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Non lontano dalla Porte des Fénéants, in Rue de la Louve, Grenouille trovò un piccolo laboratorio di profumiere e chiese lavoro.

Risultò che il padrone, maître parfumeur Honoré Arnulfi, era morto l’inverno precedente e che la sua vedova, una donna vivace dai capelli neri sui trent’anni circa, dirigeva il negozio soltanto con l’aiuto di un garzone.

Madame Arnulfi, dopo essersi lamentata a lungo dei tempi duri e della sua precaria situazione economica, spiegò che in realtà non avrebbe potuto permettersi un secondo garzone, ma che d’altra parte gliene occorreva uno con urgenza a causa del lavoro che sopravveniva, inoltre che non avrebbe proprio potuto ospitare a casa presso di sé un secondo garzone, tuttavia aveva una piccola capanna nel suo oliveto dietro al chiostro dei francescani — a neanche dieci minuti da lì — nella quale un giovanotto senza pretese all’occorrenza avrebbe potuto pernottare; e che, come padrona coscienziosa, si rendeva conto della sua responsabilità nei confronti della salute fisica dei suoi garzoni, ma d’altronde non era assolutamente in grado di fornire due pasti caldi al giorno… in breve: Madame Arnulfi era — come ovviamente il fiuto di Grenouille aveva già avvertito da tempo — una donna sanamente benestante e con un sano senso degli affari. E poiché a lui non interessava il denaro e si dichiarò soddisfatto di due franchi di salario la settimana e delle altre misere condizioni, si accordarono rapidamente. Fu chiamato il primo garzone, un uomo gigantesco di nome Druot: Grenouille indovinò subito che era abituato a condividere il letto di Madame e che evidentemente quest’ultima non assumeva certe decisioni senza averlo consultato. Egli si presentò davanti a Grenouille — che al cospetto di questo gigante appariva addirittura ridicolo come una foglia al vento — a gambe larghe, diffondendo una nuvola di odore spermatico, lo squadrò, lo considerò attentamente, cercando quasi di individuare qualche proposito sleale o un possibile rivale, infine sogghignò con condiscendenza e diede il proprio assenso con un cenno.

Così tutto fu regolato. Grenouille ricevette una stretta di mano, una cena fredda, una coperta e la chiave della capanna, un bugigattolo privo di finestre che puzzava gradevolmente di sterco vecchio di pecora e di fieno, e nel quale si sistemò come poteva. Il giorno seguente cominciò il suo lavoro da Madame Arnulfî.

Era l’epoca dei narcisi. Madame Arnulfi faceva coltivare i fiori in piccoli appezzamenti di terreno suo, che possedeva fuori città nella grande conca, oppure li acquistava dai contadini, con i quali mercanteggiava accanitamente per ogni quarto di libbra. I fiori venivano consegnati la mattina presto, li rovesciavano in laboratorio a cesti, a diecimila per volta in fragranti mucchi voluminosi, ma leggeri come una piuma. Nel frattempo Druot, in un grande paiolo, faceva fondere sego di porco e sego di bue in una sorta di zuppa cremosa, nella quale, mentre Grenouille doveva mescolare senza tregua con una spatola lunga quanto una scopa, gettava i fiori freschi a palate. Come occhi spaventati a morte, essi giacevano sulla superficie per un secondo e impallidivano nel momento in cui la spatola li spingeva sotto e il grasso caldo li racchiudeva. E quasi nello stesso istante erano anche già afflosciati e appassiti, ed evidentemente la morte sopravveniva così in fretta da non lasciare a essi altra scelta se non quella di insufflare il loro ultimo sospiro odoroso proprio in quell’elemento che li annegava; infatti — Grenouille lo notava con indescrivibile entusiasmo — quanti più fiori spingeva sotto mescolando nel suo paiolo, tanto più il grasso emanava profumo. E in verità non erano i fiori morti a diffondere profumo nel grasso, no, era il grasso stesso che si appropriava del profumo dei fiori.

