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«Ma io me ne preoccupo» borbottò sottovoce. «Luce santa, se me ne preoccupo.» Moiraine si girò a guardarlo e Perrin tacque. Non sapeva bene di che cosa si preoccupasse l’Aes Sedai, a parte Rand.

Qualche minuto più tardi Lan ricomparve e si affiancò a Moiraine. «Remen è proprio al di là della prossima collina» disse. «Hanno avuto un paio di giorni pieni d’eventi, pare.»

Loial agitò le orecchie. «Rand?»

«Non lo so. Forse Moiraine capirà, quando avrà visto.» L’Aes Sedai gli rivolse un’occhiata interrogativa, poi spronò la giumenta.

Risalirono la collina e sotto di loro videro Remen, stagliato contro il fiume. Il Manetherendrelle in quel punto era largo più di mezzo miglio; non c’erano ponti, ma si vedevano due affollati traghetti simili a zattere che procedevano lentamente, spinti da lunghi remi, mentre un terzo, quasi vuoto, tornava. Altri tre erano ormeggiati a lunghi pontili di pietra, insieme con una decina di vascelli mercantili, alcuni a un solo albero, altri a due. Tozzi magazzini di pietra separavano i moli dal paese vero e proprio, i cui edifici parevano per la maggior parte di pietra, con tetti di tegole d’ogni colore, dal giallo al rosso al viola; dalla piazza centrale, le vie si dipartivano in ogni direzione.

Prima di scendere la collina, Moiraine si calò sugli occhi il cappuccio per nascondere il viso.

Come al solito, la gente per la strada fissava Loial; ma stavolta Perrin udì mormorii di stupore reverenziale: «Un Ogier!»

Loial si tenne dritto in sella più del consueto, a orecchie tese, con un accenno di sorriso. Cercava di non mostrarsi compiaciuto, ma aveva l’aria del gatto a cui grattino la testa.

Remen pareva simile a decine d’altri grossi villaggi: Perrin vi colse odori d’uomo e di cose fatte dall’uomo, oltre naturalmente all’intenso odore di fiume; si domandava che cosa avesse voluto dire Lan, quando si sentì rizzare i capelli: aveva colto un odore... sbagliato. L’odore sparì subito, come crine su braci ardenti, ma Perrin lo ricordò. Lo aveva già fiutato a Jarra e anche allora era svanito allo stesso modo. Non era di un Deforme né di un Mai-Nato, né di Trolloc né di Fade, eppure era altrettanto acuto, altrettanto malefico. Ma pareva che chiunque mandasse quel puzzo non lasciasse traccia durevole.

Entrarono nella piazza. Proprio al centro, un grosso blocco di pavimentazione era stato scalzato per innalzare una forca. Un grosso palo sosteneva un’asta trasversale controventata da cui pendeva una gabbia di ferro, a dieci piedi da terra. Un uomo alto, vestito di grigio e di marrone, sedeva nella gabbia, tenendo le ginocchia contro il mento. Non aveva spazio per altre posizioni. Tre bambini gli tiravano sassi. L’uomo guardava dritto davanti a sé e rimaneva impassibile anche quando un sasso entrava fra le sbarre e lo colpiva. Il sangue gli colava sul viso. Anche i passanti non badavano ai bambini, ma guardavano la gabbia, quasi tutti con approvazione, alcuni con paura.

Moiraine emise un suono strozzato, forse di disgusto.

«C’è dell’altro» disse Lan. «Vieni. Ho già preso delle stanze in una locanda. Lo troverai interessante, credo.»

Mentre seguiva gli altri, Perrin girò la testa a guardare l’uomo in gabbia. Trovava nello sconosciuto qualcosa di familiare, ma non sapeva identificarla.

«Non dovrebbero fare certe cose» disse Loial, con un brontolio che era quasi un ringhio. «I bambini, voglio dire. Gli adulti dovrebbero impedirglielo.»

«Dovrebbero» convenne Perrin, senza badargli troppo. Come mai gli pareva di conoscere quell’uomo?

La locanda, situata più vicino al fiume, si chiamava Forgia del Viandante; Perrin lo ritenne un buon auspicio, anche se nel locale non c’era niente che ricordasse le fucine, a parte l’uomo dal grembiule di cuoio, col martello in pugno, dipinto sull’insegna. Si trattava di un grande edificio a tre piani, in pietre grigie squadrate e levigate, con tegole viola, ampie finestre, porte intagliate a volute, aspetto florido. Garzoni di stalla accorsero a prendere i cavalli e s’inchinarono anche più profondamente, quando Lan tirò loro alcune monete.

