Si gettò sulle spalle la coperta da cavallo e strisciò fuori all’aperto. Fuori era giusto mattina, una mattina di fine febbraio. Il sole splendeva. La terra sapeva di pietra umida, di muschio e d’acqua. Il vento portava già con sé un lieve profumo di anemoni. Davanti alla caverna si accucciò a terra. La luce del sole lo scaldava. Inspirò l’aria fresca. Rabbrividiva ancora ripensando alla nebbia a cui era sfuggito, ed ebbe un fremito di piacere quando sentì il calore sulla schiena. Era pur bello che questo mondo esterno continuasse a esistere, foss’anche soltanto come punto di fuga. Inconcepibile l’orrore, se all’uscita dalla caverna non avesse più trovato un mondo! Non una luce, non un odore, nulla di nulla: soltanto quell’orribile nebbia, dentro, fuori, ovunque…
A poco a poco lo shock passò. A poco a poco la morsa dell’angoscia si allentò, e Grenouille cominciò a sentirsi più sicuro. Verso mezzogiorno aveva riacquistato il suo sangue freddo. Mise sotto il naso il dito indice e il medio della mano sinistra e respirò attraverso il dorso delle dita. Sentì l’aria di primavera, umida e sapida di anemoni. Dalle proprie dita non sentì provenire odore. Girò la mano e fiutò il suo lato interno. Avvertì il calore della mano, ma non sentì alcun odore. Allora si rimboccò una manica della camicia e affondò il naso nell’incavo del gomito. Sapeva che questo era il punto in cui tutti gli esseri umani hanno odore di sé. Tuttavia non sentì odore alcuno. Non sentì nulla neppure sotto la sua ascella, nulla sui piedi, nulla sul sesso, verso il quale si chinò per quanto poteva. Era grottesco: lui, Grenouille, che riusciva a fiutare qualsiasi altro essere umano a distanza di miglia, non era in grado di sentire l’odore del proprio sesso a distanza di meno di una spanna! Ciò nonostante non si lasciò prendere dal panico, ma, riflettendo con calma, disse a se stesso: «Non è che io non abbia odore, perché tutto ha un odore. Piuttosto non sento l’odore che ho perché da quando sono nato ho sentito il mio odore ogni giorno, e quindi il mio naso è diventato insensibile al mio odore personale. Se potessi separare da me il mio odore, o almeno una parte di esso, e tornare ad annusarlo dopo un certo periodo di disassuefazione, riuscirei a sentirlo — e quindi a sentirmi — perfettamente».
Posò a terra la coperta da cavallo e si tolse i vestiti, o per lo meno ciò che ancora era rimasto dei suoi vestiti, i brandelli, gli stracci. Non se li era tolti di dosso per sette anni. Dovevano essere impregnati del suo odore da cima a fondo. Li ammucchiò l’uno sull’altro davanti all’ingresso della caverna e si allontanò. Poi, per la prima volta dopo sette anni, risalì di nuovo sulla cima della montagna. Là si fermò di nuovo nello stesso punto in cui si era fermato un tempo al suo arrivo, volse il naso a ovest e lasciò fischiare il vento attorno al suo corpo nudo. Era sua intenzione esporsi tutto all’aria, impregnarsi totalmente nel vento dell’ovest — il che significava dell’odore del mare e delle praterie umide — in modo tale che esso prevalesse sull’odore del suo corpo e quindi potesse crearsi un dislivello olfattivo tra lui, Grenouille, e i suoi vestiti, che lui poi avrebbe potuto percepire chiaramente. E affinché al suo naso arrivasse la minima quantità possibile del suo odore, chinò in avanti la parte superiore del corpo, allungò il collo per quanto poteva nella direzione del vento e stese le braccia all’indietro. Aveva l’aspetto di un nuotatore che sta per buttarsi in acqua.
