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«Be’, no, Madre, ma...»

«Allora, finché non ci saranno prove, pensiamo a togliere dalla rete il luccio, prima che ci rovini anche la barca.»

Verin chiuse con riluttanza il libricino e lo rimise nella cintola. «Certo, Madre» disse. «Se posso chiederlo, cosa intendi fare a Nynaeve e alle altre due?»

L’Amyrlin esitò, pensierosa. «Prima che con loro abbia terminato, avranno voglia di scendere al fiume e vendersi come esche per i pesci» disse infine. Era la semplice verità, ma poteva essere interpretata in vari modi. «Ora, siediti e raccontami per filo e per segno cosa hanno detto e fatto mentre erano con te. Tutto, nei minimi particolari.»

13

Punizioni

Distesa sul lettino, Egwene guardò, accigliata, le guizzanti ombre lanciate contro il soffitto dall’unica lampada. Avrebbe voluto progettare un piano o prevedere che cosa sarebbe accaduto, ma non ci riusciva. Le ombre erano più variegate dei suoi pensieri. Non riusciva neppure a preoccuparsi per Mat e non se ne vergognava, così schiacciata dalle pareti.

Era una stanzetta severa, priva di finestre, identica a tutte quelle delle novizie: quadrata, intonacata di bianco, con pioli a una parete, il letto contro l’altra, un piccolo scaffale dove in altri giorni lei teneva i pochi libri presi in prestito dalla biblioteca della Torre. Un lavabo e uno sgabello a tre gambe completavano l’arredamento. L’assito era quasi bianco, a furia di pulirlo. L’aveva sfregato ogni giorno, oltre a seguire le lezioni e a fare gli altri lavori. Le novizie vivevano semplicemente, fossero figlie d’un locandiere o Eredi dell’Andor.

Egwene indossava di nuovo la comune veste bianca delle novizie (anche cintura e borsello erano bianchi) ma non provava alcuna gioia per essersi liberata dell’odiato grigio. La stanzetta le pareva ora assai simile a una cella. E se avessero avuto intenzione di tenerla lì? In quella stanza. Come in cella. Come se le avessero messo un collare e...

Diede un’occhiata alla porta — l’Ammessa dalla pelle scura era sempre di guardia dall’altra parte, lo sapeva — e rotolò più vicino alla parete intonacata di bianco. Proprio a livello del materasso c’era un foro, quasi invisibile per chi non sapesse dove guardare, comunicante con la stanza contigua, praticato dalle novizie, molto tempo prima. Egwene mantenne bassa la voce, appena un bisbiglio.

«Elayne?» chiamò. Non udì niente. «Elayne? Sei sveglia?»

«Come potrei dormire?» rispose Elayne, in un bisbiglio stridulo. «Pensavo che ci saremmo cacciate nei guai, ma questo non me l’aspettavo. Cosa ci faranno?»

Egwene aveva solo sospetti che non voleva esprimere a voce. «A dire il vero, Elayne, pensavo che saremmo diventate eroine. Abbiamo riportato il Corno di Valere. Abbiamo smascherato Liandrin e l’Ajah Nera.» Le mancò la voce. Le Aes Sedai negavano l’esistenza di un’Ajah al servizio del Tenebroso e s’infuriavano con chi ne insinuava l’esistenza. Ma loro sapevano che quell’Ajah era reale. «Dovremmo essere eroine, Elayne.»

«"Con i se e con i ma non si costruiscono ponti"» replicò Elayne, citando un proverbio. «Luce santa, ci rimanevo male, quando mia madre ne parlava, invece è vero. Verin ha detto che non dobbiamo parlare con nessuno del Corno né di Liandrin, a parte lei stessa e l’Amyrlin Seat. Non credo che le cose andranno come pensavamo noi. Non è giusto. Abbiamo affrontato un mare di pericoli, tu più di tutte. Non è giusto e basta.»

«Verin dice. Moiraine dice. Ecco perché la gente ritiene che le Aes Sedai tirino i fili di noi burattini. Quasi me li sento, attaccati alle braccia e alle gambe. Qualsiasi cosa faranno, sarà ciò che riterranno meglio per la Torre Bianca, non ciò che è giusto nei nostri confronti.»

«Ma tu vuoi ancora diventare Aes Sedai, no?»

