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Richis sapeva che con un procedimento così affrettato avrebbe alzato il prezzo per l’unione della sua casa con quella dei de Bouyon in misura del tutto sproporzionata. Se avesse potuto aspettare, l’avrebbe ottenuta a minor prezzo. Il barone avrebbe mendicato in ginocchio di poter elevare il rango della figlia di un grande commerciante borghese tramite il matrimonio con suo figlio, perché la fama della bellezza di Laure era senz’altro destinata ad accrescersi, esattamente come la ricchezza di Richis e la miseria di Bouyon! Ma fosse pure! In questa transazione commerciale il suo avversario non era il barone, bensì l’assassino sconosciuto. L’importante per lui era rovinargli l’affare. Una donna sposata, defiorata e se possibile già ingravidata, non era più adatta alla galleria esclusiva dell’assassino. L’ultimo pezzo del mosaico sarebbe stato falso, Laure avrebbe perso qualsiasi valore per l’assassino, la cui opera sarebbe fallita. E doveva sentire tutto il peso di questa sconfitta! Richis voleva celebrare le nozze a Grasse, con gran pompa e davanti a tutti. E anche se non conosceva e non avrebbe mai conosciuto il suo avversario, sarebbe pur stato un piacere per Richis sapere che quello assisteva all’avvenimento ed era costretto a vedere con i propri occhi che la sua preda più ambita gli veniva portata via sotto il naso. Il piano era ben escogitato. E di nuovo dobbiamo ammirare il fiuto di Richis, che l’aveva portato così vicino alla verità. Poiché in effetti il matrimonio di Laure Richis con il figlio del barone de Bouyon avrebbe significato una sconfitta totale per l’assassino delle fanciulle di Grasse. Ma il piano non era ancora stato realizzato. Richis non aveva ancora messo in salvo sua figlia con il matrimonio. Non l’aveva ancora portata fino al convento sicuro di Saint-Honorat. I tre cavalieri stavano ancora attraversando le montagne inospitali del Tanneron. I sentieri erano così difficoltosi che talvolta bisognava scendere da cavallo. Tutto procedeva molto lentamente. Speravano di raggiungere il mare presso La Napoule, una piccola località a ovest di Cannes, verso sera.

44

Nel momento in cui Laure Richis lasciava Grasse con suo padre, Grenouille si trovava dall’altra parte della città nel laboratorio di Madame Arnulfi, e macerava giunchiglie. Era solo, ed era di buon umore. Il suo periodo di Grasse si avviava alla fine. Il giorno del trionfo era imminente. Nella capanna là fuori, in una cassettina foderata d’ovatta, c’erano ventiquattro minuscoli flaconi con l’aura condensata in gocce di ventiquattro vergini: le essenze più preziose che Grenouille aveva ottenuto l’anno prima mediante l’enfleurage a freddo dei corpi, la macerazione dei capelli e dei vestiti, il lavaggio e la distillazione. E quel giorno Grenouille si sarebbe impossessato della venticinquesima, la più preziosa e la più importante. Per quest’ultimo colpo aveva già preparato un piccolo recipiente con grasso depurato più volte, una pezza di lino finissimo e un pallone di alcool ad alta gradazione. Il terreno era stato sondato con estrema precisione. Era il periodo della luna nuova.

Sapeva che un tentativo di irruzione improvvisa nell’edificio ben custodito di Rue Droite era assurdo. Per questo voleva insinuarsi e nascondersi in qualche angolo della casa già all’inizio del tramonto, prima ancora che chiudessero le porte della città, protetto dalla propria mancanza di odore, che, come una cappa magica, lo sottraeva alla percezione di uomini e animali. Più tardi, mentre tutti dormivano, sarebbe salito fino alla stanza del suo tesoro, guidato nell’oscurità dalla bussola del suo naso. Avrebbe eseguito il lavoro sul luogo con la pezza imbevuta di grasso. Avrebbe portato via, come d’abitudine, soltanto capelli e vestiti, dal momento che queste parti si potevano trattare direttamente in alcool etilico, un’operazione che era più comodo portare a termine in laboratorio. Per l’elaborazione finale della pomata e la sua distillazione in concentrato aveva calcolato una seconda notte. E se tutto andava bene — e non aveva motivo di dubitare che tutto sarebbe andato bene — due giorni dopo sarebbe stato in possesso di tutte le essenze atte a comporre il miglior profumo del mondo, e avrebbe lasciato Grasse come l’uomo dall’odore migliore del mondo.