Rimase immobile parecchie ore in questa posizione estremamente ridicola, per cui la sua pelle, disabituata al sole e bianca come quella di un verme, benché il sole fosse debole, si colorò di un rosso-aragosta. Verso sera ridiscese in direzione della caverna. Già da lontanto vide il mucchio dei suoi vestiti. Durante gli ultimi metri si turò il naso e lo stappò di nuovo soltanto dopo averlo abbassato a contatto del mucchio. Provò ad annusare come aveva imparato da Baldini, inspirò l’aria in un colpo e la lasciò uscire a tappe. Per trattenere l’odore, mise entrambe le mani a campana sopra i vestiti, e in essa affondò il naso come fosse un batacchio. Fece tutto il possibile per tirar fuori il proprio odore dai vestiti. Ma lì il suo odore non c’era. Decisamente non c’era. C’erano mille altri odori. Odore di pietra, di sabbia, di muschio, di resina, di sangue di corvo… si percepiva ancora con chiarezza persino l’odore della salsiccia che aveva acquistato anni prima vicino a Sully. I vestiti contenevano un diario olfattorio degli ultimi anni sulla montagna. L’unica cosa che non contenevano era il suo odore personale, l’odore di colui che nel frattempo li aveva portati ininterrottamente.
Allora cominciò a provare una certa ansia. Il sole era tramontato. Stava ritto, nudo, accanto all’ingresso del tunnel, nel cui fondo buio aveva vissuto per sette anni. Il vento soffiava gelido, e aveva freddo, ma non s’accorgeva d’aver freddo, perché in lui c’era il contrario del freddo, cioé la paura. Non era la stessa paura che aveva provato in sogno, quella paura atroce dell’essere-soffocato-da-se-stesso, che bisognava scuotersi di dosso a ogni costo a cui era riuscito a sfuggire. Ciò che provava adesso era la paura di non conoscere bene se stesso. Era l’opposto dell’altra paura. A essa non poteva sfuggire, doveva invece affrontarla. Doveva sapere senza alcun dubbio — anche se questo riconoscimento era terribile — se possedeva un odore oppure no. E doveva saperlo immediatamente. Subito.
S’inoltrò di nuovo nella galleria. Già dopo pochi metri fu circondato dalla totale oscurità, ma si trovò a suo agio, come in piena luce. Aveva percorso la stessa via migliaia di volte, conosceva ogni passo e ogni curva, riconosceva all’odore ogni punta rocciosa pendente e ogni minima sporgenza di pietra. Trovare la via non era difficile. Difficile era lottare contro il ricordo del sogno claustrofobico, che saliva in lui sempre più, come l’onda di una marea, man mano che procedeva. Tuttavia si faceva coraggio. O meglio, con la paura di non sapere combatteva la paura di sapere, e la superava, perché sapeva di non avere scelta. Quando giunse alla fine della galleria, là dove si ergeva il cumulo di detriti, entrambe le paure lo abbandonarono. Si sentiva tranquillo, la sua mente era del tutto lucida e il suo naso aguzzo come uno scalpello. Si accucciò a terra, coprì gli occhi con le mani e annusò. In questo luogo, in questa tomba di pietra lontana dal mondo, aveva vissuto disteso per sette anni. Se un luogo al mondo poteva sapere di lui, doveva essere questo. Respirò lentamente. Verificò con attenzione. Si prese tempo per giudicare. Rimase accucciato per un quarto d’ora. Aveva una memoria infallibile e sapeva con certezza quello che aveva annusato sette anni prima nello stesso punto: odore di pietra e di frescura umida e salata, e così pura che nessun essere vivente, uomo o animale, poteva mai essere arrivato in quel luogo… Esattamente l’odore di adesso.
Rimase accucciato ancora per un poco, molto tranquillo, annuendo soltanto lievemente con il capo. Poi si girò e andò verso l’esterno, dapprima curvo, poi, quando l’altezza della galleria lo permise, in posizione eretta.
Fuori indossò i suoi stracci (le sue scarpe erano marcite già da anni), si mise sulle spalle la coperta da cavallo e quella notte stessa abbandonò il Plomb du Cantal, dirigendosi a sud.