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Al gesto secco di un mercenario, Miles s'affrettò ad alzarsi, e con un colpetto di sfollagente-storditore, fortunatamente spento, fu messo in marcia dietro di lei.

La Mano di Kurin, a giudicare da quel poco che vide di passaggio, era una nave da battaglia di stazza superiore a quella della Triumph, capace di trasportare forze da sbarco più numerose ma sicuramente più lenta e goffa nella manovra. Anche il suo reparto di detenzione era più grande, e con maggiori accorgimenti di sicurezza. C'era un solo ingresso, da cui si passava in una stanza di controllo piena di monitor, e più avanti due corridoi a fondo cieco con le celle disposte su entrambi i lati.

Nel momento in cui arrivarono, il capitano del mercantile stava uscendo dalla stanza di controllo, sotto l'occhio vigile del mercenario che lo scortava. Cavilo scambiò con lui uno sguardo ostile.

— Come ha potuto vedere, i suoi familiari sono in perfetta salute — gli disse. — Ho tenuto fede alla mia parte del patto, capitano. Ora tocca a lei mantenere la sua.

Vediamo come la prendono, questa… - Ciò che lei ha visto è solo una registrazione, capitano — disse Miles. — Domandi ai suoi amici un'immagine più attuale.

La bella bocca di Cavilo si strinse rigidamente, ma la sua rabbia si mutò subito in un sorriso volpino mentre il capitano si voltava di scatto. — Cosa? Lei ha… — Le si piantò davanti a gambe larghe. — E va bene. Chi di voi due sta mentendo?

— Capitano, questa è l'unica garanzia che lei può avere — disse Cavilo, accennando verso i monitor. — Ha scelto lei il gioco che sta giocando. Io mi limito a imporre le mie regole. Ma al suo passeggero — e gli indicò Miles, — lei ha giocato uno scherzetto sporco. Decida lei chi sta dicendo la verità.

L'uomo strinse le palpebre. Cavilo mosse appena una mano, e le sue guardie estrassero immediatamente gli storditori. — Portatelo fuori dalla mia nave — ordinò.

— No! Voglio vedere mia moglie e mio figlio.

— D'accordo. — Lei ebbe una smorfia esasperata. — Allora portatelo nella Cella Sei, così si unirà a loro.

Mentre l'altro si voltava, a metà fra la rabbia, l'incertezza e l'impazienza di vedere i suoi familiari, Cavilo accennò alle guardie di tenersi a distanza da lui. Con un grugnito l'uomo si avviò in uno dei due corridoi. La bionda guardò Miles e gli rivolse un sorriso aspro, come a dire: «E va bene, furbone. Guarda cosa succede, adesso.» Con un gesto rapido slacciò l'altra fondina e ne tolse un piccolo distruttore neuronico, quindi prese freddamente di mira la nuca dell'uomo e sparò. Il capitano fu scosso da una convulsione e sbandò contro una parete, già morto prima che il suo corpo si afflosciasse sul ponte.

Cavilo s'incamminò pigramente verso il cadavere e lo toccò con la punta di uno stivaletto. Poi girò la testa con mossa vezzosa a guardare Miles, che era rimasto come pietrificato. — La prossima volta terrai chiusa la tua stupida bocca, forse, non è così?

Lui s'accorse di averla aperta. Deglutì un groppo di saliva. Hai voluto fare un esperimento, ed ecco cosa… Be', almeno ora sapeva com'era morto Liga. In lui balenò vivida l'immagine del polano dalla faccia di coniglio mentre cadeva al suolo nello stesso modo, forse colpito dalla stessa arma. Il lampo di esaltazione che aveva visto negli occhi di Cavilo intanto che premeva il grilletto era stato orribilmente rivelatore. Chi vedeva in realtà la tua mente quando hai preso la mira, piccola cagna? - Sì, signora, certo — mormorò, cercando di nascondere il tremito della reazione nervosa a quel bestiale omicidio. Certo. Maledetta la mia lingua…

Cavilo tornò nella stanza di controllo e si rivolse alla donna in uniforme che si occupava dei monitor. — Togli dall'archivio di bordo la registrazione della cabina del generale Metzov nell'ultima mezz'ora, e dalla a me. Poi reinserisci la sorveglianza. No, non farla passare a schermo! — Attese che la donna trasferisse la registrazione su un microdisco e se lo fece consegnare, mettendoselo con cura in un taschino. — Questo chiudetelo nella Cella Quattordici — ordinò, accennando a Miles col capo. — Anzi, mmh… se è libera, portatelo nella Tredici. — I suoi denti lampeggiarono un istante.

