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Durante la notte infatti avvenne una piccola catastrofe, la quale, con il debito ritardo, provocò un editto da parte del re, che a poco a poco si demolissero tutte le case su tutti i ponti della città di Parigi: senza apparente motivo, il lato ovest del Pont au Change crollò tra il terzo e il quarto pilone. Due case precipitarono nel fiume, in modo così totale e improvviso, che nessuno degli abitanti poté essere salvato. Fortunatamente si trattava solo di due persone, e cioé di Giuseppe Baldini e di sua moglie Teresa. Gli impiegati se n’erano andati, con o senza permesso, in libera uscita. Chénier, che soltanto nelle prime ore del mattino era tornato a casa leggermente brillo — o piuttosto voleva tornare a casa, perché appunto la casa non c’era più — subì un tracollo nervoso. Per trent’anni si era cullato nella speranza di essere nominato erede nel testamento di Baldini, che non aveva figli né parenti. E ora, di colpo, tutta l’eredità era svanita, tutto, casa, affari, materie prime, laboratorio, Baldini stesso… persino il testamento, che forse gli avrebbe dato ancora una speranza di entrare in possesso della manifattura!

Nulla fu trovato, non i cadaveri, non la cassaforte, non il libriccino con le seicento formule. L’unica cosa che restò di Giuseppe Baldini, il più grande profumiere d’Europa, fu un sentore molto complesso di muschio, cannella, aceto, lavanda e mille altre sostanze, che fluttuò ancora per parecchie settimane sopra la Senna, da Parigi fino a Le Havre.

Parte seconda

23

Nel momento in cui la casa di Giuseppe Baldini precipitava nel fiume, Grenouille si trovava sulla strada di Orléans. Aveva lasciato dietro di sé l’atmosfera della grande città, e a ogni passo che lo allontanava l’aria attorno a lui diventava più limpida, più pura e più pulita. Era come se si diradasse. Non s’incalzavano più metro per metro centinaia, migliaia di odori diversi in un alternarsi frenetico, ma i pochi che c’erano — l’odore della strada sabbiosa, dei prati, della terra, delle piante, dell’acqua — attraversavano la campagna in lunghe traiettorie gonfiandosi lentamente, lentamente dileguando, quasi mai bruscamente interrotti.

Grenouille avvertiva questa semplicità come una liberazione. Gli odori pacati accarezzavano il suo naso. Per la prima volta in vita sua non doveva aspettarsi a ogni respiro di fiutare qualcosa di nuovo, di inatteso, di ostile o di perdere qualcosa di gradevole. Per la prima volta poteva respirare quasi liberamente, senza dover nel contempo annusare stando all’erta. Diciamo «quasi», perché certo nulla passava del tutto liberamente per il naso di Grenouille. Anche quando non c’era la minima ragione, in lui restava sempre vigile un riserbo istintivo nei confronti di tutto ciò che giungeva dall’esterno e doveva essere immesso in lui. Per tutta la vita, anche nei pochi momenti in cui visse echi di qualcosa di simile alla soddisfazione, alla contentezza, e forse persino alla felicità, preferì espirare anziché inspirare: proprio come lui, anche la sua vita non era cominciata con un’inspirazione fiduciosa, bensì con un grido mortale. Ma a prescindere da questa limitazione, che in lui era un limite costituzionale, quanto più si lasciava alle spalle Parigi tanto meglio Grenouille si sentiva, aveva il respiro sempre più leggero, camminava con un passo sempre più veloce e di tanto in tanto il suo corpo assumeva persino una posizione eretta, dimodoché, visto da lontano, aveva quasi l’aspetto di un comune garzone artigiano, cioé di un individuo del tutto normale.

Era la lontananza dagli uomini a dargli la sensazione della massima libertà. A Parigi la gente viveva più accalcata che in qualsiasi altra città del mondo. Sei o settecentomila persone vivevano a Parigi. Le strade e le piazze brulicavano di gente, e le case ne erano stipate, dalla cantina fin sotto i tetti. Non c’era quasi angolo a Parigi che non fosse popolato, non c’era pietra, non c’era pezzetto di terra che non emanasse odore umano.

