Così Grenouille restò per un buon quarto d’ora in seno alla moltitudine, tenendo una bimba estranea contro il suo petto ipocrita. E mentre sfilavano i partecipanti alle nozze, accompagnati dal suono rimbombante delle campane e dal giubilo della folla, sopra la quale scrosciava una pioggia di monete, in Grenouille eruppe un altro giubilo, un giubilo funesto, un malvagio senso di trionfo che lo fece tremare e lo inebriò come un attacco di lussuria, e fece fatica a non farlo schizzare su tutta quella gente come bile e veleno e a non gridare in faccia a tutti, esultando, che non aveva paura di loro, anzi neppure quasi li odiava, ma che li disprezzava con tutto il suo ardore, perché erano stupidi puzzoni; perché si lasciavano raggirare e ingannare da lui, perché essi non erano nulla ed egli era tutto! E in segno di scherno strinse più forte la bimba contro di sé, si fece largo e gridò in coro con gli altri: «Viva la sposa! Salute alla sposa! Salute alla splendida coppia!»
Quando i partecipanti alle nozze si allontanarono e la folla cominciò a diradarsi, restituì la bimba alla madre e si recò in chiesa, per riprendersi dalla sua eccitazione e per riposarsi. All’interno del duomo l’aria era satura d’incenso, che fuoriusciva in freddi vapori da due turiboli ai lati dell’altare e si stendeva come una coltre soffocante sugli odori più delicati delle persone che erano appena state sedute in quel luogo. Grenouille sedette su un banco sotto il coro.
D’un tratto lo sopraffece una grande contentezza. Non ebbra, come quella che aveva provato un tempo in seno alla montagna durante le sue orge solitarie, bensì una contentezza molto fredda e sobria, qual è quella prodotta dalla consapevolezza del proprio potere. Adesso sapeva di che cosa era capace. Con mezzi estremamente scarsi, grazie al proprio genio, aveva ricreato il profumo dell’uomo, e l’aveva centrato così bene al primo tentativo, che anche un bambino si era fatto ingannare da lui. Adesso sapeva che poteva fare ancora di più. Sapeva che poteva migliorare questo profumo. Avrebbe potuto creare un profumo non soltanto umano, bensì sovrumano, un profumo angelico, così indescrivibilmente buono e vitale che chi l’avesse annusato ne sarebbe stato affascinato e avrebbe dovuto amare con tutto il suo cuore lui, Grenouille, il portatore di quel profumo.
Sì, amarlo dovevano, quando erano soggiogati dal suo profumo, non soltanto accettarlo come un loro pari, amarlo fino alla follia, all’abnegazione, tremare d’estasi dovevano, gridare, piangere di gioia senza sapere perché, in ginocchio dovevano cadere, come sotto il freddo incenso di Dio, non appena sentivano l’odore di lui, di Grenouille! Voleva essere il dio onnipotente del profumo, così come lo era stato nella sua fantasia, ma ora nel mondo reale e regnando su uomini reali. E sapeva che ciò era in suo potere. Poiché gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro. Con esso penetrava negli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore, e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava i cuori degli uomini.
Del tutto calmo, Grenouille stava seduto sulla panca del duomo di Saint-Pierre e sorrideva. Non era in uno stato d’animo euforico, quando aveva concepito il progetto di dominare gli uomini. Non vi era alcun guizzo di follia nei suoi occhi, e non una smorfia insensata deformava il suo viso. Non era fuori di sé. Era così limpido e sereno di spirito che si chiese perché poi voleva farlo. E si disse che lo voleva perché era malvagio fino alle midolla. E questo lo fece sorridere, ed era molto contento. Aveva un’aria del tutto innocente, come una persona qualsiasi che è felice.
Rimase seduto così ancora un poco, in reverente silenzio, e inspirò a pieni polmoni l’aria satura d’incenso. E di nuovo sul suo volto passò un lieto sorriso di compiacimento: che odore scadente aveva questo Dio! Com’era ridicolmente malcombinato il profumo che questo Dio emanava da sé. Non era nemmeno vero profumo d’incenso, quello che esalava dai turiboli. Era un cattivo surrogato, adulterato con legno di tiglio e polvere di cannella e salnitro. Dio puzzava. Dio era un povero puzzoncello. Veniva ingannato, questo Dio, oppure lui stesso era un impostore, non diversamente da Grenouille… soltanto molto peggiore!
