Ciò che allora era miserabilmente fallito tramite il rozzo procedimento della distillazione, ora riusciva grazie al forte potere di assorbimento dei grassi. Per un paio di giorni Grenouille spalmò di sego di bue il pomello d’ottone di una porta, di cui gli piaceva l’odore che lo permeava, di muffa fresca. Ed ecco che, quando raschiò via il sego e lo analizzò, aveva proprio l’odore di quel pomello, in misura minima, ma inequivocabilmente chiaro. E persino dopo un lavaggio in alcool l’odore era ancora presente, estremamente delicato, lontano, offuscato dall’esalazione dell’alcool e percepibile unicamente dal naso affinato di Grenouille… ma pur sempre presente, e cioé disponibile in linea di principio. Se avesse avuto diecimila pomelli e li avesse spalmati di sego per mille giorni, sarebbe riuscito a fabbricare una minuscola goccia di essence absolue dell’aroma del pomello di ottone, così intenso che ognuno avrebbe avuto innegabilmente sotto il proprio naso l’illusione dell’originale.
La stessa cosa gli riuscì con l’aroma poroso di una pietra calcarea che aveva trovato sull’uliveto davanti alla sua capanna. La fece macerare e ottenne una piccola quantità di pomata alla pietra, il cui odore infinitesimale lo rallegrò indescrivibilmente. Lo unì ad altri odori, estratti da tutti i possibili oggetti che si trovavano attorno alla sua capanna, e fabbricò a poco a poco un modello olfattivo in miniatura di quell’uliveto dietro al chiostro dei francescani, che poteva portare con sé chiuso in un piccolo flacone ed espandere quando voleva far rivivere l’odore.
Erano virtuose acrobazie dell’arte profumiera, quelle che eseguiva, splendidi passatempi, che naturalmente nessuno tranne lui poteva apprezzare o anche soltanto riconoscere. Ma quanto a lui, era affascinato dalle perfezioni assurde, e né prima né dopo nella sua vita ci furono momenti di felicità davvero innocente come in quel periodo, in cui con zelo giocoso creò paesaggi, nature morte e immagini di singoli oggetti odorosi. E ben presto passò a esseri viventi.
Diede la caccia a mosche invernali, larve, ratti, gattini appena nati e li annegò nel grasso caldo. Di notte s’insinuava nelle stalle, e per un paio d’ore avvolgeva vacche, capre e maialini in panni spalmati di grasso, o li fasciava con bende oleose. Oppure s’introduceva furtivo in un recinto di pecore per tosare in segreto un agnello e lavare poi la sua lana odorosa in alcool etilico. Dapprima i risultati non furono del tutto soddisfacenti. Infatti, diversamente dal pomello e dalla pietra, gli animali erano molto riluttanti a lasciarsi carpire il loro aroma. I maiali si strappavano le bende sfregandosi contro gli stipiti dei loro porcili. Le pecore belavano, quando lui di notte si avvicinava con il coltello. Le mucche si ostinavano a scuotersi dalle mammelle i panni spalmati di grasso. Alcuni coleotteri che trovò, mentre stava per trattarli, produssero secrezioni puzzolenti, e i ratti, sicuramente per paura, cagarono sulle sue pomate, estremamente sensibili dal punto di vista olfattivo. Diversamente dai fiori, gli animali che tentava di macerare non cedevano il loro aroma senza un lamento oppure soltanto con un muto sospiro, ma rifiutavano disperatamente di morire, non volevano a nessun costo essere spinti sotto con la spatola, si dimenavano e lottavano, producendo in tal modo quantità eccessive di sudore di paura e di morte, che con la loro iperacidità rovinavano il grasso caldo. Naturalmente così non si poteva fare un buon lavoro. I soggetti dovevano essere immobilizzati, e così all’improvviso da non arrivare neppure ad aver paura o a opporre resistenza. Doveva ucciderli.
