Adesso era traboccante di profumi. Le sue membra affondavano sempre più nei cuscini. Il suo spirito s’inebriava meravigliosamente. E tuttavia non era ancora giunto alla fine del banchetto. In verità i suoi occhi non riuscivano più a leggere, da tempo il libro gli era scivolato dalle mani: ma non voleva concludere la serata senza aver prima vuotato l’ultima bottiglia, la più squisita: era l’aroma della fanciulla di Rue des Marais…
Lo bevve con raccoglimento, e a tale scopo si mise ritto sul divano, sebbene ciò gli costasse fatica, perché a ogni movimento il salotto purpureo oscillava e girava attorno a lui. In atteggiamento da scolaro — le ginocchia premute l’una contro l’altra, i piedi uniti, la mano sinistra appoggiata sulla coscia sinistra — così il piccolo Grenouille bevve l’aroma più prezioso delle cantine del suo cuore, un bicchiere dopo l’altro, e nel frattempo divenne sempre più triste. Sapeva che stava bevendo troppo. Sapeva che non avrebbe sopportato tanta bontà. E tuttavia bevve fino a vuotare la bottiglia: attraversò il passaggio buio che dalla strada portava al cortile interno. Si diresse verso la luce. La fanciulla era seduta e apriva le mirabelle con il coltello. Da lontano esplodevano i razzi e i petardi dei fuochi d’artificio…
Depose il bicchiere e restò seduto ancora qualche minuto, come impietrito dal sentimentalismo e dall’ubriachezza, fino a che anche l’ultimo residuo di sapore scomparve dalla sua lingua. Guardava con occhi fissi dinanzi a sé. D’un tratto il suo cervello si era svuotato come le bottiglie. Poi si rovesciò di lato sul divano purpureo e piombò da un momento all’altro in un torpido sonno.
Nello stesso momento anche il Grenouille esterno si addormentò sulla sua coperta da cavallo. E il suo sonno fu altrettanto profondo quanto quello del Grenouille interno, perché le imprese erculee e gli eccessi di quest’ultimo avevano sfinito allo stesso modo anche l’altro: dopo tutto entrambi erano sempre la stessa e unica persona.
In ogni modo, quando si svegliò non si svegliò nel salotto purpureo del suo castello purpureo dietro le sette mura, e neppure nelle contrade profumate di primavera della sua anima, bensì soltanto nella segreta di pietra alla fine del tunnel, sulla dura terra e nell’oscurità. E si sentiva malissimo per la fame e per la sete, e infreddolito e miserabile come un beone incallito dopo una notte trascorsa in gozzoviglie. Strisciò fuori della galleria a carponi.
Fuori era un’ora qualsiasi del giorno, forse l’inizio o la fine della notte, ma anche a mezzanotte la chiarità della luce siderale trafiggeva i suoi occhi come una punta di spillo. L’aria gli sembrava polverosa, pungente, gli irritava i polmoni, il paesaggio era duro, Grenouille inciampava contro le pietre. E anche gli odori più delicati sembravano acri e corrosivi al suo naso disabituato al mondo. Grenouille, la zecca, era diventato sensibile come un granchio che ha lasciato il suo guscio e di notte vaga per il mare.
Si diresse verso il punto dell’acqua, leccò l’umidità dalla parete per una, due ore, era una tortura, il tempo non passava mai, quel tempo in cui il mondo reale gli bruciava la pelle. Strappò qualche brandello di muschio dalle pietre, lo inghiottì di furia, si accucciò, cagò mentre mangiava — in fretta, in fretta, tutto doveva accadere in fretta — e, come se fosse stato un piccolo animale dalla carne tenera e in cielo stessero già volando in cerchio i rapaci, tornò di corsa alla sua caverna e s’inoltrò sino alla fine della galleria, dove c’era la sua coperta da cavallo. Qui finalmente era di nuovo al sicuro.
Si appoggiò contro il cumulo di detriti, allungò le gambe e attese. Ora doveva tenere il corpo totalmente immobile, immobile come una botte che per troppo movimento rischia di traboccare. A poco a poco riuscì a dominare il respiro. Il suo cuore agitato prese a battere più lento e l’onda interna di marea si placò lentamente. E d’un tratto la solitudine calò sul suo animo come una nera superficie di specchio. Chiuse gli occhi. La porta oscura del suo io si spalancò, ed egli vi entrò. La successiva rappresentazione del teatro interiore di Grenouille ebbe inizio.
28
Così avvenne giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese. Così avvenne per sette anni interi.
