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Due ore dopo — era già il tardo crepuscolo — i tre arrivarono. Per proteggere il loro incognito si erano cambiati i vestiti. Ora le due donne indossavano abiti scuri e un velo, e Richis una giacca nera. Diede a intendere d’essere un gentiluomo proveniente da Castellane, l’indomani voleva recarsi alle isole Lérins, il locandiere doveva trovare una barca che stesse pronta all’alba. Oltre a lui e ai suoi c’erano forse altri ospiti alla locanda? No, disse il locandiere, soltanto un garzone conciatore di Nizza, che pernottava nella stalla.

Richis mandò le donne nelle camere. Quanto a lui, andò nella stalla a prendere qualcosa dalle bisacce, così disse. Dapprima non riuscì a vedere il garzone conciatore, dovette farsi dare una lanterna dallo stalliere. Poi lo scorse disteso in un angolo, su una vecchia coperta sopra la paglia, la testa appoggiata contro la sua sacca da viaggio, profondamente addormentato. Aveva un aspetto così totalmente insignificante, che Richis per un attimo ebbe l’impressione che non esistesse affatto, ma fosse soltanto un’immagine illusoria creata dalle ombre oscillanti della lanterna. Comunque Richis stabilì subito che quell’essere innocuo in modo persino commovente non poteva rappresentare il minimo pericolo, si allontanò pian piano per non disturbarne il sonno e rientrò nella locanda.

Cenò assieme alla figlia in camera. Non le aveva spiegato lo scopo e la meta dello strano viaggio, e non lo fece neanche ora, sebbene lei glielo chiedesse con insistenza. L’indomani gliel’avrebbe rivelato, disse, e poteva star certa che tutto ciò che lui progettava e faceva sarebbe stata la cosa migliore per lei e per la sua felicità futura.

Dopo cena giocarono alcune partite a «L’hombre», che lui perse tutte, perché anziché guardare le proprie carte guardava di continuo il volto della figlia, per godere della sua bellezza. Verso le nove la condusse nella sua stanza, che si trovava di fronte alla propria, le diede il bacio della buonanotte e chiuse a chiave la porta dall’esterno. Poi andò a coricarsi anche lui.

D’un tratto si sentì molto stanco per le fatiche del giorno e della notte precedente, e nello stesso tempo molto contento di sé e di come andavano le cose. Senza la minima preoccupazione, senza quei foschi presentimenti che l’avevano tormentato e tenuto sveglio fino al giorno prima ogni volta che spegneva la lampada, si addormentò subito, e dormì un sonno senza sogni, senza lamenti, senza sussulti spasmodici e senza girarsi e rigirarsi nervosamente nel letto. Per la prima volta dopo molto tempo Richis ebbe un sonno profondo, tranquillo, ristoratore.

Nello stesso momento Grenouille si alzò dal suo giaciglio nella stalla. Anche lui era contento di sé e di come andavano le cose e si sentiva estremamente riposato, sebbene non avesse dormito un istante. Quando Richis era venuto a cercarlo nella stalla, aveva soltanto finto di dormire, per rendere ancora più manifesta quell’impressione di innocenza che già dava soltanto grazie al suo odore insignificante. D’altronde, diversamente da Richis nei suoi confronti, egli aveva decifrato Richis con estrema precisione, naturalmente dal punto di vista olfattivo, e non gli era affatto sfuggito il sollievo di Richis alla sua vista.

E così entrambi, durante il loro breve incontro, si erano reciprocamente convinti della rispettiva innocenza, a torto e a ragione, ed era giusto così, pensò Grenouille, perché la sua innocenza apparente e quella reale di Richis alleggerivano il lavoro a lui, a Grenouille: un modo di vedere le cose, del resto, che nel caso opposto Richis avrebbe pienamente condiviso.