Egwene esitò, anche se in realtà la risposta non era mai stata in discussione. «Sì» disse. «Lo voglio ancora. Ma non mi lascerò quietare.» Rinunciare alla Vera Fonte? Ne sentiva la presenza, anche in quel momento: il bagliore appena al di là delle proprie spalle, lo splendore appena fuori vista. Dominò il desiderio di protendersi verso di essa. Rinunciare a sentirsi riempire dell’Unico Potere, a sentirsi più viva di quanto non si fosse mai sentita? Mai! «Mi opporrò con tutte le mie forze» soggiunse.

Seguì un lungo silenzio. «Come potresti impedirlo?» domandò infine Elayne. «Forse sei forte come loro, ma non abbiamo le cognizioni necessarie. Per schermarci dalla Fonte basterebbe una sola Aes Sedai; e qui ce ne sono decine.»

Egwene rifletté. «Potrei fuggire» disse infine. «Fuggire davvero, stavolta.»

«Ci inseguirebbero, sono sicura. Appena mostri un minimo di talento, non ti lasciano più andare, finché non hai imparato quanto basta a non ucciderti da sola. O a non morire a causa del Potere.»

«Non sono più una semplice ragazza di villaggio. Ho visto un po’ di mondo. Posso tenermi alla larga dalle Aes Sedai, se voglio.» Cercava di convincere se stessa, non solo Elayne.

«Mia madre potrebbe proteggerci» disse Elayne. «Se quel Manto Bianco ha detto il vero. Altrimenti, è probabile che ci rimandi qui in catene. M’insegnerai a vivere in un villaggio?»

Egwene batté le palpebre. «Verrai con me? Se si arriva a questo?»

Seguì un altro lungo silenzio, poi un debole bisbiglio. «Non voglio essere quietata, Egwene. Non voglio!»

La porta si spalancò, urtò rumorosamente la parete. Egwene si alzò a sedere di soprassalto e udì sbattere la porta della stanza accanto. Faolain entrò e con un sorriso fissò il forellino nella parete. Fori simili esistevano in quasi tutte le stanze delle novizie: chiunque fosse stata novizia lo sapeva.

«Bisbigliavi con la tua amica, eh?» disse Faolain, con calore sorprendete. «Be’, la solitudine cresce, ad aspettare da sola. Hai fatto una bella chiacchierata?»

Egwene aprì bocca, la richiuse in fretta: rispondere alle Aes Sedai, aveva detto Sheriam, e a nessun’altra. Guardò impassibile l’Ammessa e attese.

La falsa simpatia scivolò dal viso di Faolain come acqua da un tetto. «In piedi. L’Amyrlin non deve aspettare, per gente come te. Sei fortunata che non sono giunta in tempo per udirti. Muoviti!»

In teoria le novizie dovevano ubbidire alle Ammesse, con la stessa prontezza con cui ubbidivano alle Aes Sedai; Egwene invece si alzò lentamente e prese tempo a lisciarsi la veste. Rivolse a Faolain una piccola riverenza e un accenno di sorriso. Nel vedere il cipiglio che aggrondava l’Ammessa, Egwene allargò il sorriso, ma si frenò: non aveva senso stuzzicare troppo Faolain. Tenendosi ben dritta, fingendo che le ginocchia non le tremassero, le precedette fuori della stanza.

Elayne aspettava già nel corridoio, insieme con l’Ammessa dalle guance rosate, e pareva fieramente decisa a essere coraggiosa. Riusciva chissà come a dare l’impressione che l’Ammessa fosse una cameriera che le portasse i guanti. Egwene si augurò di fare almeno la metà della figura di Elayne.

Le balconate provviste di ringhiera dei quartieri delle novizie salivano ai piani superiori, formando una colonna cava, e scendevano fino alla Corte delle Novizie. Non c’erano altre donne in vista. Ma anche se ogni novizia della Torre fosse stata lì, nemmeno un quarto delle stanze sarebbe stato occupato. Egwene e le altre percorsero in silenzio le balconate deserte e scesero le rampe a spirale; nessuna di loro sopportava che il suono di voci sottolineasse quel vuoto.

Egwene non era mai stata nella parte della Torre dove l’Amyrlin alloggiava. Lì i corridoi erano tanto larghi e alti da consentire senza difficoltà il passaggio di un carro. Arazzi variopinti coprivano le pareti: arazzi intessuti in stili diversi, motivi floreali, scene di foresta, imprese eroiche, disegni intricati... alcuni così antichi da far pensare che si sarebbero sbriciolati al solo toccarli. Le scarpe ticchettavano sulle piastrelle romboidali che ripetevano i colori delle sette Ajah.