Tutto questo naturalmente non danneggiò affatto la sua dottrina. Al contrario. Presto si diffuse la leggenda che si fosse unito in matrimonio sulla cima della montagna con il fluido vitale eterno, che si fosse dissolto in esso ed esso in lui, e che da allora in poi aleggiasse invisibile, ma in eterna giovinezza, sulla cima dei Pirenei: chi saliva fino a lui diventava parte di lui e per un anno era risparmiato dalla malattia e dal processo dell’invecchiamento. Fino al tardo diciannovesimo secolo la teoria fluidale di Taillade fu propugnata da parecchie cattedre di medicina e applicata come terapia in molte associazioni occulte. E ancora oggi ai due versanti dei Pirenei, cioé a Perpignan e a Figueras, esistono logge segrete di seguaci di Taillade, che s’incontrano una volta all’anno per scalare il Pic du Canigou.
Là accendono un grande fuoco: dicono in occasione del solstizio e in onore di san Giovanni, ma in realtà lo fanno per rendere omaggio al loro maestro Taillade-Espinasse e al suo grande «fluidum», e per ottenere la vita eterna.
Parte terza
35
Mentre Grenouille aveva impiegato sette anni per compiere la prima tappa del suo viaggio attraverso la Francia, portò a termine la seconda in meno di sette giorni. Non evitò più le strade animate e le città, non fece più deviazioni. Aveva un odore, aveva denaro, aveva fiducia in sé e aveva fretta.
La sera stessa del giorno in cui aveva lasciato Montpellier raggiunse Le Grau-du-Roi, un piccolo porto a sud-ovest di Aigues-Mortes, dove s’imbarcò per Marsiglia su un veliero da carico. A Marsiglia non lasciò neppure il porto, ma cercò subito una nave, che lo portò lungo la costa verso est. Dopo due giorni era a Tolone, dopo altri tre giorni a Cannes. Il resto del viaggio lo fece a piedi. Seguì un sentiero che portava a nord verso l’interno del paese, su per le colline.
Due ore dopo era in cima, e davanti a lui si stendeva un bacino di parecchie miglia, un paesaggio fatto come un’enorme conca, i cui confini tutt’attorno consistevano in colline dai morbidi pendii e in catene di montagne dirupate, mentre la vasta conca era coperta di campi appena coltivati, di giardini e di boschi di ulivi. Su questa conca c’era un clima del tutto particolare, stranamente intimo. Sebbene il mare fosse così vicino che si riusciva a vederlo dalla cima delle colline, lì non c’era nulla di marittimo, nulla di salato e sabbioso, nulla di aperto, bensì un quieto isolamento, come se la costa fosse distante molti giorni di viaggio. E sebbene verso nord si ergessero le grandi montagne, sulle quali rimaneva e sarebbe rimasta ancora a lungo la neve, lì non si avvertiva niente di rude o di stentato, e non c’erano correnti fredde. La primavera era molto più avanzata che a Montpellier. Una leggera foschia copriva i campi come una campana di vetro. Gli albicocchi e i mandorli erano in fiore, e il profumo dei narcisi si diffondeva nell’aria tiepida.
All’altro limite della grande conca, a forse due miglia di distanza, sulle ripide montagne, era adagiata, o per meglio dire incollata, una città. Vista da lontano non dava un’impressione di particolare grandiosità. Non c’era un duomo possente che svettasse al di sopra delle case, ma soltanto un piccolo cono di campanile, non c’era una rocca dominante né un edificio sfarzoso che colpisse l’attenzione. Le mura apparivano tutt’altro che imponenti, qua e là le case sporgevano fuori della loro cerchia, soprattutto in basso verso la pianura, e conferivano a tutto il circondario un aspetto un po’ logoro. Era come se quel luogo fosse stato già troppe volte conquistato e poi sbloccato dall’assedio, come se fosse stanco di continuare a opporre una vera e propria resistenza nei confronti di intrusi futuri… ma non per debolezza, bensì per indolenza o addirittura per un senso di potenza. Era come se non sentisse la necessità di far sfoggio di sé. Dominava la grande conca profumata ai suoi piedi, e questo sembrava bastargli.
