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In quei giorni d’inverno fece un’altra prova. A una mendicante muta, di passaggio in città, diede un franco affinché portasse per un giorno sulla pelle nuda straccetti trattati con diverse misture di grasso e d’olio. Risultò che una combinazione di grasso di reni di agnello e di sego di porco e di vacca depurati più volte in proporzione due/cinque/tre, con l’aggiunta di piccole dosi di olio vergine, era la più adatta ad assorbire l’odore umano.

Con ciò Grenouille si ritenne appagato. Rinunciò a impossessarsi di un essere umano vivo nella sua totalità e a utilizzarlo per carpirgli il profumo. Una cosa simile sarebbe sempre stata rischiosa e non avrebbe procurato cognizioni nuove. Ora sapeva di possedere le tecniche per carpire l’odore di un uomo, e non era necessario provarlo ancora a se stesso.

Inoltre, l’odore umano di per sé gli era indifferente. Con surrogati poteva imitare discretamente l’odore dell’uomo. Quello che voleva, era l’odore di certi esseri umani: e cioé le creature estremamente rare che ispirano l’amore. Queste erano le sue vittime.

39

In gennaio la vedova Arnulfi sposò il suo primo garzone Dominique Druot, che in tal modo fu promosso Maître gantier e parfumeur. Ci fu un gran pranzo per i maestri della corporazione e uno più modesto per i garzoni; Madame acquistò un materasso nuovo per il suo letto, che ora condivideva ufficialmente con Druot, e tirò fuori dall’armadio il suo guardaroba colorato. Per il resto tutto rimase come prima. Mantenne il buon vecchio nome di Arnulfi, mantenne il patrimonio indiviso, la conduzione finanziaria della ditta e le chiavi della cantina; Druot adempiva quotidianamente i suoi doveri sessuali e poi si rinfrescava col vino; e Grenouille, sebbene ora fosse primo e unico garzone, sbrigava il grosso del lavoro che sopravveniva con lo stesso salario esiguo, lo stesso vitto modesto e lo stesso misero alloggio.

L’anno cominciò con la marea gialla delle cassie, con i giacinti, con la fioritura delle violette e con i narcotici narcisi. Una domenica di marzo — era trascorso forse un anno dal suo arrivo a Grasse — Grenouille si mise in cammino per andare a controllare lo stato delle cose nel giardino dietro il muro all’altro limite della città. Questa volta era preparato al profumo, sapeva molto bene quello che l’aspettava… e tuttavia, quando lo fiutò, già alla Porte Neuve, appena a mezza strada da quel punto accanto al muro, il cuore gli batté più forte, e sentì che il sangue gli guizzava nelle vene dalla felicità: c’era ancora, la pianta incomparabilmente bella, aveva superato indenne l’inverno, era in succhio, cresceva, si espandeva, buttava splendide infiorescenze! Il suo profumo, come si era aspettato, era diventato più intenso senza perdere in finezza. Ciò che ancora un anno prima si era diffuso con delicatezza a spruzzi e a gocce, adesso si era quasi composto in un fiume d’aroma lievemente pastoso, che s’iridava di mille colori e tuttavia fissava ogni tonalità e non la lasciava più sfuggire. E questo fiume, constatò raggiante Grenouille, si alimentava da una fonte sempre più rigogliosa. Un anno ancora, soltanto un anno, soltanto dodici mesi ancora, e questa fonte sarebbe traboccata, e lui sarebbe tornato a catturare il getto impetuoso del suo profumo.

Corse lungo il muro fino al punto conosciuto dietro a cui si trovava il giardino. Sebbene la fanciulla non fosse evidentemente in giardino, bensì in casa, in una stanza dietro a finestre chiuse, il suo aroma spirava verso il basso come una lieve brezza ininterrotta. Grenouille stava completamente immobile. Non era inebriato o stordito come la prima volta che l’aveva sentito. Era colmo del sentimento di felicità dell’amante che spia o contempla la sua adorata da lontano e sa che verrà a prenderla tra un anno per portarla con sé. Invero Grenouille, la zecca solitaria, il bruto, il mostro Grenouille, che mai aveva provato amore e mai avrebbe potuto ispirare amore, quel giorno di marzo stava accanto alle mura della città di Grasse e amava, e il suo amore lo rendeva profondamente felice.

