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"Scappa, fratello. Scappa."

"Hopper?" si meravigliò Perrin. Era sicuro di conoscere il lupo di cui udiva i pensieri: Hopper, quello che invidiava le aquile. “Hopper è morto!"

"Scappa!"

Perrin si mise a correre, bloccando con la mano l’ascia in modo che il manico non gli sbattesse contro la gamba. Non sapeva dove fuggiva, né perché, ma non poteva ignorare l’urgenza nell’ammonimento di Hopper. Però Hopper era morto, si disse; era morto! Continuò a correre.

Altri corridoi incrociavano quello da lui percorso, a volte in discesa, a volte in salita. Ma nessuno pareva diverso. Umide pareti di pietra, prive d’interruzioni, e strisce di tenebra.

A un incrocio Perrin si bloccò. Un uomo lo guardava, sorpreso e incerto; indossava giubba e brache dal taglio insolito: la giubba si allargava a campana sui fianchi, come il fondo delle brache sugli stivali. Giubba e brache erano d’un vivido giallo; gli stivali, d’una sfumatura appena più chiara.

"È più di quanto possa sopportare” disse l’uomo, a se stesso, non a Perrin. Aveva una pronuncia bizzarra, rapida e aspra. “Ora non solo sogno contadini, ma contadini forestieri, a giudicare dagli abiti. Ehi, tu, sparisci dai miei sogni!"

"Chi sei?" domandò Perrin. L’uomo inarcò le sopracciglia, come se si ritenesse offeso.

Intorno a loro le strisce d’ombra si contorsero. Una si staccò dal soffitto e scese a toccare la testa dello sconosciuto. Parve intrecciarsi nei capelli. L’uomo sbarrò gli occhi. Tutto parve accadere nello stesso istante. L’ombra tornò di scatto al soffitto, dieci piedi più in alto, trascinando qualcosa di chiaro. Gocce rosse schizzarono il viso di Perrin. Un urlo da gelare il sangue sconvolse l’aria.

Impietrito, Perrin fissò la sagoma sanguinante in vesti da uomo, che urlava e si dibatteva per terra. Senza volerlo, alzò gli occhi sulla cosa chiara, simile a sacco vuoto, che penzolava dal soffitto. In parte era già assorbita dalla striscia nera, ma Perrin non ebbe difficoltà a riconoscere una pelle umana, all’apparenza intera e senza strappi.

Intorno a lui le ombre danzarono, agitate; Perrin riprese a correre, seguito da urla sempre più flebili. Lungo le ombre correvano increspature, si mantenevano al passo con lui.

"Cambia, maledizione!" gridò Perrin. “Lo so che sei un sogno! La Luce t’incenerisca, cambia!"

Tendaggi variopinti coprivano le pareti, fra alti candelieri dorati con decine di candele che illuminavano le piastrelle bianche del pavimento e il soffitto decorato con nuvole vaporose e fantastici uccelli in volo. Niente si muoveva, a parte le tremolanti fiammelle di candela lungo tutto l’infinito corridoio o sotto gli archi a sesto acuto, di pietra bianca, che di tanto in tanto interrompevano le pareti.

"Pericolo." Il pensiero era più debole di prima. E, se possibile, più pressante.

Ascia in pugno, Perrin imboccò con cautela il corridoio, borbottando tra sé: “Sveglia. Sveglia, Perrin. Sai che è un sogno. O il sogno cambia, o ti svegli. Sveglia, maledizione!". Il corridoio rimase solido.

Arrivò al primo arco. Il vano immetteva in una stanza molto ampia, all’apparenza priva di finestre, ma riccamente arredata, come sala di palazzo, con mobili pieni d’intagli, di dorature, d’intarsi in avorio. Al centro della stanza, una donna guardava a fronte corrugata un manoscritto sbrindellato, aperto sul tavolo. Una bella donna dai capelli neri, dagli occhi neri, vestita di bianco e d’argento.

Perrin la riconobbe subito. Nello stesso istante la donna alzò la testa e guardò dritto verso di lui. Spalancò gli occhi, sorpresa e incollerita. «Tu! Cosa fai, qui? Come sei entrato? Rovinerai cose che nemmeno immagini!»

All’improvviso Perrin ebbe l’impressione che lo spazio perdesse di profondità, come se lui guardasse un dipinto raffigurante una stanza. L’immagine appiattita parve girarsi di lato, diventare una semplice e brillante linea verticale contro il buio. La linea lampeggiò di bianco e svanì, lasciando solo tenebre più nere del nero.