Che fosse questa densa esalazione umana ad averlo oppresso per diciotto anni come una greve aria di temporale, Grenouille lo capì solo adesso, nel momento in cui cominciava a sottrarsi a essa. Finora aveva sempre creduto che fosse il mondo in generale, da cui doveva fuggire. Ma non era il mondo, erano gli uomini. Con il mondo — gli sembrava — con il mondo deserto si poteva convivere.

Il terzo giorno di viaggio giunse nel campo gravitazionale olfattivo di Orléans. Molto prima ancora che qualche segno visibile indicasse la vicinanza della città, Grenouille percepì l’addensarsi delle esalazioni umane nell’aria, e contrariamente al suo proposito originario decise di evitare Orléans. Non voleva che il soffocante clima umano gli guastasse così presto l’appena acquisita libertà di respirare. Descrisse un ampio arco attorno alla città, nei pressi di Châteauneuf raggiunse la Loira e l’attraversò vicino a Sully. Fin lì la sua salsiccia era bastata. Ne acquistò un’altra e quindi, abbandonando il corso del fiume, si diresse verso l’interno del paese.

Ora non evitava più soltanto le città, evitava anche i villaggi. Era come inebriato dall’aria che si diradava sempre più, sempre più lontana dagli uomini. Si avvicinava a un insediamento o a una fattoria isolata soltanto per rifornirsi di provviste, acquistava del pane e spariva di nuovo nei boschi. Dopo qualche settimana cominciarono a dargli fastidio anche gli incontri con i rari viandanti sui sentieri fuori mano, non sopportò più l’odore, che si manifestava puntualmente, dei contadini che mietevano l’erba novella sui prati. Evitava con cura tutte le greggi di pecore, non a causa delle pecore, bensì per sfuggire all’odore dei pastori. Tagliava attraverso i campi, era disposto a fare deviazioni di miglia, quando l’olfatto gli diceva che uno squadrone di soldati a cavallo distante ancora qualche ora si stava dirigendo verso di lui. Non perché lui, come altri garzoni girovaghi e vagabondi, temesse di essere interrogato, richiesto di esibire i documenti e forse obbligato a prestare il servizio militare — non sapeva neppure che c’era la guerra — ma solo e unicamente perché provava disgusto per l’odore umano dei cavalieri. E così, in modo del tutto spontaneo e senza aver preso nessuna decisione particolare, avvenne che il suo piano di recarsi a Grasse per la via più diretta a poco a poco svanisse; il suo piano si annullò, per così dire, nella libertà, come tutti gli altri piani e propositi. Grenouille non voleva più andare in un luogo, ma soltanto lontano, lontano dagli esseri umani.

Alla fine camminò solo di notte. Durante il giorno si nascondeva nel sottobosco, dormiva tra la sterpaglia, nei luoghi più inaccessibili, appallottolato come un animale, con la coperta da cavallo color terra tirata sul corpo e sulla testa, il naso incuneato nell’incavo del gomito e rivolto verso terra, affinché neanche il minimo odore estraneo turbasse i suoi sogni. Al tramonto si svegliava, fiutava in direzione dei quattro punti cardinali e solo quando il suo olfatto gli aveva assicurato che anche l’ultimo contadino aveva lasciato il campo e anche il viandante più coraggioso aveva trovato un rifugio per l’oscurità imminente, soltanto quando la notte con i suoi supposti pericoli aveva ripulito il paese dagli uomini, Grenouille strisciava fuori dal suo nascondiglio e proseguiva nel suo viaggio. Non aveva bisogno di luce per vedere. Già prima, quando ancora camminava di giorno, spesso aveva tenuto gli occhi chiusi per ore e aveva seguito soltanto il suo naso. L’immagine cruda del paesaggio, l’abbagliamento, la subitaneità e la nitidezza del vedere con gli occhi gli facevano male. Sopportava soltanto la luce della luna. La luce della luna non conosceva colori e si limitava a disegnare debolmente i contorni del paesaggio. Ricopriva la campagna di un grigio sporco, e fermava la vita per una notte. Questo mondo come fuso nel piombo, in cui nulla si muoveva tranne il vento, che talvolta passava come un’ombra sui boschi grigi, e in cui nulla viveva se non gli aromi della nuda terra, era l’unico mondo possibile per lui, poiché era simile al mondo della sua anima…