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Grenouille si torse e contorse, ansimò, gemette, agitò le braccia in direzione del fazzoletto, infine si lasciò cadere dal divano in modo molto teatrale e si rintanò nell’angolo più isolato della stanza. «Non questo profumo!» gridò, come allo stremo delle forze, «non questo profumo! Mi uccide!» E soltanto quando Taillade-Espinasse gettò il fazzoletto dalla finestra e la sua giacca anch’essa profumata alla violetta nella stanza accanto, l’attacco di Grenouille si placò ed egli raccontò, con voce più pacata, che come profumiere era dotato di un naso sensibile, dovuto alla professione, e che già da sempre, ma in particolare ora, nel momento della guarigione, reagiva con molta violenza a certi profumi. Che proprio il profumo alla violetta, un fiore delizioso di per sé, lo infastidisse a tal punto, poteva spiegarselo con il fatto che il profumo del marchese conteneva un’elevata percentuale di estratto di radice di viola, il quale, per via della sua origine sotterranea, esercitava un effetto rovinoso su una persona contagiata dal «fluidum letale» qual era lui, Grenouille. Già il giorno precedente, alla prima applicazione del profumo, si era sentito mancare, e oggi, quando aveva percepito di nuovo l’odore della radice, era stato proprio come se lo stessero ricacciando di nuovo in quell’orribile buca soffocante in cui aveva vegetato per sette anni. La sua natura si era ribellata a questa sensazione, altro non poteva dire, giacché, dopo che l’arte del signor marchese gli aveva ridonato una vita da uomo in un’aria pura, avrebbe preferito morire subito piuttosto che esporsi ancora una volta all’odiato «fluidum». Ancora adesso tutto si torceva in lui, se solo pensava al profumo della radice. Tuttavia credeva fermamente di potersi ristabilire sull’istante se il marchese gli permetteva di progettare un proprio profumo che annientasse totalmente l’aroma della violetta. Per l’occasione pensava a un tono particolarmente leggero, arioso, composto per lo più da ingredienti lontani dalla terra, come acqua di mandorle e di fiori d’arancio, eucalipto, olio di aghi di pino e olio di cipresso. Un solo spruzzo di un simile aroma sui suoi vestiti, un paio di gocce soltanto sul collo e sulle guance, e sarebbe stato premunito una volta per tutte contro il ripetersi dello sgradevole attacco che l’aveva appena sopraffatto.

Ciò che noi qui, per amor di comprensione, riferiamo come un ordinato discorso indiretto, in realtà fu uno scoppio di parole gorgoglianti durato mezz’ora, interrotto da molti colpi di tosse e da respiri mozzati e affannosi, che Grenouille accompagnò con tremiti e gesticolii e gran rotear d’occhi. Il marchese fu seriamente impressionato. Più ancora della sintomatologia del male, lo convinse la fine argomentazione del suo protetto, che rispondeva perfettamente alla teoria del «fluidum letale». Naturalmente! Era il profumo della violetta! Un prodotto ripugnante che cresceva vicino alla terra, anzi addirittura sotterraneo! Probabilmente anche lui, che lo usava da anni, ne era infetto. Non aveva sospettato che con questo profumo si stava approssimando alla morte giorno per giorno. La gotta, la rigidezza della sua nuca, l’afflosciarsi del suo membro, le emorroidi, l’oppressione alle orecchie, il dente cariato: tutto ciò si doveva senza dubbio al puzzo della radice di viola contaminata dal «fluidum». E quello sciocco ometto, quel mucchietto miserabile rintanato nell’angolo della stanza, gliel’aveva suggerito. Era commosso. Avrebbe voluto avvicinarsi a lui, risollevarlo e stringerlo al suo cuore illuminato dalla rivelazione. Ma temeva di avere ancora addosso l’aroma della violetta, e quindi chiamò ripetutamente i servi e ordinò di allontanare dalla casa tutto il profumo alla violetta, di arieggiare tutto il palazzo, di disinfettare i suoi vestiti nel ventilatore ad aria vitale e di portare subito Grenouille dal miglior profumiere della città con la sua portantina. Ma proprio questo era lo scopo che Grenouille si era prefisso col suo attacco.