Le guardie fecero spogliare Miles, lo perquisirono di nuovo e gli passarono addosso uno scanner. In tono blando Cavilo disse loro di registrarlo col nome di Victor Rotha.

Mentre si rivestiva, arrivarono due infermieri con una barella per rimuovere il corpo del capitano. Con faccia del tutto inespressiva Cavilo apostrofò stancamente Miles: — Hai voluto farmi gettare via un utile doppio agente. Un atto vandalico. Avrebbe potuto servire a qualcosa di meglio che di lezione a uno sciocco. Devi ringraziare Metzov se ha deciso di proteggerti per i suoi scopi, ma queste celle non sono destinate ad alloggiare individui inservibili. Ti consiglio di pensare a un modo di renderti utile a me. — Ebbe un sorrisetto vago, distaccato. — È singolare l'affetto che Metzov rivela nei tuoi confronti. Dovrò scoprirne il motivo.

— E il caro Stanis a cosa le serve? — Miles osò assumere un tono di sfida, irritato da quel modo di vedere le cose. Essere grato a Metzov per la sua protezione? Pensiero rivoltante.

— È un esperto comandante, nei combattimenti di superficie.

— E perché una flotta di astronavi assoldata per sorvegliare i corridoi di transito sente il bisogno di un esperto in tattiche di superficie?

— Be', diciamo allora che sa essere piacevole, a suo modo — rispose lei con un sorriso divertito, voltandogli le spalle.

Poteva perfino essere la verità. — A suo modo come, con le braghe di cuoio e una frusta in mano? — borbottò lui, ma sottovoce e stando attento a non farsi sentire. Chissà se quei due conoscevano le rispettive inclinazioni? Gli sarebbe convenuto mettere Cavilo sull'avviso riguardo al passato di Metzov? O, ripensandoci, gli sarebbe convenuto mettere sull'avviso Metzov riguardo a lei?

La sua mente era ancora occupata a speculare su quelle possibilità quando la porta della cella si chiuse dietro di lui.

A Miles non occorse molto per stancarsi delle novità offerte dal suo alloggio, uno spazio di circa due metri per due ammobiliato solo con un paio di brande imbottite e un cesso-lavandino. Nessun visore per libri, nessun sollievo dal circolo chiuso dei suoi pensieri centrati sugli errori che non avrebbe dovuto commettere e sul senso di colpa per averli commessi.

Una razione da campo dei Rangers, infilata qualche tempo dopo in un passavivande con apertura a campo di forza, risultò ancor meno appetitosa di quelle che, propinate alle reclute barrayarane, le costringevano a nascondere in una tubatura poche semplici paste spedite da casa. Sembrava cibo per cani pressato in cubetti duri, che potevano essere masticati e ammorbiditi da chi disponeva di un'abbondante salivazione. Miles si chiese cos'avesse servito Cavilo a Gregor per cena. Di certo qualcosa non altrettanto equilibrato e vitaminico, ma più commestibile.

Erano giunti così vicino al loro obiettivo. Il consolato di Barrayar si trovava a pochi livelli da lì, distante meno di un chilometro. Se soltanto fosse riuscito a scendere da quella nave… D'altra parte, forse Cavilo non avrebbe esitato a farlo inseguire fin là, violando l'immunità territoriale del consolato, se ne avesse visto l'utile. Dal modo in cui s'era liberata del capitano del mercantile, c'era da dubitare che i suoi scrupoli in questioni come le norme diplomatiche fossero eccezionali. Poteva benissimo ordinare ai suoi mercenari di distruggere il consolato ed eliminare tutti i cittadini barrayarani residenti su quella stazione. Miles si tolse di bocca un pezzo di carne che non riusciva a masticare e lo gettò nel cesso.