33
Il marchese de la Taillade-Espinasse era entusiasta del nuovo profumo. Anche per lui, disse, scopritore del «fluidum letale», era sorprendente constatare l’enorme influenza che esercitava sulle condizioni generali di un individuo una cosa insignificante e fugace come un profumo, a seconda che la sua provenienza fosse legata alla terra o lontana da essa. Grenouille, che soltanto poche ore prima era pallido ed era stato prossimo a uno svenimento, aveva un aspetto fresco e fiorente come qualsiasi altro uomo sano della sua età, anzi, si potrebbe dire che — con tutti i limiti accettabili per un uomo del suo ceto e della sua scarsa cultura — aveva acquisito qualcosa di simile a una personalità. In ogni caso lui, Taillade-Espinasse, nel capitolo riguardante la dietetica vitale del suo trattato di prossima pubblicazione sulla teoria del «fluidum letale», avrebbe dato comunicazione dell’avvenimento. Ma ora, per prima cosa, voleva profumarsi con il nuovo aroma.
Grenouille gli porse i due flaconi con il profumo di fiori convenzionale, e il marchese se lo spruzzò addosso. Si mostrò molto soddisfatto dell’effetto. Dopo essere stato oppresso per anni da quel terribile aroma alla violetta come da piombo — confessò — si sentiva quasi come se gli spuntassero ali di fiori; e se non sbagliava, l’atroce dolore al ginocchio come pure il rombo alle orecchie erano diminuiti; nell’insieme si sentiva pieno di slancio, tonificato e ringiovanito di qualche anno. Si avvicinò a Grenouille, lo abbracciò e lo chiamò «mio fratello fluidale», aggiungendo che non si trattava affatto di un titolo mondano, bensì puramente spirituale, «in conspectu universalitatis fluidi letalis», di fronte alla quale — di fronte alla quale soltanto! — tutti gli uomini erano uguali; progettava anche — e disse questo staccandosi da Grenouille, in verità molto amichevolmente, con nessuna ripugnanza, quasi come staccandosi da un suo pari — di fondare al più presto una loggia internazionale sovraccorporativa, il cui scopo doveva essere quello di sgominare totalmente il «fluidum letale» e di sostituirlo in brevissimo tempo con «fluidum vitale» puro, e già fin d’ora prometteva di acquisire Grenouille come primo proselito. Poi si fece scrivere su un foglio la ricetta per il profumo di fiori, la intascò e regalò a Grenouille cinquanta luigi d’oro.
Esattamente una settimana dopo la sua prima conferenza, il marchese de la Taillade-Espinasse ripresentò il suo protetto nell’aula dell’università. L’affollamento era enorme. Tutta Montpellier era venuta, non soltanto quella scientifica, ma anche e soprattutto la Montpellier mondana, e vi erano molte signore che volevano vedere il favoloso uomo della caverna. E sebbene gli avversari di Taillade, principalmente rappresentanti del Circolo di Amici dei Giardini Botanici dell’Università e membri della Società per la Promozione Agricola, avessero mobilitato tutti i loro sostenitori, la manifestazione fu un successo fulminante. Per ricordare al pubblico lo stato di Grenouille della settimana precedente, dapprima Taillade-Espinasse fece circolare disegni che mostravano l’uomo della caverna in tutta la sua bruttezza e degradazione. Poi fece introdurre il nuovo Grenouille, con la sua bella giacca di velluto blu e camicia di seta, imbellettato, incipriato e pettinato; e già il modo in cui camminava, cioé ritto e con passi aggraziati ed elegante movimento d’anca, il modo con cui raggiungeva il podio senza nessun aiuto da parte altrui, s’inchinava profondamente, facendo cenno ora qui ora là con un sorriso, fece ammutolire tutti i dubbiosi e i critici. Anche gli Amici dei Giardini Botanici dell’Università tacquero sconfitti. Troppo clamorosa era la trasformazione, troppo sconvolgente il miracolo che qui si era palesemente verificato: dove la settimana prima si era accucciato un animale spelacchiato, imbarbarito, adesso stava ritto un uomo davvero civilizzato, con un bel personale. Nella sala si diffuse un’atmosfera quasi solenne, e quando Taillade-Espinasse dette inizio alla conferenza, regnava un silenzio totale. Egli sviluppò ancora una volta la sua teoria, sufficientemente nota, del «fluidum letale» proveniente dalla terra, spiegò poi con quali mezzi meccanici e dietetici l’avesse scacciato dal corpo del dimostrante e sostituito con «fluidum vitale», e infine esortò tutti i presenti, amici e nemici, a deporre la resistenza contro la nuova dottrina di fronte a una simile schiacciante evidenza e a combattere il fluido malefico unitamente a lui, Taillade-Espinasse, aprendosi al buon «fluidum vitale». A questo punto allargò le braccia e levò gli occhi al cielo, e molti degli studiosi lo imitarono e le donne piansero.