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Sì! Questo era il suo regno! Il regno incomparabile di Grenouille! Creato e dominato da lui, l’incomparabile Grenouille, saccheggiato da lui, a suo piacimento, e poi riedificato, esteso da lui nell’incommensurabile e difeso con la spada fiammeggiante contro qualsiasi intruso. Qui vigeva unicamente la sua volontà, la volontà del grande, meraviglioso, incomparabile Grenouille. E dopo aver annientato i cattivi odori del passato, ora voleva soltanto che il suo regno esalasse profumi. E andò con passo possente per i campi a maggese e seminò profumi delle specie più diverse, qua in abbondanza, là con parsimonia, in piantagioni di enorme vastità e in piccole aiuole intime, spargendo i semi a pugni o interrandoli a uno a uno in luoghi appositamente scelti. Fin nelle regioni più remote del suo regno imperversò il Grande Grenouille, il folle giardiniere, e presto non ci fu più angolo in cui non avesse gettato un granulo di profumo.

E quando vide che ciò era bene e che tutto il paese era invaso dal divino seme di Grenouille, il Grande Grenouille fece scendere una pioggia di alcool etilico, lieve e continua, e tutto ovunque cominciò a germogliare e a spuntare, e la semenza germinò, sicché il cuore ne gioiva. Già le piantagioni erano tutte un rigoglioso ondeggiare, e nei giardini nascosti gli steli erano in succhio. Le gemme dei fiori quasi scoppiavano dal loro involucro.

Allora il Grande Grenouille ordinò alla pioggia di fermarsi. E ciò avvenne. Ed egli inviò alla terra il sole tiepido del suo sorriso, grazie al quale, d’un tratto, sbocciarono milioni di fiori in tutto il loro splendore, da un capo all’altro del regno, in un unico tappeto variopinto tessuto con miriadi di flaconi di prezioso profumo. E il Grande Grenouille vide che ciò era bene, molto, molto bene. E alitò sopra la terra. E i fiori, accarezzati, diffusero profumo e unirono le loro miriadi di profumi in un universale profumo di omaggio, fatto di un alternarsi sempre mutevole e tuttavia costante, a lui, il Grande, l’Unico, il Meraviglioso Grenouille, ed egli, troneggiante su un’odorosa nuvola d’oro, questa volta inspirò con le narici, e l’odore del sacrificio gli era gradito. E si degnò di benedire la sua creazione più volte, ed essa lo ringraziò con giubilo ed esultanza e reiterati getti di sublime profumo. Nel frattempo era calata la sera, e i profumi si diffusero nell’aria e nel blu della notte si unirono in note sempre più fantastiche. Era imminente una vera e propria notte danzante con grandi, giganteschi fuochi d’artificio profumati.

Ma ora il Grande Grenouille era un po’ stanco, e sbadigliò e parlò: «Ecco, ho compiuto una grande opera e mi piace molto. Ma, come tutto ciò che è finito, comincia ad annoiarmi. Mi ritirerò, e per congedarmi da questo giorno laborioso, mi godrò ancora una piccola gioia nei recessi del mio cuore».

Così parlò il Grande Grenouille, e mentre sotto di lui il semplice popolo dei profumi danzava e faceva festa, volò ad ali spiegate giù dalla nuvola d’oro e, attraverso il paesaggio notturno della sua anima, tornò a casa, nel suo cuore.

27

Ah! com’era piacevole tornare a casa! Il duplice compito di vendicatore e generatore di mondi affaticava non poco, e lasciarsi poi festeggiare per ore dalla propria prole non era certo il riposo migliore. Stanco degli obblighi della creazione e della rappresentazione divina, il Grande Grenouille aveva nostalgia delle gioie domestiche.

Il suo cuore era un castello purpureo. Giaceva in un deserto di pietra, nascosto da dune, circondato da un’oasi di fango e dietro sette mura di pietra. Si poteva raggiungere soltanto in volo. Possedeva mille stanze e mille cantine e mille eleganti salotti, uno dei quali era provvisto di un semplice divano purpureo, sul quale Grenouille, che adesso non era più il Grande Grenouille, bensì il Grenouille del tutto privato o semplicemente il caro Jean-Baptiste, soleva riposare dalle fatiche del giorno.

