschile. A causa del velo, Mat non capì bene quale dei quattro avesse parlato; ma la voce pareva quella di un uomo anziano, fiducioso di sé, avvezzo a comandare. Ritenne tuttavia d’avere identificato la donna: era l’unica più bassa di lui, ma non di molto. Gli altri lo superavano di una testa e anche più.
«Ti abbiamo tenuto d’occhio per un poco» continuò l’Aiel anziano. «Ti abbiamo guardato osservare la Pietra. L’hai esaminata da tutti i lati. Perché?»
«Potrei domandare la stessa cosa a tutti voi» disse un’altra voce. Mat fu l’unico a trasalire, mentre un uomo dalle ampie brache usciva dalle ombre. Pareva scalzo, per avere un appoggio migliore sulle tegole. «M’aspettavo di trovare ladri, non Aiel» continuò l’uomo. «Ma non crediate che il vostro numero m’impressioni.» Mosse rapidamente un bastone alto quanto lui, che sibilò nel ruotare. «Mi chiamo Juilin Sandar, sono un acchiappaladri e vorrei sapere perché state qui sui tetti a guardare la Pietra.»
Mat scosse la testa. Quanta gente era sui tetti, quella notte? Mancava soltanto che comparisse Thom e suonasse l’arpa, oppure che qualcuno chiedesse dov’era una locanda. Un maledetto prendiladri! Si domandò perché mai gli Aiel si limitassero a stare lì fermi.
«Ti muovi bene di nascosto, per essere un uomo di città» disse l’Aiel più anziano. «Ma perché ci segui? Non abbiamo rubato niente. Perché anche tu stanotte hai tenuto d’occhio la Pietra?»
Anche al chiaro di luna, fu evidente la sorpresa di Sandar, che sobbalzò, aprì bocca... e la richiuse, mentre altri quattro Aiel sbucavano dalle ombre alle sue spalle. Con un sospiro si appoggiò al sottile bastone. «A quanto pare, anch’io sono stato colto di sorpresa» borbottò. «Perciò tocca a me, rispondere alle vostre domande.» Scrutò la Pietra, scosse la testa. «Ieri... ho fatto una cosa che... che mi ha turbato.» Pareva parlare tra sé, cercare una spiegazione. «Una parte di me diceva che era giusto, che dovevo ubbidire. Certo, pareva giusto, al momento. Ma una vocina mi dice che... che ho tradito qualcosa. Sono sicuro che la vocina si sbaglia, ed è fievole, ma non vuole smettere.» Smise lui, scuotendo di nuovo la testa.
Un Aiel annuì: dalla voce, era il più anziano. «Sono Rhuarc della setta Nove Valli degli Aiel Taardad. Un tempo ero Aethan Dor, uno Scudo Rosso. A volte gli Scudi Rossi hanno mansioni analoghe ai vostri acchiappaladri. Lo dico perché così capisci che so cosa fai e che tipo d’uomo devi essere. Non voglio farti del male, Juilin Sandar degli acchiappaladri, né a te né alla gente della tua città, ma non posso permettere che tu dia l’allarme.. Se starai in silenzio, vivrai; in caso contrario, morirai.»
«Non intendete fare danno alla città» disse lentamente Sandar. «Perché siete qui, allora?»
«La Pietra» rispose Rhuarc. Dal tono fu chiaro che non avrebbe detto altro.
Dopo un momento Sandar annuì. «Quasi quasi mi piacerebbe che tu avessi il potere di danneggiare la Pietra, Rhuarc» borbottò. «Non darò l’allarme.»
Rhuarc si rivolse a Mat. «E tu, giovincello senza nome? Mi dirai ora perché guardavi con tanta attenzione la Pietra?»
«Facevo solo una passeggiata al chiaro di luna» rispose Mat, in tono leggero. La donna gli puntò alla gola la lancia e Mat tentò di non deglutire. Be’, poteva dire loro qualcosa. Non doveva mostrarsi scosso: così si perde anche un eventuale piccolo vantaggio. Con cautela, usando due dita, spostò la punta di lancia. Credette che la ragazza ridesse sottovoce. «Alcuni miei amici sono là dentro» disse, sforzandosi di mantenere un tono distaccato. «Prigionieri. Voglio portarli fuori.»
«Da solo, senzanome?» replicò Rhuarc.
«Be’, pare che non ci sia nessun altro» ribatté Mat, ironico. «A meno che non vogliate aiutarmi voi. Anche tu sembri interessato alla Pietra. Se vuoi entrare, potremmo andare insieme. È un lancio di dadi tutt’altro che facile, da qualsiasi parte lo si guardi; ma sono in periodo di vena.» “Per il momento, comunque” pensò. “Mi sono imbattuto in Aiel velati e ho ancora la pelle intatta: come fortuna, è già notevole. Maledizione, non sarebbe male avere il sostegno di alcuni Aiel, là dentro." «Potresti fare di peggio che scommettere sulla mia fortuna.»
«Non siamo qui per liberare prigionieri, giocatore» disse Rhuarc.
«È ora, Rhuarc.» Mat non distinse quale Aiel avesse parlato, ma Rhuarc annuì.
«Sì, Gaul» rispose. Guardò da Mat a Sandar e viceversa. «Non lanciate l’allarme.» Si girò e in due passi si confuse con le ombre.
Mat trasalì. Anche gli altri Aiel erano scomparsi, lasciandolo da solo col prendiladri. Se qualcuno non era rimasto a sorvegliarli. «Mi auguro che neppure tu tenti di fermarmi» disse a Sandar. Si rimise sulla schiena il fagotto di fuochi d’artificio e ricuperò il bastone. «Intendo entrare, con o senza il tuo consenso, in un modo o nell’altro.» Si accostò al comignolo per riprendere la scatola di latta: ora il manico scottava.