Non amava certo un essere umano, non certo la fanciulla della casa dietro il muro. Amava il profumo. Solo quello e nient’altro, e quello soltanto perché sarebbe stato il suo. Sarebbe tornato a prenderlo fra un anno, lo giurò sulla sua vita. E dopo aver fatto questo strano voto, o promessa di fidanzamento, dopo questa promessa di fedeltà a se stesso e al suo futuro profumo, lasciò il luogo con animo lieto e rientrò in città attraverso la Porte du Cours.

La notte, steso nella sua capanna, ancora una volta richiamò il profumo dalla memoria — non poté resistere alla tentazione — e s’immerse in esso, lo accarezzò e se ne lasciò accarezzare, così intimo, così favolosamente vicino, come se già lo possedesse realmente, il suo profumo, il suo profumo personale, e lo amò in sé e amò se stesso in lui in un prezioso momento d’ebbrezza. Voleva portarsi nel sonno questo sentimento, questo innamoramento di sé. Ma proprio nel momento in cui chiuse gli occhi e già al prossimo respiro si sarebbe assopito, esso lo abbandonò, d’un tratto era scomparso e in sua vece nella stanza c’era l’odore acre e freddo della stalla delle capre.

Grenouille sussultò. «Che cosa avverrà», pensò, «se questo profumo, che sarà mio… che cosa avverrà, quando finirà? Non è come nella memoria, dove tutti i profumi sono immortali. Quello reale si consuma nel mondo. È fugace, e quando si sarà esaurito, la fonte da cui l’ho preso non esisterà più. E io sarò nudo come prima, e dovrò arrangiarmi con i miei surrogati. No, sarà peggio di prima! Poiché nel frattempo l’avrò conosciuto e posseduto, il mio splendido profumo personale, e non riuscirò a dimenticarlo, perché non dimentico mai un profumo. E dunque vivrò tutta la vita del ricordo che ne ho; come già adesso, per un momento, ho vissuto del ricordo anticipato di lui, che sarà mio… A che cosa mi serve, dunque?»

Questo pensiero fu estremamente spiacevole per Grenouille. Lo spaventava moltissimo l’idea di dover inevitabilmente perdere il profumo, che ancora non possedeva, quando l’avesse posseduto. Per quanto tempo sarebbe durato? Qualche giorno? Qualche settimana? Un mese forse, se l’avesse usato con estrema parsimonia? E poi? Si vedeva già versare l’ultima goccia dalla bottiglia, sciacquare il flacone con alcool etilico, affinché neanche un minimo residuo andasse perduto, e poi vedeva, sentiva che il suo amato profumo si dileguava irrimediabilmente e per sempre. Sarebbe stato come un lento morire, come una sorta di asfissia alla rovescia, uno straziante graduale evaporare del suo sé nell’orribile mondo.

Rabbrividì. Fu sopraffatto dal desiderio di uscire nella notte e di andarsene. Sui monti innevati voleva andare, senza fermarsi, a cento miglia di distanza, nell’Auvergne, e là strisciare nella sua vecchia caverna e dormire fino alla morte. Ma non lo fece. Rimase dov’era e non cedette al desiderio, sebbene fosse forte. Non gli cedette perché era un suo vecchio desiderio andarsene e rinchiudersi in una caverna. Lo conosceva già. Quello che non conosceva era il possesso di un profumo umano, un profumo stupendo come quello della fanciulla dietro il muro. E anche se sapeva che avrebbe dovuto pagare un prezzo terribilmente alto per il possesso di questo profumo e la sua perdita, tuttavia il possesso e la perdita gli sembravano più degni d’esser desiderati che non la secca rinuncia a entrambi. Poiché sempre aveva rinunciato a qualcosa. Ma mai aveva posseduto e perso qualcosa.

A poco a poco i dubbi svanirono e con essi anche i brividi di freddo. Sentì che il sangue caldo lo rianimava, e la volontà di fare ciò che si era proposto riprendeva possesso di lui. Ed era una volontà ancora più forte di prima, poiché adesso non derivava più da un puro desiderio, bensì anche da una decisione ponderata. La zecca Grenouille, messa di fronte alla scelta se disseccarsi o lasciarsi cadere, si decise per la seconda ipotesi, ben sapendo che questa caduta sarebbe stata l’ultima. Si stese di nuovo sul giaciglio, piacevolmente nella paglia, piacevolmente sotto la coperta, e si sentì molto eroico.