Ma nelle stanze del castello c’erano scaffali da terra fino al soffitto, e là si trovavano tutti gli odori che Grenouille aveva raccolto nel corso della sua vita, molti milioni. E nelle cantine del castello c’erano botti che contenevano i migliori profumi della sua vita. Quando erano giunti a maturazione, venivano travasati in bottiglie collocate poi in corridoi freschi e umidi lunghi chilometri, ordinate secondo l’annata e la provenienza, e ce n’erano tante, che non bastava una vita per gustarle tutte.

E quando il caro Jean-Baptiste, finalmente rientrato nel suo chez soi, si era steso sul suo semplice divano domestico nel salotto purpureo — aveva infine tolto gli stivali, per così dire — batteva le mani e chiamava i suoi servi, che erano invisibili, impalpabili, impercettibili e inodori, cioé servi del tutto immaginari, e ordinava loro di recarsi nelle stanze e di prendere questo o quel volume dalla grande biblioteca degli odori, e di scendere in cantina per portargli da bere. Si affrettavano, i servi immaginari, e lo stomaco di Grenouille si torceva in tormentosa attesa. D’un tratto si sentiva come un beone davanti al banco di mescita, colto dalla paura che per qualche ragione gli possano rifiutare il bicchierino d’acquavite ordinato. Che cosa sarebbe accaduto se di colpo le cantine e le stanze fossero state vuote, se il vino nelle botti si fosse guastato? Perché lo facevano aspettare? Perché non arrivavano? Aveva bisogno di quella roba subito, ne aveva bisogno con urgenza, la bramava, sarebbe morto all’istante se non l’avesse avuta.

Ma calma, Jean-Baptiste! Calma, mio caro! Verranno, porteranno ciò che desideri. I servi già arrivano in volo. Su un vassoio invisibile portano il libro degli odori, con mani invisibili biancoguantate portano le preziose bottiglie, le depongono con estrema cautela, s’inchinano e scompaiono.

E lasciato di nuovo solo — finalmente! — Jean-Baptiste afferra gli odori desiderati, apre la prima bottiglia, si mesce un bicchiere fino all’orlo, lo porta alle labbra e beve. Beve il bicchiere di odore fresco in un sol colpo, ed è squisito! È così buono, così liberante, che il buon Jean-Baptiste ha gli occhi pieni di lacrime di gioia, e subito si mesce il secondo bicchiere di questo aroma: un aroma dell’anno 1752, colto in primavera prima del tramonto sul Pont Royal, con il naso rivolto a ovest, da dove giungeva una leggera brezza frammista di odore di mare, odore di bosco e lieve odor di catrame delle barche ormeggiate a riva. Era l’aroma di quella prima notte prossima alla fine che aveva trascorso a Parigi vagabondando senza il permesso di Grimal. Era l’odore fresco del giorno che si avvicinava, della prima alba vissuta in libertà. Quell’odore allora gli aveva promesso la libertà. Gli aveva promesso una vita diversa. L’odore di quel mattino per Grenouille era un odore di speranza. Lo serbava con cura. E ogni giorno ne beveva un poco.

Dopo aver vuotato il secondo bicchiere, svanirono tutti i suoi nervosismi, svanirono i dubbi e le incertezze, e una quiete meravigliosa s’impossessò di lui. Premette la schiena contro i soffici cuscini del divano, aprì un libro e cominciò a leggere nei suoi ricordi. Lesse degli odori della sua infanzia, degli odori della scuola, degli odori delle strade e degli angoli della città, degli odori umani. Ed era scosso da brividi piacevoli, perché erano proprio gli odori odiati, quelli che aveva scacciato, a essere evocati. Con interesse e ripugnanza Grenouille leggeva nel libro degli odori disgustosi, e quando l’avversione prevaleva sull’interesse, si limitava a chiudere il libro, lo metteva via e ne prendeva un altro.

Nel frattempo beveva senza tregua nobili aromi. Dopo la bottiglia con l’aroma della speranza, ne stappò una dell’anno 1744, piena del caldo odore del legno che si trovava davanti alla casa di Madame Gaillard. E dopo questa bevve una bottiglia di un aroma di sera estiva, carico di profumi e olezzante di fiori, raccolto al margine di un parco a Saint-Germain-des-Prés, anno 1753.