Per prima cosa provò con un cagnolino. Davanti al mattatoio, lo distolse dalla madre e lo attirò con un pezzo di carne fino al laboratorio, e mentre l’animale, ansimando con gioiosa eccitazione, cercava di addentare la carne alla sinistra di Grenouille, quest’ultimo lo colpì seccamente alla nuca con un pezzo di legno che teneva nella mano destra. La morte sorprese il cagnolino così repentina, che esso mantenne a lungo un’espressione di felicità attorno alla bocca e negli occhi, anche quando Grenouille lo depose su una griglia tra due lastre spalmate di grasso nell’ambiente di profumazione, dove poi cominciò a diffondere il suo profumo di cane, puro, non contaminato dal sudore della paura. Naturalmente bisognava stare attenti! I cadaveri, così come i fiori recisi, si guastavano in fretta. E così Grenouille montò la guardia accanto alla sua vittima, per dodici ore circa, finché si accorse che il corpo del cane emanava le prime esalazioni di decomposizione, in verità gradevoli, ma adulteranti. Subito interruppe l’enfleurage, tolse il cadavere e mise al sicuro il grasso lievemente profumato in un paiolo, dove lo lavò con cura. Distillò l’alcool fino a ridurlo alla quantità di un ditale, e con questo ricavato riempì una minuscola cannula di vetro. Il profumo sapeva chiaramente dell’aroma umido, fresco e grasso della pelle del cane, e continuò a mantenere quest’aroma sorprendentemente forte. E quando Grenouille lo fece fiutare alla vecchia cagna del mattatoio, essa proruppe in ululati di gioia e guaì e non voleva più staccare le narici dalla cannula. Ma Grenouille la tappò con cura, la prese e la portò con sé ancora a lungo a ricordo di quel giorno di trionfo in cui era riuscito per la prima volta a carpire l’anima odorosa a un essere vivente.
Poi, molto gradualmente e con estrema cautela, si accostò agli esseri umani. Dapprima andò a caccia da una distanza di sicurezza con una rete a maglia larga, perché gl’importava non tanto fare grossi bottini, quanto piuttosto sperimentare il suo metodo di caccia.
Camuffato con il suo profumo leggero che non dava nell’occhio, una sera si mescolò agli ospiti della locanda Quatre Dauphins, e attaccò piccoli brandelli di stoffa imbevuti di olio e di grasso sotto i banchi e i tavoli e in nicchie nascoste. Qualche giorno dopo li raccolse e li esaminò. In effetti, oltre a tutte le possibili esalazioni di cucina, odori di fumo, di tabacco e di vino, avevano assorbito anche un lieve odore umano. Ma esso restava molto vago e velato, era più il sentore di un’esalazione generica che non un odore personale. Una simile aura di massa, ma più pura e intensificata nel sublime-sudaticcio, si poteva trovare nella cattedrale, dove Grenouille il 24 dicembre attaccò sotto i banchi i suoi straccetti di prova, e li riprese il 26, dopo che non meno di sette messe vi si erano depositate sopra: un orribile conglomerato di odori di sudore anale, sangue mestruale, popliti umidicci e mani contratte, frammisto al respiro emesso da mille gole che avevano cantato in coro e snocciolato avemarie, e alle esalazioni opprimenti dell’incenso e della mirra, si era condensato sugli straccetti impregnati, orribile nel suo addensamento nebuloso, privo di contorni, nauseante, e tuttavia già inconfondibilmente umano.
Il primo odore individuale Grenouille se lo procurò all’ospizio della Charité. Riuscì a trafugare il lenzuolo, destinato a essere bruciato, di un garzone valigiaio appena morto di tisi, nel quale costui era stato avvolto per due mesi. Il lenzuolo era talmente impregnato dell’unto del valigiaio, che aveva assorbito le sue esalazioni come una pasta da enfleurage, e si poté sottoporre direttamente al lavaggio. Il risultato dette qualcosa di simile a uno spettro: dal punto di vista olfattivo, sotto il naso di Grenouille il valigiaio risuscitò dalla soluzione di alcool etilico, e fluttuò per la stanza, anche se spettralmente alterato dal singolare metodo della riproduzione e dai numerosi miasmi della sua malattia, ma tuttavia discretamente riconoscibile come immagine olfattiva individuale: un uomo piccolo di trent’anni, biondo, col naso tozzo, gli arti corti, i piedi piatti simili a cera, il membro enfiato, il temperamento bilioso e l’alito insipido: non certo un bell’uomo dal punta di vista olfattivo, questo valigiaio, non degno di essere conservato oltre come quel piccolo cane. E tuttavia Grenouille lo lasciò fluttuare come spirito odoroso per una notte intera nella sua capanna, e continuò a fiutarlo, felice e profondamente soddisfatto per il potere che aveva acquisito sull’aura di un altro uomo. Il giorno seguente lo gettò via.