L’arte del profumo aveva una vecchia tradizione a Montpellier, e sebbene negli ultimi tempi fosse un po’ decaduta rispetto a Grasse, città concorrente, c’erano validi maestri profumieri e guantai in città. Il più stimato tra loro, un certo Runel, considerando le relazioni commerciali con la casa del marchese de la Taillade-Espinasse, al quale forniva saponi, olii e sostanze aromatiche, si dichiarò pronto alla concessione straordinaria di cedere per un’ora il suo laboratorio al singolare garzone profumiere parigino arrivato in portantina. Costui non si fece spiegare nulla, non volle sapere nulla su dove e come trovare le cose, se ne intendeva, disse, si sarebbe arrangiato: si chiuse in laboratorio e vi rimase per un’ora buona, mentre Runel con il maggiordomo del marchese si recò in un’osteria a bere un paio di bicchieri di vino, e là dovette apprendere il motivo per cui non era più possibile annusare il profumo della sua acqua di viole.

Il laboratorio e il negozio di Runel non erano certo riforniti con la dovizia di mezzi che caratterizzava a suo tempo il negozio di sostanze odorose di Baldini a Parigi. Con il poco che c’era di olii di fiori, di acque e di spezie, un profumiere medio non avrebbe potuto fare grandi cose. Tuttavia Grenouille, al primo fiuto, capì che le sostanze presenti erano più che sufficienti per i suoi scopi. Non voleva creare un grande profumo; non voleva miscelare un’acquetta di prestigio, come aveva fatto un tempo per Baldini, qualcosa che emergesse dal mare della mediocrità e ammansisse la gente. E neppure un semplice profumino di fiori d’arancio, come aveva promesso al marchese, era il suo vero scopo. Le comuni essenze di neroli, eucalipto e foglie di cipresso dovevano soltanto nascondere il vero profumo che si era proposto di creare: ed era il profumo dell’umano. Anche se per il momento sarebbe stato soltanto un cattivo surrogato, voleva appropriarsi dell’odore degli uomini, che lui stesso non possedeva. Certo non esisteva l’odore degli uomini, così come non esisteva il volto umano. Ogni uomo aveva un odore diverso, nessuno lo sapeva meglio di Grenouille, che conosceva migliaia e migliaia di odori individuali e distingueva al fiuto gli esseri umani già dalla nascita. E tuttavia esisteva una nota fondamentale dell’odore umano, del resto abbastanza semplice: una nota fondamentale di sudore grasso, di formaggio acidulo, nell’insieme assolutamente disgustosa, ugualmente propria a tutti gli uomini, e al disopra della quale, più raffinate e più isolate, aleggiavano le nuvolette di un’aura individuale.

Ma quest’aura, la sigla estremamente complessa, inconfondibile dell’odore personale, era comunque impercettibile per la maggior parte degli uomini. I più non sapevano di possederla, oppure facevano di tutto per nasconderla sotto i vestiti o sotto odori artificiali alla moda. Conoscevano bene soltanto quell’aroma di fondo, quell’esalazione primitiva d’umano, in essa soltanto vivevano e si sentivano protetti, e chiunque emanasse quel nauseante effluvio comune era da essi considerato come un loro pari.

Fu uno strano profumo quello che Grenouille creò quel giorno. Fino allora non ce n’era stato mai uno più strano. Non aveva l’odore di un profumo, bensì di un uomo che ha un profumo. Se qualcuno avesse sentito questo profumo in una stanza buia, avrebbe creduto che nella stanza ci fosse un altro. E se un uomo con l’odore di un uomo l’avesse usato, all’olfatto avrebbe dato l’impressione di due uomini o, peggio ancora, di una mostruosa duplice creatura, come una figura che non si riesce più a fissare in modo netto, perché, sfocandosi, si presenta come un’immagine sulla superficie di un lago, su cui tremolano le onde.

Per imitare questo profumo umano — del tutto insufficiente, come ben sapeva, ma riuscito quel tanto da ingannare gli altri — Grenouille raccolse qua e là nel laboratorio di Runel gli ingredienti più stravaganti.