Accanto al punto dell’acqua scoprì una galleria naturale, che con una quantità di serpentine strette conduceva nell’interno della montagna, per poi, dopo circa trenta metri, terminare in un punto ostruito da un crollo. La fine della galleria era talmente stretta che le spalle di Grenouille urtavano contro la roccia, e talmente bassa che riusciva a stare solo piegato. Ma poteva stare seduto, e se si contorceva, poteva persino mettersi disteso. Era più che sufficiente per le sue necessità di comfort. E poi il luogo offriva vantaggi incalcolabili: in fondo al tunnel persino di giorno regnava l’oscurità più profonda, c’era un silenzio di tomba, e l’aria emanava una frescura umida e salata. L’olfatto di Grenouille avvertì subito che nessun essere vivente era mai penetrato in quella caverna. Fu quasi sopraffatto da un sentimento di timor sacro, quando ne prese possesso. Spiegò a terra con cura la sua coperta da cavallo come se coprisse un altare, e vi si stese sopra. Si sentiva divinamente bene. Si trovava nella montagna più solitaria della Francia, a decine di metri di profondità sotto terra, come nella propria tomba. Non si era mai sentito così al sicuro in vita sua… nel ventre di sua madre no di certo. Che il mondo esterno andasse pure in fiamme, qui non si sarebbe accorto di nulla. Cominciò a piangere in silenzio. Non sapeva chi ringraziare per tanta felicità.
Nel periodo seguente uscì all’aperto soltanto per andare a leccare un po’ d’acqua, per liberarsi in fretta della sua orina e dei suoi escrementi e per cacciare sauri e serpenti. Di notte si potevano prendere facilmente, perché si rifugiavano sotto lastre di pietra o in piccole cavità, dove Grenouille li scopriva col proprio naso.
Durante le prime settimane salì ancora qualche volta fino alla cima per fiutare l’orizzonte. Ma presto divenne più una fastidiosa abitudine che una necessità, perché non una sola volta gli era capitato di annusare un pericolo. Così alla fine sospese le sue escursioni, e, dopo aver portato con sé le cose di prima necessità per la pura sopravvivenza, cercava soltanto di rientrare nella sua tomba il più rapidamente possibile. Perché qui, nella sua tomba, viveva veramente. Vale a dire che stava seduto più di venti ore al giorno sulla sua coperta da cavallo in fondo al corridoio di pietra nell’oscurità, nel silenzio e nell’immobilità totali, la schiena appoggiata contro i detriti, le spalle incassate tra le rocce, e bastava a se stesso.
Si sa di uomini che cercano la solitudine: penitenti, falliti, santi o profeti. Si ritirano di preferenza nel deserto, dove vivono di locuste e di miele selvatico. Molti vivono anche in grotte e in eremi su isole fuori mano, oppure si rannicchiano — spettacolare davvero! — entro gabbie, montate in alto su stanghe e oscillanti nell’aria. Lo fanno per essere più vicini a Dio. Si mortificano con l’isolamento, e se ne servono per far penitenza. Agiscono nella convinzione di condurre una vita gradita a Dio. Oppure aspettano per mesi o anni che nell’isolamento giunga loro un messaggio divino, che poi vogliono diffondere il più rapidamente possibile tra gli uomini.
Nulla di tutto questo valeva per Grenouille. Dio non gli passava neanche per la testa. Non faceva penitenza e non si aspettava illuminazioni dall’alto. Si era isolato dagli uomini soltanto per il proprio particolare piacere, soltanto per essere vicino a se stesso. Era immerso nella propria esistenza, non più distratta da altre cose, e lo trovava splendido. Giaceva nella tomba di roccia come il cadavere di se stesso, respirando appena, quel tanto da far battere il suo cuore… e tuttavia viveva in modo così intenso e sfrenato, come mai un uomo di mondo aveva vissuto nel mondo.
