In breve tempo aveva già superato il suo maestro Druot sia nella macerazione sia nell’arte della profumazione a freddo, e gliel’aveva fatto capire nel solito modo discreto e sottomesso. Druot gli affidava volentieri il compito di andare al mattatoio ad acquistare i grassi più adatti e quello di pulirli, scioglierli, filtrarli e decidere in quale proporzione combinarli nella miscela: un compito sempre molto difficile e temuto da Druot, perché un grasso impuro, rancido o con un odore troppo forte di maiale, di montone o di bue poteva rovinare la più pregiata delle pomate. Lasciava che decidesse la distanza tra le lastre spalmate di grasso nell’ambiente della profumazione, il momento in cui cambiare i fiori, il grado di saturazione della pomata, e presto gli affidò tutte le decisioni critiche che lui, Druot, come a suo tempo Baldini, riusciva a prendere soltanto con una certa approssimazione secondo regole imparate macchinalmente, ma che Grenouille indovinava con la sapienza del suo naso: cosa che naturalmente Druot non sospettava.
«Ha una mano felice», diceva Druot, «ha un senso sicuro delle cose.» E talvolta pensava anche: «È semplicemente molto più dotato di me, è un profumiere cento volte migliore». E nello stesso tempo lo considerava uno stupido fatto e finito, perché pensava che Grenouille non traesse il minimo profitto dal suo talento; ma lui, Druot, con le sue capacità più modeste, in avvenire ne avrebbe fatto un maestro. E Grenouille lo rafforzava in questa convinzione, si comportava deliberatamente come uno sciocco, non mostrava la minima ambizione, fingeva di non sospettare affatto la propria genialità, ma di agire soltanto secondo le disposizioni del molto più esperto Druot, senza il quale lui sarebbe stato un nonnulla. In tal modo andavano perfettamente d’accordo.
Poi arrivò l’autunno e anche l’inverno. Nel laboratorio ci fu più calma. I profumi di fiori erano chiusi in cantina, nei loro recipienti e flaconi, e quando Madame non voleva lavare questa o quella pomata o non dava ordine di distillare un sacco di spezie secche, non c’era più molto da fare. C’erano ancora le olive, ogni settimana un paio di ceste colme. Spremevano da esse l’olio vergine e gettavano il resto nel frantoio. E il vino, che Grenouille in parte distillava e rettificava in alcool…
Druot si faceva vedere sempre meno. Faceva il suo dovere nel letto di Madame, e quando compariva, puzzando di sudore e di sperma, era soltanto per sparire ben presto alla volta dei Quatre Dauphins. Anche Madame scendeva di rado. Si occupava delle sue questioni patrimoniali e della trasformazione del suo guardaroba per il periodo successivo all’anno di lutto. Spesso Grenouille non vedeva nessuno per giorni tranne la serva, dalla quale a mezzogiorno riceveva una zuppa e alla sera pane e olive. Usciva di rado. Partecipava alla vita corporativa, cioé alle riunioni regolari dei garzoni e ai cortei, giusto quel tanto da non essere notato né per la sua assenza né per la sua presenza. Amicizie e conoscenze più intime non ne aveva, ma stava ben attento a non farsi considerare arrogante o diverso dagli altri. Lasciava che fossero gli altri garzoni a trovare la sua compagnia insulsa e improduttiva. Era un maestro nell’arte di diffondere attorno a sé la noia e di spacciarsi per uno sciocco maldestro… naturalmente non in modo così esagerato che ci si potesse prendere gioco di lui con piacere o farne la vittima di qualche scherzo grossolano, tipico della corporazione. Riuscì a farsi considerare del tutto privo di interesse. Lo lasciarono in pace. E lui non voleva altro.
38
Passava il suo tempo in laboratorio. A Druot diede a intendere che voleva inventare una ricetta per l’acqua di Colonia. Ma in verità sperimentava aromi del tutto diversi. Il suo profumo, quello miscelato a Montpellier, stava per terminare, sebbene lo usasse con molta parsimonia. Ne creò uno nuovo. Questa volta però non si accontentò più di imitare alla meno peggio l’odore fondamentale degli uomini usando elementi combinati più o meno a caso, ma mise in gioco tutta la sua ambizione per crearsi un profumo personale o piuttosto una serie di profumi personali.
