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Lan annui con riluttanza e rivolse a Perrin un’occhiata dura. «Vedi di proteggerla, fabbro. Se le accade qualcosa...» I gelidi occhi azzurri terminarono per lui la minaccia.

Simion prese una candela e uscì nel corridoio. «Da questa parte... ah... padrona. Da questa parte.»

Fuori della porta in fondo al corridoio c’era una scala che portava all’angusto vicolo fra locanda e stalla. La notte ridusse la candela a un tremulo puntino luminoso. Perrin si domandò quando Moiraine avrebbe detto a Simion di smetterla con gli inchini, ma lei rimase in silenzio. Si era rimboccata le sottane per non infangarle e procedeva come se il vicolo fosse un corridoio di palazzo e lei una regina. L’aria si era rinfrescata: le notti conservavano echi dell’inverno.

«Da questa parte» disse Simion; li guidò a una piccola baracca sul retro della stalla e tolse in fretta la barra alla porta. «Da questa parte» indicò a dito. «Qua, padrona. Qua. Mio fratello. Noam.»

Il fondo della baracca era stato chiuso con assi di legno: con una certa fretta, si sarebbe detto. Un robusto catenaccio bloccava una rozza porta. Dietro le sbarre c’era un uomo, disteso bocconi sul pavimento coperto di strame. Era scalzo, con brache e camicia a brandelli, come se avesse cercato di strapparle perché non sapeva come togliersele. C’era un puzzo di corpo non lavato che, secondo Perrin, anche Simion e Moiraine non potevano non notare.

Noam alzò la testa e fissò in silenzio i nuovi venuti. Niente, nel suo aspetto, suggeriva la stretta parentela con Simion — Noam aveva mento pronunciato, fisico robusto, spalle massicce — ma Perrin barcollò per la sorpresa: gli occhi di Noam avevano il colore dell’oro brunito.

«Da quasi un anno dice cose folli, padrona... dice di poter parlare con i lupi. E i suoi occhi...» Simion lanciò un’occhiata a Perrin. «Be’, ne parlava, quando aveva bevuto troppo. Tutti ridevano di lui. Poi, circa un mese fa, non tornò in paese. Andai a cercarlo e lo trovai... in questo stato.»

Con prudenza, malvolentieri, Perrin allungò la mano verso Noam, come avrebbe fatto verso un lupo.

"Correre fra i boschi col naso al gelido vento. Schizzare dal riparo e azzannare i garretti. Gusto di sangue, ricco sulla lingua. Uccidere."

Perrin ritrasse di scatto la mano, come se si fosse scottato, e chiuse la mente. Non erano veri pensieri, solo una caotica confusione di desideri e d’immagini, in parte ricordi, in parte bramosie. Ma in essi c’era più il lupo che l’uomo. Perrin si appoggiò alla parete: si sentiva mancare le ginocchia.

Moiraine toccò il catenaccio.

«Mastro Harod ha la chiave, padrona. Non so se vorrà...»

Moiraine diede uno strattone e con uno scatto il catenaccio si aprì. Simion la fissò a bocca aperta, poi si girò verso Perrin.

«Non sarà pericoloso, padrone? Noam è mio fratello, ma ha morsicato Mamma Roon, quando lei ha cercato di curarlo, e ha... ha ucciso una vacca. A morsi» concluse debolmente.

«Moiraine» disse Perrin «quest’uomo è pericoloso.»

«Tutti gli uomini sono pericolosi» replicò lei, fredda. «Ora fate silenzio.» Aprì la porta ed entrò. Perrin trattenne il fiato.

Noam snudò i denti e cominciò a ringhiare, con un brontolio sempre più forte, fino a tremare tutto. Moiraine non gli badò. Senza smettere di ringhiare, Noam si ritrasse e si rannicchiò nell’angolo. O forse era stata lei a spingervelo.

Piano piano, con calma, l’Aes Sedai si mise in ginocchio e gli prese la testa. Il ringhio di Noam divenne un latrato, poi morì in uggiolio, prima che Perrin potesse muoversi. Per un momento Moiraine tenne stretta la testa di Noam, poi, sempre con calma, la lasciò e si alzò. Perrin si tese, nel vedere che Moiraine girava le spalle a Noam e usciva dalla gabbia; ma l’altro si limitò a fissare la donna. Moiraine chiuse la porta, rimise a posto il catenaccio senza prendersi la briga di farlo scattare... e Noam si lanciò ringhiando contro le sbarre. Le prese a morsi, a spallate, cercò d’infilarvi in mezzo la testa, sempre ringhiando e azzannando.

Con mano ferma e viso impassibile Moiraine si tolse dalla veste qualche filo di paglia.