26
Teatro di queste sfrenatezze era — e come avrebbe potuto essere altrimenti! — il suo impero interiore, in cui aveva sepolto i tratti fondamentali di tutti gli odori nei quali si era imbattuto. Al fine di rallegrarsi l’animo, evocò dapprima gli odori più antichi, più remoti: l’esalazione fumosa e ostile della camera da letto di Madame Gaillard; l’odore secco e coriaceo delle sue mani; il fiato dal sentore d’aceto di padre Terrier; il sudore isterico, caldo e materno della balia Bussie; il puzzo di cadaveri del Cimetière des Innocents; l’odore d’assassina di sua madre. E sguazzava nel disgusto e nell’odio, e gli si rizzavano i capelli in testa di piacevole orrore.
Talvolta, quando questo aperitivo di nefandezze non lo aveva animato a sufficienza, si permetteva anche una piccola digressione su Grimal, e gustava il puzzo delle pelli grezze, carnose, e delle conce, oppure immaginava le esalazioni riunite di seicentomila parigini nella calura afosa e opprimente della piena estate.
E poi d’un tratto — questo era il senso dell’esercizio — il suo odio accumulato erompeva con potenza orgiastica. Piombava come un temporale su questi odori che si erano permessi di offendere il suo illustre naso. Li tempestava come fa la grandine su un campo di grano, polverizzava quelle carogne come un uragano e le annegava in un immenso diluvio purificatore di acqua distillata. Così giusta era la sua collera. Così grande la sua vendetta. Ah! Che momento sublime! Grenouille, quel piccolo uomo, tremava dall’eccitazione, il suo corpo si torceva in voluttuoso piacere e s’inarcava verso l’alto, dimodoché per un momento urtava con la testa contro il tetto della galleria, per poi ricadere lentamente indietro e rimanere disteso, rilassato e profondamente soddisfatto. Era davvero troppo piacevole questo gesto eruttivo di estinzione di tutti gli odori sgradevoli, davvero troppo piacevole… Questo numero era quasi il preferito in tutta la successione scenica del suo grande teatro interiore, poiché comunicava quel sentimento meraviglioso del giusto sfinimento che fa seguito soltanto alle imprese davvero importanti, eroiche.
Ora poteva riposarsi per un poco con la coscienza a posto. Si stese, con il suo corpo, per quanto gli era possibile, in quell’angusta stanza di pietra. Ma dentro di sé, sulle praterie ripulite del suo animo, si stese comodamente in tutta la sua lunghezza e si mise a fantasticare, lasciandosi solleticare il naso da profumi raffinati: una brezza aromatica, portata dai prati a primavera; un tiepido vento di maggio, che scorre attraverso le prime foglie verdi dei faggi; una brezza marina, acre come le mandorle salate. Era il tardo pomeriggio, quando si levò… tardo pomeriggio per così dire, perché naturalmente non c’erano né pomeriggio né mattina, né alba né tramonto, non c’era luce e non tenebra, non c’erano neppure prati di primavera, né foglie verdi di faggi… nell’universum interiore di Grenouille non esistevano affatto le cose, bensì soltanto i profumi delle cose. (Quindi parlare di questo universum come di un paesaggio è una façon de parler, sicuramente adeguata e l’unica possibile, perché la nostra lingua è inadatta a descrivere il mondo percepibile con l’olfatto.) Era comunque il tardo pomeriggio, intendo una condizione e un momento dell’animo di Grenouille simili a quelli che si verificano al sud alla fine della siesta, quando la paralisi del mezzogiorno si ritira poco a poco dal paesaggio e la vita trattenuta vuole ricominciare. La furente calura — nemica degli aromi sublimi — si era dileguata, la marmaglia diabolica era stata sgominata. Le contrade interne erano nude e docili nella quiete lasciva del risveglio, e attendevano che la volontà del loro signore si manifestasse.
E Grenouille si levò — come abbiamo detto — e si scosse il sonno dalle membra. Stava in piedi, il grande Grenouille interiore, ritto come un gigante, in tutta la sua magnificenza e grandezza, splendido a vedersi — quasi un peccato che nessuno lo vedesse! — e si guardava attorno, fiero e maestoso.