Dapprima si fece un odore non appariscente, un abito profumato grigio-topo per tutti i giorni, in cui l’odore umano di formaggio acido era ancora presente, ma si diffondeva all’esterno quasi soltanto come attraverso uno spesso strato di indumenti di lino e di lana messi sulla pelle secca di un vecchio. Con questo odore poteva mescolarsi tranquillamente agli altri. Il profumo era abbastanza forte da motivare l’esistenza di una persona dal punto di vista olfattivo, e nel contempo abbastanza discreto da non disturbare nessuno. Con esso Grenouille non era del tutto presente in quanto a odore, e tuttavia era pur sempre giustificato, in misura estremamente discreta, nella sua presenza: una condizione ambigua che gli giungeva molto a proposito sia in casa Arnulfi sia nei suoi giri occasionali per la città.
Certo, in qualche occasione quell’aroma discreto era di ostacolo. Quando doveva fare commissioni per incarico di Druot o voleva acquistare per sé da un commerciante un po’ di zibetto o qualche granulo di muschio, poteva accadere che, dal momento che nessuno lo notava, o lo ignorassero del tutto non servendolo, o, se lo vedevano, lo servissero in modo sbagliato o si dimenticassero di lui mentre stavano servendolo. Per simili occasioni si era preparato un profumo un po’ più piccante, con una leggera traccia di sudore, con alcuni angoli e spigoli olfattori, che gli conferiva un aspetto più rude e faceva credere alla gente che andasse di fretta e che lo aspettassero affari urgenti. Anche con un’imitazione dell’aura seminalis di Druot, che seppe fabbricare in modo incredibilmente somigliante ungendo una pezza di lino con una pasta di uova fresche d’anitra e farina di frumento fermentata, ottenne discreti successi, quando si trattava di richiamare una certa attenzione.
Un altro profumo del suo arsenale era un aroma atto a suscitare compassione, che funzionava con donne di età media e avanzata. Sapeva di latte magro e di legno tenero scortecciato. Con esso Grenouille — anche quando si presentava non rasato, con la faccia scura, avvolto nel suo mantello — dava l’impressione di un povero ragazzo pallido, con una giacchetta logora, che bisognava aiutare. Le donne del mercato, quando avvertivano il suo odore, gli davano di nascosto noci e pere secche, perché trovavano che avesse un’aria davvero affamata e indifesa. E dalla moglie del macellaio, una vecchiaccia di per sé severa e inflessibile, Grenouille ebbe il permesso di scegliersi vecchi resti di carne puzzolente e pezzi di osso e di portarli via gratis, perché il suo profumo innocente commuoveva il cuore materno della vecchia. Con questi resti egli poi, facendoli macerare direttamente in alcool, fabbricò la componente principale di un odore che si metteva addosso quando voleva stare tutto solo ed essere evitato. L’odore gli creava attorno un’atmosfera di leggero disgusto, un sentore di marcio, simile all’alito che proviene da vecchie bocche malandate al momento del risveglio. L’effetto era così potente che persino Druot, non certo molto schizzinoso, doveva voltarsi immediatamente e andare all’aperto, senza ben rendersi conto di quello che l’aveva disgustato. E un paio di gocce del repellente, sparse sulla soglia della sua capanna, bastavano a tener lontano ogni possibile intruso, uomo o animale.
Protetto da questi odori diversi, che cambiava come abiti a seconda delle esigenze esterne e che gli servivano per passare inosservato nel mondo degli uomini e per non far conoscere la sua natura, Grenouille si dedicò alla sua vera passione: la raffinata caccia agli aromi. E poiché aveva in vista una meta importante e ancora più di un anno di tempo, nell’affilare le sue armi, nel limare le sue tecniche, nel perfezionare gradualmente i suoi metodi non procedeva con fervido zelo, bensì in modo pianificato e sistematico. Cominciò dal punto in cui aveva smesso quando lavorava da Baldini, cioé cercando di carpire gli aromi di cose inanimate: pietra, metallo, vetro, legno, sale, acqua, aria…