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Quando l’ebbe annusata fino allo sfinimento, restò accovacciato accanto a lei ancora un momento per riprendersi, perché era stracolmo di lei. Non voleva sprecare nulla del suo odore. Prima doveva bloccare i suoi compartimenti interni. Poi si alzò e spense con un soffio la candela.

A quell’ora le prime persone che rincasavano risalivano Rue de Seine cantando e lanciando evviva. Grenouille si lasciò guidare dal naso fin sul vicolo e attraversò Rue des Petits Augustins, una parallela di Rue de Seine che portava al fiume. Poco dopo scoprirono la morta. Ci fu un gran clamore. Si accesero fiaccole. Arrivò la guardia. Grenouille era da tempo sull’altra riva.

Quella notte la sua rimessa gli sembrò un palazzo e il suo tavolaccio un letto a baldacchino. In vita sua fino allora non aveva mai saputo che cosa fosse la felicità. Tutt’al più conosceva stati molto rari di ottusa contentezza. Ma ora tremava di felicità, la sua beatitudine era tale che non riusciva a dormire. Gli sembrava di essere nato per la seconda volta, no, non per la seconda, per la prima volta, poiché finora aveva vissuto un’esistenza puramente animale, con una conoscenza estremamente nebulosa del suo sé. Ma con oggi gli sembrava di sapere finalmente chi era in realtà, e cioé null’altro che un genio; e che la sua vita avesse senso e scopo e fine e un destino più alto, vale a dire niente di meno che rivoluzionare il mondo degli odori; e che lui solo al mondo avesse i mezzi per farlo, e cioé il suo raffinatissimo naso, la sua prodigiosa memoria e, cosa più importante di tutte, l’odore-modello di questa fanciulla di Rue des Marais, nel quale, come in una formula magica, era contenuto tutto ciò che costituiva un grande aroma, un profumo: delicatezza, vigore, durata, varietà e una spaventosa, irresistibile bellezza. Aveva trovato la bussola per dirigere la sua vita futura. E come tutti i mostri geniali, ai quali un evento esterno lascia un solco dritto nel caos a spirale delle loro anime, Grenouille non si discostò più da ciò che credeva di aver individuato come direzione del suo destino. Adesso gli era chiaro il motivo per cui era attaccato così tenacemente e rabbiosamente alla vita: doveva essere un creatore di profumi. E non uno qualsiasi, bensì il più grande profumiere di tutti i tempi.

Quella stessa notte, prima da sveglio e poi in sogno, passò in rassegna l’immenso campo di rovine dei suoi ricordi. Analizzò i milioni e milioni di elementi costruttivi aromatici e diede loro una classificazione sistematica: buono con buono, cattivo con cattivo, raffinato con raffinato, rozzo con rozzo, puzzo con puzzo, ambrosio con ambrosio. Nel corso della settimana successiva questa classificazione divenne sempre più minuziosa, il catalogo degli aromi sempre più ricco e più differenziato, la gerarchia sempre più chiara. E ben presto poté cominciare a erigere le prime metodiche costruzioni olfattive: case, muri, gradini, torri, cantine, camere, stanze segrete… una cittadella interna fatta delle più deliziose composizioni di aromi, che si ampliava di giorno in giorno, che si abbelliva di giorno in giorno, costruita alla perfezione.

Che l’inizio di questa magnificenza fosse stato segnato da un delitto gli era del tutto indifferente, se mai ne era conscio. Già non riusciva più a ricordare l’immagine della fanciulla di Rue des Marais, il suo viso, il suo corpo. Ma di lei aveva serbato la parte migliore e l’aveva fatta propria: il principio del suo profumo.

9

A quel tempo a Parigi c’erano almeno una dozzina di profumieri. Sei di loro vivevano sulla riva destra, sei sulla riva sinistra e uno proprio nel mezzo, e cioé sul Pont au Change, che collegava la riva destra con l’Ile de la Cité. Su questo ponte avevano costruito da entrambi i lati case a quattro piani, così fitte che attraversandolo non si riusciva a vedere il fiume in nessun punto, e si aveva invece l’impressione di trovarsi in una strada del tutto normale, con solide fondamenta e per di più estremamente elegante. In effetti il Pont au Change era considerato un centro commerciale tra i più raffinati della città. Qui si trovavano i negozi più rinomati, qui c’erano gli orafi, gli ebanisti, i migliori produttori di parrucche e di borse, i fabbricanti di biancheria intima e delle calze più fini, corniciai, venditori di stivali da cavallerizzo, ricamatori di spalline, fonditori di bottoni d’oro e banchieri. E qui c’erano anche il negozio e l’abitazione del profumiere e guantaio Giuseppe Baldini. Sopra la sua vetrina si stendeva un lussuoso baldacchino laccato di verde, e lì accanto era appeso lo stemma di Baldini, tutto in oro, un flacone d’oro dal quale usciva un mazzo di fiori d’oro, e davanti alla porta c’era un tappeto rosso, che ugualmente riportava lo stemma di Baldini sotto forma di ricamo in oro. Quando si apriva la porta, risuonava un carillon persiano, e due aironi d’argento cominciavano a sprizzare dai becchi acqua di viole in una coppa dorata, anch’essa con la forma a flacone dello stemma di Baldini.