Quel luogo insignificante e nel contempo consapevole di sé era la città di Grasse, da alcuni decenni incontestata metropoli della produzione e del commercio di sostanze odorose, articoli di profumeria, saponi e olii. Giuseppe Baldini aveva sempre pronunciato il suo nome con estasi rapita. Quella città era la Roma dei profumi, la terra promessa dei profumieri, e chi non si era guadagnato i galloni a Grasse non portava a buon diritto il nome di profumiere.
Grenouille guardò la città di Grasse con occhi spassionati. Non cercava la terra promessa della profumeria, non si sentiva allargare il cuore alla vista del nido incollato lassù sui pendii. Era venuto perché sapeva che lì si potevano imparare alcune tecniche per estrarre il profumo meglio che altrove. E di queste voleva impossessarsi, perché gli servivano per i suoi scopi. Prese dalla tasca il flacone con il suo profumo, se lo picchiettò addosso con parsimonia e si mise in cammino. Dopo un’ora e mezzo, verso mezzogiorno, era a Grasse.
Mangiò in un’osteria al limite superiore della città in Place aux Aires. La piazza era attraversata in lunghezza da un ruscello nel quale i conciatori lavavano le loro pelli, e successivamente le stendevano ad asciugare. L’odore era così pungente da rovinare il gusto del cibo a più d’un ospite. Ma non a lui, Grenouille. L’odore gli era familiare, gli dava un senso di sicurezza. In tutte le città, per prima cosa andava sempre a cercare il quartiere dei conciatori. Poi, quando usciva dalla sfera del puzzo, ed esplorava partendo da lì le altre zone del luogo, gli sembrava di non essere più uno straniero.
Girovagò tutto il pomeriggio per la città. Era incredibilmente sporca, nonostante o piuttosto proprio a causa della molta acqua, che sgorgava da una quantità di sorgenti e fontane, scorreva gorgogliando in ruscelli e rigagnoli incontrollati giù per la città e minava i vicoli oppure li inondava di fango. In molti quartieri le case erano così fitte che restava soltanto un cubito di spazio per i passaggi e le scalette, e i passanti che li attraversavano nel fango dovevano stringersi l’uno all’altro. E anche sulle piazze e sulle poche strade più larghe, i carri riuscivano a evitarsi a stento.
Tuttavia, nonostante lo sporco, il sudiciume e la mancanza di spazio, la città ferveva di attività artigianale. Nel suo giro di ricognizione Grenouille constatò che c’erano non meno di sette saponifici, una dozzina di maestri profumieri e guantai, innumerevoli distillerie, pomaterie e spezierie minori e infine circa sette mercanti che trattavano aromi en gros.
Naturalmente si trattava di commercianti che disponevano di vere e proprie ditte all’ingrosso per il commercio delle sostanze aromatiche. Spesso dalle loro case non si sarebbe detto. Le facciate che davano sulla strada avevano un aspetto borghese medio. Ma quello che era accumulato là dietro, nei solai e in enormi cantine, botti di olio, cataste di saponi alla lavanda dei più fini, damigiane di acque di fiori, di vini, di alcool, balle di cuoio profumato, sacchi e cassapanche e casse stipate di spezie — Grenouille lo percepiva al fiuto in tutti i particolari attraverso i muri più spessi — erano ricchezze che neanche i principi possedevano. E quando acuiva l’olfatto, annusando al di là dei prosaici negozi e magazzini che davano sulla strada, scopriva che sul lato posteriore di queste casette borghesi disposte a scacchiera si trovavano dimore della specie più lussuosa. Attorno a giardini piccoli ma deliziosi, in cui crescevano palme e oleandri e mormoravano graziose fontane a zampillo circondate da aiuole, si estendevano, per lo più costruite verso sud a forma di «U», le vere e proprie ali della casa: camere da letto inondate di sole e ricoperte da tappeti di seta al piano superiore, saloni sontuosi rivestiti di legno esotico al piano terra e sale da pranzo, talvolta sporgenti nel vuoto come una terrazza, in cui si pranzava davvero, come aveva raccontato Baldini, in piatti di porcellana con posate d’oro. I signori che abitavano dietro queste quinte discrete avevano odore d’oro e di potere, di solida e consistente ricchezza, e quest’odore in loro era più forte di tutto quello che Grenouille aveva annusato finora al riguardo durante il suo viaggio attraverso la provincia.