45

Con cautela professionale Grenouille si mise all’opera. Aprì la sacca da viaggio, ne tolse la pezza di lino, la pomata e la spatola, allargò la pezza sulla coperta su cui si era steso, e cominciò a spalmarla con la pasta grassa. Era un lavoro che richiedeva tempo, perché era importante applicare il grasso in uno strato ora più spesso, ora più sottile, a secondo dei punti del corpo con cui le rispettive parti della pezza dovevano venire a contatto. Bocca e ascella, petto, sesso e piedi davano quantità di profumo maggiori che non ad esempio tibie, schiena e gomiti; i palmi ne davano più dei dorsi della mano; le sopracciglia più delle palpebre, ecc… e di conseguenza per queste parti bisognava usare più grasso. Quindi Grenouille modellò quasi un diagramma odoroso del corpo da trattare sulla pezza di lino, e in realtà questa era per lui la parte più soddisfacente del lavoro, perché si trattava di una tecnica artistica che occupava in eguai misura sensi, fantasia e mani, e inoltre anticipava idealmente il piacere del risultato finale che ci si aspettava.

Dopo aver usato tutto il recipiente della pomata, picchiettò ancora la pezza qua e là, tolse il grasso in un punto, lo aggiunse in un altro, diede qualche ritocco, esaminò ancora una volta il paesaggio di grasso che aveva modellato… con il naso peraltro, non con gli occhi, perché tutto il lavoro si svolgeva nella totale oscurità, il che forse contribuiva a rasserenare ulteriormente l’animo di Grenouille. In quella notte di luna piena nulla lo distraeva. Il mondo non era altro che odore e un lieve brusio proveniente dal mare. Grenouille era nel suo elemento. Poi ripiegò la pezza come un tappeto, in modo che le superfici spalmate di grasso si trovassero l’una sull’altra. Questa era un’operazione dolorosa per lui, perché sapeva bene che così facendo, pur con tutta la cautela possibile, parte dei rilievi cui aveva dato forma si sarebbero appiattiti e spostati. Ma non c’era altro modo di trasportare la pezza. Dopo averla piegata quel tanto da poterla portare senza troppa difficoltà stesa sull’avambraccio, prese con sé la spatola, le forbici e la piccola clava di legno d’ulivo e scivolò fuori della stalla.

Il cielo era coperto. Nella casa non c’era più un lume acceso. L’unica scintilla di luce in quella notte nera come la pece guizzava a est sul faro del fortino nell’isola di Sainte-Marguerite a un miglio di distanza, una minuscola, lucente punta di spillo sulla pezza nera. Dalla baia giungeva una brezza leggera dal sentore di pesce. I cani dormivano.

Grenouille si diresse verso il finestrino del granaio, su cui era appoggiata una scala a pioli. Sollevò la scala e, tenendola dritta in equilibrio, con tre pioli incastrati sotto il braccio destro libero e la parte superiore che premeva sulla spalla destra, attraverò il cortile finché arrivò sotto la finestra di Laure. La finestra era semiaperta. Mentre saliva sulla scala a pioli, comodamente come su una scala normale, si rallegrò della circostanza di poter cogliere l’aroma della fanciulla a La Napoule. A Grasse, con le finestre munite di inferriate e la casa rigidamente sorvegliata, sarebbe stato tutto molto più difficile. Lì dormiva persino sola. Non occorreva neppure eliminare la cameriera.

Aprì le imposte con una spinta, scivolò nella camera e depose la pezza. Poi si girò verso il letto. Il profumo dei capelli di Laure era predominante, perché era distesa sul ventre, e il suo viso, incorniciato dal braccio piegato, era affondato nel cuscino, dimodoché la sua nuca si presentava in modo addirittura ideale per ricevere il colpo di clava.

Il rumore del colpo fu sordo e stridente. Grenouille lo odiò. Lo odiò soltanto perché era un rumore, un rumore nel corso del suo lavoro che altrimenti era silenzioso. Riuscì a sopportare quel rumore disgustoso soltanto a denti stretti, e quando esso cessò, restò fermo ancora un poco, rigido e teso con la mano contratta attorno alla clava quasi temendo che il rumore potesse tornare indietro da qualche punto come un’eco risonante. Ma non tornò indietro, tornò invece il silenzio nella stanza, un silenzio persino accresciuto, poiché adesso non c’era più nemmeno il lieve fruscio del respiro della fanciulla. E subito la tensione di Grenouille (che forse si sarebbe potuta interpretare anche come un atteggiamento di profondo rispetto o come un autoimposto minuto di silenzio) si sciolse, e il suo corpo si rilassò e si ammorbidi.