«Corri dei rischi» mormorò Perrin. Lei lo guardò, con l’aria di chi sa bene il fatto suo. Perrin abbassò gli occhi. Occhi gialli.

Simion fissava il fratello. «Non puoi aiutarlo, padrona?» domandò, con voce rauca.

«Mi spiace, Simion» rispose Moiraine.

«Non puoi fare niente, padrona? Qualcosa? Una di quelle...» Abbassò la voce, riducendola a un bisbiglio. «Una di quelle cose Aes Sedai?»

«Guarire non è faccenda semplice, Simion; deriva tanto dal malato quanto dalla Guaritrice. Dentro di lui non esiste alcun ricordo della condizione umana. Non rimangono mappe che gli mostrino il sentiero da ripercorrere e non resta niente che voglia percorrere questo sentiero. Noam non esiste più, Simion.»

«Lui... lui diceva cose assurde, padrona, ma solo quando aveva bevuto troppo. Si limitava...» Si sfregò gli occhi, batté le palpebre. «Grazie, padrona. So che avresti fatto qualcosa, se fosse stato possibile.»

Moiraine gli toccò la spalla e gli mormorò qualche parola di conforto; poi uscì dalla baracca.

Perrin sapeva che avrebbe dovuto seguirla; ma quell’uomo... quello che un tempo era stato un uomo e che ora azzannava le sbarre... lo indusse a trattenersi. D’istinto, Perrin mosse un rapido passo e tolse dagli anelli il catenaccio. Era un buon catenaccio, opera d’un mastro fabbro.

«Padrone?»

Perrin fissò il catenaccio, fissò l’uomo in fondo alla gabbia. Noam aveva smesso d’azzannare le sbarre: guardava Perrin, con diffidenza, e ansimava. Alcuni denti gli si erano spezzati.

«Puoi tenerlo qui dentro per sempre» disse Perrin «ma non... non credo che migliorerà mai.»

«Se esce, padrone, morirà!»

«Morirà comunque, qui dentro o là fuori. Fuori, almeno, sarà libero e felice, per quanto possibile. Non è più tuo fratello, ma tocca a te decidere. Puoi tenerlo qui perché la gente lo guardi e lasciarlo a fissare le sbarre fino alla morte. Non puoi tenere in gabbia un lupo e aspettarti che sia felice. Né che viva a lungo.»

«Sì» disse lentamente Simion. «Sì, capisco.» Esitò, poi annuì e con un cenno brusco indicò la porta della baracca.

Perrin spalancò la porta e si trasse di lato.

Per un attimo Noam fissò l’apertura. All’improvviso schizzò fuori della gabbia, correndo a quattro zampe, ma con agilità sorprendente. Lasciò la baracca e sparì nella notte. “La Luce ci aiuti tutt’e due” pensò Perrin.

«Immagino che per lui sia meglio essere libero» disse Simion, scuotendosi. «Ma non so cosa dirà mastro Harod, quando scoprirà che la gabbia è aperta e Noam è fuggito.»

Perrin chiuse la gabbia e con uno scatto secco rimise a posto il catenaccio. «Lasciamo che se lo domandi» disse.

Simion ridacchiò, ma smise di colpo. «Chissà che storia ne caverà. Lui e gli altri. Alcuni dicono che Noam si mutò in lupo... pelliccia e tutto!... quando morsicò Mamma Roon. Non è vero, ma lo dicono ugualmente.»

Perrin rabbrividì e appoggiò la testa contro la porta della gabbia. “Forse non avrà la pelliccia” pensò “ma è davvero un lupo. Lupo, non uomo. Luce santa, aiutami!"

«Non lo tenevamo qui» disse a un tratto Simion. «Stava a casa di Mamma Roon, ma lei e io abbiamo convinto mastro Harod a spostarlo qui, dopo l’arrivo dei Manti Bianchi. Quelli hanno sempre elenchi di nomi, di Amici delle Tenebre di cui sono alla ricerca. Colpa degli occhi di Noam, capisci. Uno dei nomi nell’elenco era quello di un fabbro, un certo Perrin Aybara. Loro hanno detto che ha occhi gialli e che gira coi lupi. Ora capisci perché non volevo che sapessero di Noam.»

Perrin girò la testa quanto bastava a guardare da sopra la spalla Simion. «Credi che questo Perrin Aybara sia un Amico delle Tenebre?» domandò.

«A un Amico delle Tenebre non sarebbe importato che mio fratello morisse in gabbia. Immagino che lei ti abbia trovato in tempo per aiutarti. Peccato che non sia venuta a Jarra alcuni mesi fa.»