Verso mezzogiorno finì il suo lavoro con le giunchiglie. Spense il fuoco, mise il coperchio al paiolo con il grasso e uscì dal laboratorio per rinfrescarsi. Il vento arrivava da ovest.

Già alla prima inspirazione s’accorse che qualcosa non andava. L’atmosfera non era la solita. Nella cappa odorosa della città, questo velo intessuto di migliaia di fili, mancava il filo d’oro. Durante le ultime settimane questo filo odoroso era diventato così intenso che Grenouille l’aveva percepito con chiarezza persino oltre la città, nella sua capanna. Ora se n’era andato, sparito, non si avvertiva più nemmeno fiutando con la massima energia. Grenouille era come paralizzato dallo spavento.

È morta, pensò. Poi, ancora più orribile: un altro è arrivato prima di me. Un altro ha strappato il mio fiore e si è impadronito del suo profumo! Non si mise a gridare, era troppo sconvolto per farlo, ma arrivò alle lacrime, che salirono agli angoli dei suoi occhi e subito scivolarono giù ai lati del naso.

In quel momento Druot, di ritorno dai Quatre Dauphins, tornava a casa per il pranzo, e en passant raccontò che la mattina di buon’ora il secondo console era partito per Grenoble con sua figlia e dodici muli. Grenouille ricacciò le lacrime e si allontanò di corsa, attraversando la città fino alla Porte du Cours. Sulla piazza antistante la porta si fermò e fiutò. E in effetti, nel vento puro dell’ovest, incontaminato dagli odori della città, ritrovò il suo filo d’oro, sia pure esile e fievole, ma tuttavia inconfondibile. Comunque l’amato aroma non proveniva da nord-ovest, dove c’era la strada per Grenoble, bensì dalla direzione di Cabris, se non addirittura da sud-ovest.

Grenouille chiese alla guardia che strada avesse imboccato il secondo console. La sentinella indicò il nord. Non la strada per Cabris? O l’altra, che portava a sud verso Auribeau e La Napoule? No di certo, disse la sentinella, l’aveva visto con i suoi occhi.

Grenouille tornò indietro di corsa per la città fino alla sua capanna, mise nella sua sacca da viaggio la pezza di lino, il recipiente con la pomata, la spatola, le forbici e una piccola clava liscia di legno d’ulivo e si mise subito in cammino: non sulla strada per Grenoble, bensì sulla via che gli indicava il suo naso: verso sud.

Questa strada, la via diretta per La Napoule, passava lungo le propaggini del Tanneron attraverso gli avvallamenti fluviali di Frayère e Siagne. Era un percorso comodo. Grenouille procedette rapidamente. Quando alla sua destra emerse Auribeau, aggrappata in alto, sulle cime tondeggianti, il suo olfatto gli disse che aveva quasi raggiunto i fuggitivi. Poco dopo si trovò più o meno alla loro altezza. Ora sentiva l’odore di ognuno di loro, sentiva persino l’esalazione dei loro cavalli. Potevano essere non più di mezzo miglio a ovest, da qualche parte nelle foreste del Tanneron. Si dirigevano a sud, verso il mare. Esattamente come lui.

Verso le cinque del pomeriggio Grenouille raggiunse La Napoule. Entrò nella locanda, mangiò e chiese una sistemazione economica per la notte. Era un garzone conciatore di Nizza, disse, diretto a Marsiglia. Poteva pernottare nella stalla, risposero. Là si stese in un angolo e si mise a riposare. Il suo olfatto gli disse che i tre cavalieri erano in arrivo. Ormai si trattava soltanto di aspettare.