Così si dirigeva verso sud. All’incirca verso sud, dal momento che non seguiva una bussola magnetica, bensì soltanto la bussola del suo naso, che lo portava ad aggirare qualsiasi città, qualsiasi villaggio, qualsiasi insediamento. Per settimane non incontrò un essere umano. E avrebbe potuto cullarsi nel pensiero tranquillizzante di essere solo in quel mondo oscuro o rischiarato dalla luce fredda della luna, se la sua bussola di precisione non lo avesse fatto ricredere.
Anche di notte c’erano persone. Anche nelle regioni più isolate c’erano persone. Si erano soltanto ritirate nelle loro tane come i ratti, e stavano dormendo. La terra non era monda da loro, poiché anche nel sonno esalavano il loro odore, che attraverso le finestre aperte e attraverso le fessure delle loro abitazioni si insinuava nell’aria e contaminava la natura apparentemente abbandonata a se stessa. Quanto più Grenouille si era abituato all’aria pura, tanto più era diventato sensibile a un tale odore umano, che d’un tratto, del tutto inatteso, gli giungeva fluttuando di notte, atroce come un puzzo di liquame, e tradiva la presenza di un rifugio di pastori o di una capanna di carbonai o di un covo di briganti. E fuggiva sempre più lontano, sempre più sensibile all’odore di uomo che diventava sempre più raro. Così il suo naso lo portò in regioni del paese sempre più isolate, lo allontanò sempre più dagli esseri umani e sempre più lo spinse verso il polo magnetico della solitudine estrema.
24
Questo polo, cioé il punto più lontano dagli uomini di tutto il regno, si trovava nel massiccio centrale dell’Auvergne, circa cinque giorni di cammino a sud di Clermont, sulla cima di un vulcano alto duemila metri chiamato Plomb du Cantal.
La montagna consisteva in un enorme cono di roccia grigio-piombo, ed era circondata da un altopiano immenso, brullo, coperto soltanto di muschio grigio e di sterpaglia grigia, da cui qua e là s’innalzavano cime rocciose simili a denti cariati e pochi alberi carbonizzati da incendi. Anche nei giorni più luminosi questa regione era talmente triste e inospitale, che il pecoraio più povero di questa provincia già di per sé povera non vi avrebbe mai condotto le sue bestie. E la notte poi, alla pallida luce della luna, nel suo desolato squallore sembrava appartenere a un altro mondo. Persino il bandito auvergnate Lebrun, che avevano cercato ovunque, aveva preferito inoltrarsi nelle Cevenne e là farsi prendere e squartare piuttosto che nascondersi nel Plomb du Cantal, dove è certo che nessuno l’avrebbe cercato e trovato, ma è ugualmente certo che sarebbe morto di una morte per lui ancor peggiore, quella della solitudine a vita. Per miglia e miglia attorno alla montagna non vivevano né esseri umani né comuni animali a sangue caldo, soltanto qualche pipistrello, qualche coleottero e qualche serpente. Da decenni nessuno aveva scalato la cima.
Grenouille arrivò alla montagna in una notte di agosto dell’anno 1756. Quando spuntò l’alba, era in vetta. Non sapeva ancora che il suo viaggio era finito. Pensava che fosse soltanto una tappa del percorso verso atmosfere sempre più pure, e si girò tutt’intorno e lasciò che il suo naso visionasse l’imponente panorama del deserto vulcanico: a est, dove si trovavano il vasto altopiano di Saint-Flour e le paludi del fiume Riou; a nord, nella regione da cui era venuto e dove aveva vagato per giorni attraversando le montagne carsiche; a ovest, da dove la lieve brezza del mattino gli portava soltanto odore di pietra e di erbe dure; e infine a sud, dove le propaggini del Plomb si estendevano per miglia e miglia fino alle gole tenebrose della Truyère. Ovunque, al limite di tutti i punti cardinali, regnava la medesima lontananza dagli uomini, e nello stesso tempo qualsiasi passo in quella direzione avrebbe significato un maggior avvicinamento agli uomini. La bussola girava in tondo. Non indicava più nessuna direzione. Grenouille era giunto alla meta. Ma nello stesso tempo era prigioniero.
Quando si levò il sole, si trovava ancora nello stesso punto, con il naso in aria. Si sforzava disperatamente di fiutare la direzione da cui poteva provenire il minaccioso odore umano, e la direzione opposta in cui doveva continuare a fuggire. In ogni direzione temeva di scoprire ancora una traccia nascosta di odore umano. Ma non c’era nulla. C’era soltanto pace, la pace, se così si può dire, dell’olfatto. Tutt’attorno regnava soltanto l’aroma uniforme, che aleggiava come un lieve fruscio, delle pietre morte, dei licheni grigi e delle erbe disseccate, null’altro.
Grenouille impiegò molto tempo per credere a ciò di cui non sentiva l’odore. Non era preparato alla sua fortuna. La sua diffidenza lottò a lungo con la sua convinzione. Quando il sole si levò, chiamò in aiuto persino i suoi occhi e perlustrò l’orizzonte cercando un minimo segno di presenza umana, il tetto di una capanna, il fumo di un fuoco, uno steccato, un ponte, un gregge. Portò le mani alle orecchie e ascoltò, cercando di percepire l’affilatura di una falce o l’abbaiare di un cane o il grido di un bambino. Tutto il giorno restò immobile nell’ardente calura sulla cima del Plomb du Cantal, cercando invano il più piccolo indizio. Soltanto al tramonto del sole la sua diffidenza si mutò a poco a poco in una sensazione d’euforia sempre più forte: era sfuggito al detestato odium! Era davvero totalmente solo! Era l’unico uomo al mondo!
Una gioia immensa proruppe in lui. Come un naufrago, dopo un viaggio di settimane alla deriva, saluta estatico la prima isola abitata da esseri umani, così Grenouille festeggiò il suo arrivo sul monte della solitudine. Emise grida di gioia. Gettò lontano da sé zaino, coperta e bastone e pestò i piedi in terra, levò in alto le braccia, danzò in tondo, urlò il proprio nome ai quattro venti, serrò i pugni e li mostrò con trionfo alla terra che si stendeva vasta sotto di lui e al sole calante, con trionfo, come se lui in persona l’avesse scacciato dal cielo. Si comportò come un insensato fino a notte inoltrata.
25
Trascorse i giorni seguenti a organizzarsi sulla montagna, perché era deciso a non abbandonare tanto presto quel luogo benedetto. Per prima cosa fiutò attorno cercando l’acqua, e la trovò in una fessura della cima, dove scorreva in un rivolo sottile lungo la roccia. Non era molta, ma dopo aver leccato con pazienza per un’ora, aveva quietato il suo bisogno di liquidi per un giorno. Trovò anche del nutrimento, e cioé piccole salamandre e bisce d’acqua, che inghiottì con pelle e ossa dopo averne staccato la testa a morsi. Inoltre divorò licheni ed erbe e bacche secche. Questo modo di nutrirsi del tutto impensabile secondo le norme borghesi non gli causò il minimo disturbo. Già nelle ultime settimane e negli ultimi mesi non si era più nutrito di cibo preparato con sistemi umani come pane, salsiccia e formaggio, ma, quando sentiva lo stimolo della fame, aveva divorato tutto quello che gli era capitato davanti di comunque commestibile. Era tutto tranne che un buongustaio. Non gli interessava affatto il piacere, quando il piacere consisteva in qualcosa di diverso dal puro odore immateriale. Non gli interessava neppure la comodità, e non gli sarebbe dispiaciuto prepararsi il giaciglio sulla nuda pietra. Ma trovò qualcosa di meglio.