Talvolta la poltiglia diventava troppo densa, e dovevano colarla rapidamente in grandi setacci, per liberarla dai cadaveri estenuati e prepararla a ricevere fiori freschi. Poi gettavano dentro altre palate di fiori e mescolavano e setacciavano, così per tutto il giorno senza tregua, perché il mestiere non tollerava ritardi, finché verso sera tutto il mucchio di fiori era passato attraverso il paiolo col grasso. I resti — affinché nulla andasse perduto — venivano passati di nuovo in acqua bollente e strizzati in una pressa a vite fino all’ultima goccia, e riuscivano ancora a dare un olio dall’aroma delicato. Ma la parte più consistente del profumo, l’anima di un mare di fiori, era rimasta nel paiolo, racchiusa e conservata nel grasso, di un insignificante bianco-grigio, che si rapprendeva a poco a poco.

Il giorno seguente si continuava con la macerazione, così si chiamava questa procedura: di nuovo si accendeva il fuoco sotto il paiolo, si faceva fondere il grasso e si gettavano dentro altri fiori freschi. Così per parecchi giorni, da mattina a sera. Il lavoro era faticoso. Grenouille aveva braccia di piombo, calli alle mani e dolori alla schiena, quando la sera tornava barcollando alla sua capanna. Druot, che era almeno tre volte più robusto di lui, non lo sostituiva neppure una volta nel rimestare, ma si limitava ad aggiungere i fiori quasi privi di peso e a badare al fuoco, e talvolta, a causa del calore, si allontanava per bere un goccio. Tuttavia Grenouille non si ribellava. Rimestava i fiori nel grasso senza lamentarsi, dalla mattina alla sera, e rimestando quasi non avvertiva la fatica, perché ogni volta era affascinato dal processo che si svolgeva sotto i suoi occhi e sotto il suo naso: il rapido appassire dei fiori e l’assorbimento del loro profumo.

Dopo un certo tempo Druot constatava che il grasso era saturo e non poteva più assorbire altro profumo. Spegnevano il fuoco, setacciavano la pesante poltiglia per l’ultima volta e la versavano in recipienti di terraglia, dove essa ben presto si solidificava in una pomata dall’aroma squisito.

Questo era il momento di Madame Arnulfi, che arrivava per esaminare il prezioso prodotto, per apporvi una scritta e per registrare nei suoi libri, con la massima precisione, il ricavato secondo qualità e quantità. Dopo aver chiuso personalmente i recipienti, averli sigillati e portati nei freschi recessi della cantina, indossava il suo abito nero, metteva il suo velo vedovile e iniziava il giro tra i commercianti e le ditte di profumo della città. Con parole toccanti descriveva ai compratori la sua situazione di donna sola, si faceva fare offerte, confrontava i prezzi, sospirava e infine vendeva… o non vendeva. Le pomate profumate, conservate al fresco, si mantenevano a lungo. E se ora i prezzi lasciavano a desiderare, chissà, forse d’inverno o nella prossima primavera sarebbero risaliti. C’era anche da riflettere se non convenisse, anziché vendere a quei bottegai, inviare per nave un carico di pomate a Genova assieme ad altri piccoli produttori, oppure associarsi a un convoglio diretto a Beaucaire per la fiera d’autunno: imprese rischiose, certo, ma estremamente redditizie in caso di successo. Madame Arnulfi soppesava con cura queste diverse possibilità, e talvolta anche le combinava, vendeva una parte dei suoi tesori, un’altra la conservava e con una terza trattava a proprio rischio. Quando comunque le sue informazioni le davano l’impressione che il mercato delle pomate fosse saturo e che il prossimo futuro non lasciasse presagire penurie di prodotto che avrebbero indotto i commercianti a ricorrere alle sue scorte, correva verso casa col velo fluttuante e incaricava Druot di sottoporre tutta la produzione a un lavaggio e di tramutarla in essence absolue.