— Ma tu… Voi siete il Re supremo! — esclamò Briscola, costernato.
— Voto contrario — rispose infine Peter, dopo una lunga pausa. — Forse Lucy ha ragione, ma io non posso farci nulla. Dobbiamo prendere una decisione, ragazzi.
Cominciarono a scendere, seguendo il corso della corrente. Lucy, amareggiata e con le lacrime agli occhi, era l’ultima del gruppo.
10
Il ritorno del leone
Camminare sull’orlo della gola non fu facile come sembrava. Si erano messi in marcia da poco e si trovarono alle prese con un’abetaia, proprio al margine estremo. Cercarono di passare attraverso gli alberi, facendosi largo e camminando curvi per una decina di minuti, ma si resero conto che avrebbero impiegato un’ora per fare un chilometro. Così tornarono indietro, decisi a proseguire intorno all’abetaia. Questo li portò più a destra di quanto avessero previsto, al punto che dopo un po’ le rocce scomparvero e non sentirono più lo scrosciare del fiume. A quel punto temettero di essersi perduti. Nessuno sapeva che ora fosse, ma sembrava che si avvicinasse la parte più calda del giorno.
Quando furono in grado di tornare sull’orlo della gola, almeno un chilometro più in basso rispetto al punto da cui erano partiti, scoprirono che le rocce, da quella parte, erano più basse e frastagliate. Trovarono immediatamente una via che conduceva alla gola e proseguirono il cammino fino alla sponda del fiume. Qui si fermarono per una breve sosta e bevvero a sazietà. Ormai nessuno faceva cenno alla colazione, o al pranzo, che avrebbero dovuto consumare con Caspian.
Avevano fatto bene a rimanere vicini al fiume, invece di camminare sull’orlo della gola. In questo modo non correvano il rischio di perdersi, visto che poco prima, nell’abetaia, si erano disorientati e avevano temuto di sparire nella foresta. Era molto antica, la foresta, e non c’erano sentieri, cosa che rendeva impossibile seguire un percorso regolare. Rovi ovunque, alberi caduti, zone paludose e un sottobosco quasi impenetrabile: questa era la boscaglia. Ma anche la gola del Rapido non era un bel posticino, per un viandante, e chi andava di fretta poteva trovare qualche difficoltà. Viceversa, sarebbe stato un luogo ideale per un tè sull’erba, visto che c’era tutto quello che serve per un’occasione del genere: rapide spumeggianti e argentee, piscine naturali dalle acque profonde color dell’ambra, rocce coperte di un morbido manto erboso e sugli argini dove ci si poteva immergere fino alle ginocchia verde muschio e felci di ogni tipo, libellule che parevano gemme preziose, falchi e persino un’aquila (questo almeno sostennero Peter e Briscola). Ma quel che interessava al nano e ai ragazzi era il Grande Fiume, Beruna, e la via che conduceva alla Casa di Aslan.
Mentre procedevano nel cammino, il letto del Rapido si fece sempre più scosceso e il viaggio si trasformò in una scalata in piena regola. In alcuni punti dovettero scalare una roccia così liscia e sdrucciolevole, che a cadervi sarebbero finiti in un baratro buio in fondo al quale le correnti tuonavano minacciose. Potete star certi che i cinque non toglievano gli occhi dalle pendici sulla sinistra, nella speranza di trovare il posto adatto a scalarle. Ma niente, le rocce sembravano inaccessibili. C’era da diventare pazzi… sapevano che, procedendo su quel lato e una volta fuori della gola, sarebbe rimasto solo un dolce pendio: un breve tratto prima del quartier generale di Caspian.
Ai ragazzi e al nano era venuta voglia di accendere un bel fuoco per cuocere la carne dell’orso. Susan era contraria perché voleva proseguire, lasciarsi alle spalle quell’orrenda foresta e raggiungere il campo. Dal canto suo, Lucy era troppo stanca per esprimere qualsiasi opinione. Ma dal momento che nei dintorni non c’era legna asciutta per il fuoco, i loro desideri contavano ben poco. A questo punto i ragazzi cominciarono a chiedersi se la carne cruda sia cattiva come dicono, ma Briscola confermò quell’opinione.