Proprio davanti agli stivali di Perrin il pavimento a piastrelle terminava bruscamente. Sotto i suoi occhi, i bordi bianchi si dissolsero nel nero, come sabbia erosa dall’acqua. Perrin arretrò in fretta.

"Scappa."

Perrin si girò e vide Hopper, un grosso lupo dal pelo color della cenere, ingrigito e pieno di cicatrici. “Sei morto” protestò. “Ti ho visto morire. Ti ho sentito morire!"

Un pensiero gli invase la mente. “Scappa subito! Non devi essere qui adesso. Pericolo. Grande pencolo. Peggio di tutti i Mai-Nati. Devi andartene. Subito. Subito!"

"Ma come?" gridò Perrin. “Voglio andarmene, ma come faccio?"

"Vai!" A zanne snudate, Hopper saltò alla gola di Perrin.

Con un grido strozzato Perrin si drizzò a sedere sul letto e si toccò la gola per arrestare la fuoriuscita di sangue: la pelle era intatta. Deglutì con sollievo, ma subito dopo toccò un punto bagnato.

Rischiando di cadere per la fretta, scese dal letto, barcollò fino al lavabo, prese la brocca e nel riempire il catino schizzò acqua dappertutto. Si lavò il viso e vide l’acqua diventare rosa. Per il sangue dell’uomo dagli insoliti vestiti.

Altre macchie scure gli punteggiavano giubba e brache. Perrin si tolse i vestiti e li gettò nell’angolo più lontano. Voleva lasciarli lì: Simion li avrebbe bruciati.

Una raffica di vento entrò dalla finestra. Con un brivido, seminudo, Perrin si sedette per terra e si appoggiò al letto. Così sarebbe stato abbastanza scomodo, si disse. Era amareggiato, preoccupato, impaurito. E deciso. Non avrebbe ceduto. Mai!

Tremava di freddo, quando infine si addormentò: un dormiveglia con la vaga consapevolezza della stanza e del freddo. Ma gli incubi che sognò erano meno brutti di tanti altri.

Rand si acquattò sotto gli alberi e guardò nella notte il grosso cane nero che si avvicinava al nascondiglio. Aveva male al fianco, per la ferita che Moiraine non poteva Guarire completamente, ma non vi badò. La luna dava luce appena sufficiente a scorgere il cane, un animale che arrivava alla cintola d’una persona, con collo robusto e testa massiccia, zanne che brillavano come argento bagnato. Il cane fiutò l’aria e trotterellò verso di lui.

"Più vicino” pensò Rand. “Vieni più vicino. Non avvertirai il tuo padrone, stavolta. Più vicino. Così."

Ora il cane distava dieci passi; emise un basso ringhio di petto e balzò all’improvviso sulla preda.

Rand si sentì inondato del Potere. Dalle mani protese saettò un’asta di luce bianca, solida come acciaio. Fuoco liquido. Per un attimo, in quella luce, il cane parve diventare trasparente, poi scomparve.

La luce bianca si affievolì, gli lasciò negli occhi un riflesso ardente. Rand si abbandonò contro il tronco più vicino, sentì sotto il viso la ruvida corteccia. Era scosso dal sollievo e da una muta risata. “Ha funzionato” pensò. “Luce santa, stavolta ha funzionato." Non sempre aveva funzionato. C’erano stati altri cani, quella notte.

Saidin, l’Unico Potere, pulsò in lui, gli contrasse lo stomaco per la contaminazione del Tenebroso, gli diede conati di vomito. Il sudore gli imperlò la fronte, malgrado il gelido vento notturno. Rand aveva in bocca un saporaccio. Voleva distendersi e morire. Voleva che Nynaeve gli somministrasse una delle sue medicine, o che Moiraine lo Guarisse, o... Qualcosa, qualsiasi cosa, pur di eliminare quella nausea che lo soffocava.

Ma Saidin lo inondava anche di vita: vita, energia e consapevolezza infarcivano il malessere. La vita senza Saidin era una copia sbiadita. Tutto il resto era pallida imitazione.

"Ma possono trovarmi, se non me ne distacco” pensò Rand. “Possono rintracciarmi. Devo arrivare a Tear. A Tear lo scoprirò. Se sono il Drago, questa storia avrà una conclusione. Se non lo sono... se è tutta una menzogna... anche in questo caso ci sarà una conclusione. Una fine."

Con riluttanza, con lentezza indicibile, recise il contatto con Saidin, rinunciò al suo abbraccio, come se rendesse l’ultimo respiro. La notte parve farsi tetra. Le ombre perdettero le nette, infinite sfumature e si confusero.