All’interno, Perrin guardò gli avventori. Uomini e donne ai tavoli indossavano gli abiti della festa: da un bel pezzo non vedeva tante giubbe ricamate, merletti, nastri variopinti e sciarpe frangiate. Soltanto quattro uomini seduti allo stesso tavolo indossavano giubbe normali: furono gli unici a non alzare gli occhi all’ingresso di Perrin e degli altri, ma continuarono a parlare sottovoce. Perrin riuscì a udire brani dei loro discorsi sulla convenienza di commerciare pepe dei ghiacci anziché pellicce e sull’aumento dei prezzi a causa delle agitazioni nella Saldaea. Capitani di navi mercantili, si disse. Gli altri parevano gente del posto. Anche le cameriere erano in ghingheri: i lunghi grembiuli coprivano vesti ricamate e adorne di trine al colletto.

La cucina lavorava a tutto spiano: Perrin sentì profumo di montone, vitello, pollo, manzo, verdure. E di una focaccia alle spezie che per un attimo gli fece dimenticare la carne.

Quasi sulla soglia li accolse il locandiere in persona, un tipo grassoccio e pelato, con occhi castani e lucenti, faccia rosea e liscia, che s’inchinò, sfregandosi le mani. Se non si fosse presentato, Perrin non l’avrebbe ritenuto il proprietario: invece del solito grembiule bianco, indossava come tutti la giubba, di pesante lana azzurra con ricami in bianco e verde, che lo faceva sudare.

Perrin si domandò come mai fossero tutti vestiti a festa.

«Ah, padron Andra» disse il locandiere, rivolgendosi a Lan. «È un Ogier, proprio come avevi anticipato. Non che ne dubitassi, certo. No, con tutto quello che è accaduto... e non metterei mai in dubbio la tua parola, mastro Andra. Perché non un Ogier? Ah, amico Ogier, non sai quanto sono compiaciuto d’averti in casa. È una cosa molto bella e la degna conclusione di tutto. Ah, e la padrona...» Notò la seta azzurro scuro della veste e la ricca lana del mantello, impolverati per il viaggio ma sempre assai eleganti. «Chiedo scusa, lady.» Si piegò in due come ferro di cavallo. «Padron Andra non ha chiarito il tuo stato sociale, lady. Non intendevo mancarti di rispetto. Sei più benvenuta dell’amico Ogier, naturalmente, lady. Ti prego, non offenderti per la lingua scortese di Gainor Furlan.»

«Nessuna offesa» replicò Moiraine, con calma, accettando il titolo datole da Furlan. Non era la prima volta che l’Aes Sedai si presentava sotto falso nome e fingeva d’essere chi non era. E neppure la prima volta che Perrin aveva udito Lan farsi chiamare Andra. Il cappuccio calato sugli occhi nascondeva ancora il viso liscio da Aes Sedai e con la mano Moiraine si stringeva nel mantello come se avesse freddo. Ma non la mano con l’anello del Gran Serpente. «Ho sentito dire, locandiere, che nella tua locanda sono accaduti eventi bizzarri. Niente che infastidisca i viaggiatori, mi auguro.»

«Ah, lady, bizzarri davvero. La tua raggiante presenza, oltre a quella dell’Ogier, è più che sufficiente a onorare quest’umile casa; ma a Remen, proprio alla Forgia del Viandante, ci sono anche dei Cercatori del Corno di Valere, partiti da Illian per amore d’avventure. E avventure hanno trovato, lady, proprio qui a Remen: appena un paio di miglia a monte del fiume, hanno avuto uno scontro con i selvaggi Aiel, nientemeno! Riesci a immaginare, lady, la presenza nell’Altara di selvaggi Aiel dal velo nero?»

Aiel. Perrin capì come mai l’uomo in gabbia gli era parso familiare. Aveva visto un Aiel, una volta: uno dei fieri, quasi leggendari, abitanti di quel territorio aspro e selvaggio chiamato Deserto Aiel. L’Aiel da lui incontrato era molto simile a Rand, più alto della media, con occhi grigi e capelli rossicci, vestito come l’uomo in gabbia, tutto grigio e marrone che si confondevano con rocce e cespugli, e morbidi stivali legati al ginocchio. A Perrin parve di udire le parole di Min: «Un Aiel in gabbia. Una svolta nella tua vita, o un evento importante».