Naturalmente, se i ragazzi avessero intrapreso un viaggio simile pochi giorni prima, quando si trovavano ancora in Inghilterra, non ce l’avrebbero fatta e la fatica li avrebbe sfiniti. Come ho accennato, però, l’aria di Narnia li aveva resi diversi: prendiamo ad esempio Lucy. Per un terzo sapeva di essere una ragazzina che per la prima volta andava in collegio, e per due terzi si sentiva la regina Lucy di Narnia.
— Finalmente — esclamò Susan.
— Urrà! — gridò Peter.
C’era una grande curva, e dopo la curva, verso il basso, un panorama meraviglioso. L’aperta campagna si spingeva alla linea dell’orizzonte, e fra il gruppetto e l’orizzonte, come un enorme nastro d’argento, scorreva il Grande Fiume. Arrivarono in vista di quelli che un tempo erano i guadi di Beruna, molto estesi e dalle acque poco profonde. Adesso erano attraversati da un ponte con molte arcate, e in lontananza si scorgeva addirittura una piccola città.
— Accidenti — esclamò Edmund. — Combattemmo la battaglia di Beruna proprio dove adesso sorge quella città.
Questo colpì i ragazzi più di ogni altra cosa, e del resto è comprensibile: se hai davanti il luogo dove sei uscito vittorioso da una grande battaglia e hai conquistato un regno, non puoi che sentirti forte e invincibile. Peter e Edmund erano così impegnati a discutere dell’antica battaglia di Beruna da non accorgersi dei piedi bagnati e da non avvertire neppure il peso della cotta di maglia. Del resto, anche il nano era interessato alla loro conversazione.
Ripresero a camminare a passo svelto, anche perché la strada era sempre più facile e tranquilla. Infatti, anche se a sinistra c’erano ancora delle falesie, a destra il terreno era meno scosceso e ben presto la gola si trasformò in una valle. Di cascate non ce n’erano più e si trovarono di nuovo nel bosco fitto.
Fu allora che sentirono un sibilo, whizz, seguito dal ticchettio di un picchio. Per un attimo i ragazzi si chiesero dove avessero già sentito un fischio del genere (erano passati secoli) e perché lo trovassero così fastidioso, quando Briscola gridò: — Giù! — Poi afferrò Lucy, che era accanto a lui, la costrinse ad acquattarsi in mezzo alle frasche. Peter, che si guardava intorno alla ricerca di uno scoiattolo, aveva osservato la scena e capito di cosa si trattasse. Una lunga freccia assassina si era conficcata nel tronco di un albero, poco sopra la sua testa. Riuscì ad afferrare Susan, a farla abbassare e a imitarla, mentre un’altra terribile freccia sibilava sulle sue spalle, conficcandosi nel terreno accanto a lui.
— Presto, indietro. Fate in fretta, accidenti — gridò Briscola.
Tornarono indietro, in direzione della collina, e sgusciarono fra i cespugli, in mezzo a un nugolo di orribili insetti. Piovvero altre frecce, sibilando pericolosamente. Una colpì l’elmo di Susan con un suono acuto, poi cadde sul terreno. I membri del gruppetto si chinarono e cominciarono a correre, madidi di sudore e sempre curvi. I ragazzi tenevano la spada in mano, per paura di inciamparvi.
Correre sulla collina e rifare la strada che avevano appena percorso fu un’impresa faticosa ed estenuante. Quando capirono che non ce l’avrebbero più fatta — pur essendo questione di vita o di morte — si lasciarono cadere sul muschio bagnato, vicino a una cascatella protetta da un masso enorme; erano distrutti dalla fatica e furono sorpresi quando si resero conto di aver risalito gran parte della collina.
Tutto taceva, e nonostante tenessero ben dritte le orecchie, non sentirono alcun rumore che facesse pensare a un inseguimento.
— Pfui, ce l’abbiamo fatta — sospirò Briscola. — Non hanno il coraggio di venire a cercarci nel bosco. Dovevano essere sentinelle, il che significa che Miraz ha un avamposto qui. Per mille palette, l’abbiamo scampata bella.
— Mi darei un colpo in testa, accidenti. Sono io che vi ho condotti qui — disse Peter.
— Al contrario, Maestà — replicò il nano. — Tanto per cominciare, non siete stato voi ma vostro fratello, Sua Altezza re Edmund. È lui che ci ha suggerito di passare per l’Acquacorrente.