Durante questo periodo nel mondo esterno c’era la guerra, e precisamente una guerra mondiale. Si combatté in Slesia e in Sassonia, ad Hannover e nel Belgio, in Boemia e in Pomerania. Le truppe del re morirono nell’Essen e in Westfalia, nelle Baleari, in India, nel Mississippi e nel Canada, quando non erano già morte di tifo durante il viaggio d’andata. La guerra costò la vita di un milione di uomini, al re di Francia costò il suo impero coloniale, e a tutti gli Stati partecipanti tanto denaro che essi infine col cuore oppresso decisero di porvi termine.
Durante questo periodo una volta, d’inverno, Grenouille stava per morire congelato senza accorgersene. Restò cinque giorni nel salotto purpureo, e quando si svegliò nella galleria non riusciva più a muoversi dal freddo. Richiuse subito gli occhi per dormire fino alla morte. Ma poi ci fu un improvviso aumento della temperatura, che lo sgelò e lo salvò.
Una volta la neve era così alta che non ebbe più la forza di trascinarsi fino ai licheni. Allora si nutrì di pipistrelli congelati.
Un’altra volta un corvo morto giaceva davanti alla grotta. Mangiò anche quello. Furono gli unici avvenimenti del mondo esterno di cui prese conoscenza in sette anni. Per il resto visse soltanto nella sua montagna, soltanto nel regno della sua anima da lui stesso creato. E sarebbe rimasto là fino alla morte (poiché nulla gli mancava), se non si fosse verificata una catastrofe, che l’avrebbe scacciato dalla montagna e risputato nel mondo.
29
La catastrofe non fu un terremoto, né un incendio del bosco, né una frana, né un crollo della galleria. Non fu affatto una catastrofe esterna, bensì interna, e quindi tanto più grave, in quanto bloccò la via di scampo privilegiata di Grenouille. Avvenne nel sonno. Per meglio dire in sogno. O piuttosto, nel sogno nel sonno nel cuore nella sua fantasia.
Era disteso sul divano nel salotto purpureo e dormiva. Intorno a lui c’erano le bottiglie vuote. Aveva bevuto enormemente, alla fine addirittura due bottiglie del profumo della fanciulla dai capelli rossi. Probabilmente era stato eccessivo, perché il suo sonno, per quanto di una profondità simile alla morte, questa volta non fu privo di sogni, bensì pervaso da scie di sogni spettrali. Queste scie erano tracce chiaramente riconoscibili di un odore. Dapprima passarono sotto il naso di Grenouille in traiettorie sottili, poi divennero più dense, come nubi. Adesso era come se si trovasse in mezzo a una palude, da cui saliva la nebbia. La nebbia saliva lenta sempre più in alto. Presto Grenouille fu completamente avvolto dalla nebbia, intriso di nebbia, e tra i vapori della nebbia non c’era più un filo d’aria pura. Se non voleva soffocare, doveva respirare questa nebbia. E la nebbia era, come si è detto, un odore. E Grenouille sapeva anche quale odore. La nebbia era il suo odore personale. L’odore personale di lui, di Grenouille, questo era la nebbia.
E ora la cosa più spaventosa era che Grenouille, sebbene sapesse che quest’odore era il suo odore, non riusciva a sentirlo. Totalmente sommerso dal suo sé, per nulla al mondo riusciva a sentire il proprio odore!
Quando lo capì con chiarezza, dette in un grido terribile, come se stesse bruciando vivo. Il grido fece crollare le pareti del salotto purpureo, le mura del castello, gli uscì dal cuore e attraversò fossati e paludi e deserti, imperversò per il paesaggio notturno della sua anima come una tempesta di fuoco, tuonò dalla sua bocca attraverso la tortuosa galleria e risuonò fuori nel mondo, lontano, oltre l’altopiano di Saint-Flour… come se la montagna stessa gridasse. E Grenouille si svegliò al proprio grido. Mentre si svegliava, annaspò furiosamente attorno a sé, come se avesse dovuto scacciare la nebbia invisibile che voleva soffocarlo. Era spaventato a morte, tremava da capo a piedi, di pura angoscia mortale. Se il grido non avesse lacerato la nebbia, sarebbe annegato in se stesso: uria morte atroce. Gli venivano i brividi a ripensarci. E mentre era ancora seduto, tremante, e cercava di radunare i suoi pensieri confusi e angosciati, sapeva già una cosa con certezza assoluta: avrebbe cambiato vita, foss’anche solo per non sognare un sogno così atroce una seconda volta. Non avrebbe retto a una seconda volta.