Poi, dietro al banco in legno di bosso chiaro, c’era Baldini in persona, vecchio e rigido come una colonna, in parrucca incipriata d’argento e giacca blu gallonata d’oro. Una nuvola d’acqua di frangipani, con cui si spruzzava tutte le mattine, lo avvolgeva in modo quasi visibile e spostava la sua figura in una vaga lontananza. Nella sua immobilità sembrava l’inventario di se stesso. Solo quando risuonava il carillon e gli aironi cominciavano a sprizzare — entrambe le cose non avvenivano molto di frequente — d’un tratto la vita si risvegliava in lui, la sua figura si ammorbidiva, diventava piccola e irrequieta e volava fuori, tra ripetuti inchini, da dietro il banco, talmente in fretta che la nuvola d’acqua di frangipani riusciva a malapena a seguirlo, per pregare i clienti di accomodarsi e di assistere all’esibizione dei profumi e dei cosmetici più pregiati.

Baldini ne aveva a migliaia. La sua offerta partiva dalle essences absolues, da olii di fiori, tinture, estratti, secrezioni, balsami, resine e altre droghe in forma secca, fluida o cerosa, passava a diverse pomate, paste, ciprie, saponi, creme, sachets, bandoline, brillantine, creme da barba, gocce antiverruca e finti nei, per finire con acque da bagno, lozioni, sali profumati, aceti da toilette e una serie infinita di profumi veri e propri. Ma Baldini non si accontentava di questi prodotti della cosmesi tradizionale. La sua ambizione consisteva nel radunare nel suo negozio tutto ciò che in genere emanava un profumo o che in qualche modo serviva al profumo. E così, accanto alle pasticche, ai coni e ai nastri d’incenso, si trovavano anche tutte le spezie possibili, dai semi d’anice alla scorza di cannella, sciroppi, liquori e distillati di frutta, vini di Cipro, Malaga e Corinto, miele, caffè, tè, frutta secca e candita, fichi, caramelle, cioccolato, marroni, persino capperi, cetrioli e cipolle in salamoia e tonno marinato. E poi ancora ceralacca odorosa, carta da lettera profumata, inchiostro per lettere d’amore all’olio di rose, cartelle da scrivania di pelle spagnola, portapenne in legno di sandalo bianco, cassettine e cassapanche in legno di cedro, pot-pourri e coppe per petali di fiori, incensieri d’ottone, flaconi e vasetti di cristallo con tappi d’ambra molata, guanti profumati, fazzoletti, cuscinetti per aghi da cucito imbottiti di fiori di macis e tappeti impregnati di aroma di muschio, che potevano riempire una stanza di profumo per più di cent’anni.

Naturalmente tutte queste merci non avevano posto nel lussuoso negozio che si affacciava sulla strada (o sul ponte), e così, in mancanza di una cantina, non soltanto il solaio della casa, ma tutto il primo e il secondo piano come pure quasi tutte le stanze del piano terra che davano sul fiume dovevano servire da magazzino. Di conseguenza, in casa Baldini regnava un indescrivibile caos di odori. Tanto era scelta la qualità dei singoli prodotti — Baldini acquistava infatti soltanto merci di primissima qualità — altrettanto intollerabile era la consonanza olfattiva dei medesimi, simile a un’orchestra composta da mille membri, in cui ciascun musicista suoni fortissimo una diversa melodia. Baldini stesso e i suoi impiegati erano divenuti insensibili a questo caos come certi vecchi direttori d’orchestra, i quali appunto sono tutti duri d’orecchio, e anche sua moglie, che abitava al terzo piano e lo difendeva strenuamente da un’ulteriore avanzata delle merci, non percepiva quasi più la moltitudine di odori come un disturbo. Non così avveniva al cliente che entrava per la prima volta nel negozio di Baldini. Il miscuglio di profumi che vi regnava lo colpiva come un pugno in faccia, lo esaltava o lo stordiva a seconda della sua costituzione, e comunque confondeva i suoi sensi al punto che spesso non ricordava neppure più la ragione per cui era entrato. I fattorini dimenticavano le ordinazioni. Signori dall’aspetto imponente si sentivano poco bene. E più di una signora era colta da un attacco a metà di isteria e a metà di claustrofobia, perdeva i sensi e tornava in sé soltanto con un potentissimo sale aromatico di olio di garofano, ammoniaca e alcool canforato.