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Grenouille mise da parte la clava e si dedicò con solerzia al suo lavoro. Per prima cosa spiegò la pezza da profumare, la stese mollemente dal rovescio sul tavolo e sulle sedie e fece ben attenzione a non toccare la parte grassa. Poi alzò la coperta del letto. L’aroma meraviglioso della fanciulla, che sgorgò all’improvviso caldo e concentrato, non lo colpì in modo particolare. Lo conosceva già, e soltanto dopo, quando fosse diventato veramente suo, l’avrebbe goduto, goduto fino a ubriacarsene. Ora si trattava di prenderne il più possibile e di lasciarne sfuggire il meno possibile, era il momento in cui occorrevano concentrazione e velocità.

Con rapidi colpi di forbici tagliò la camicia da notte di Laure, gliela tolse, afferrò la pezza spalmata di grasso e la gettò sul suo corpo nudo. Poi sollevò il corpo e lo fece passare sotto la parte pendente della pezza, che arrotolò come fa un panettiere con lo strudel; piegò le parti terminali della pezza e avvolse tutto il corpo, dalle dita dei piedi fino alla fronte. Soltanto i capelli spuntavano da quella fasciatura da mummia. Li tagliò rasente alla pelle della testa e li avvolse nella camicia da notte, che annodò come un fagotto. Da ultimo coprì il cranio rasato con un pezzo di tela che aveva tenuto da parte, lisciò con le mani il bordo sovrapposto alla testa e picchiettò per farlo aderire con leggeri colpetti delle dita. Esaminò l’involucro da cima a fondo. Non c’era più una fessura, non un forellino, non una minima piega da cui potesse sfuggire l’aroma della fanciulla. Era imballata alla perfezione. Non restava altro che aspettare, sei ore, fino alle prime luci dell’alba.

Prese la poltroncina su cui erano stesi i vestiti di Laure, la portò vicino al letto e si sedette. Nell’ampia veste nera aleggiava ancora l’effluvio delicato del profumo della ragazza misto all’odore dei pasticcini all’anice che aveva messo in tasca come provvista per il viaggio. Appoggiò i piedi sul bordo del letto, accanto ai piedi di Laure, si coprì con la veste nera di lei e mangiò i pasticcini all’anice. Era stanco. Ma non voleva dormire, perché non era decoroso dormire durante il lavoro, anche se il lavoro consisteva soltanto nell’attendere. Ricordò le notti passate a distillare nel laboratorio di Baldini: l’alambicco annerito dalla fuliggine, la fiamma tremolante, il lieve rumore come di sputo con cui il distillato colava a gocce dal tubo di raffreddamento nella bottiglia fiorentina. Di tanto in tanto era stato necessario sorvegliare il fuoco, aggiungere altra acqua per distillare, cambiare la bottiglia fiorentina, sostituire il prodotto da distillare ormai esaurito. E tuttavia gli era sempre sembrato che si dovesse vegliare non soltanto per sbrigare le operazioni che di volta in volta si rendevano necessarie, ma che la veglia fosse importante di per sé. Anche lì in quella stanza — dove il procedimento dell’enfleurage si compiva in modo totalmente autonomo, anzi, dove esaminare, rivoltare e toccare il pacco odoroso avrebbe potuto addirittura nuocere al processo — anche lì Grenouille aveva l’impressione che la sua presenza vigile fosse importante. Il sonno avrebbe potuto mettere in pericolo il buon esito dell’operazione.

Del resto non faceva fatica a vegliare e ad aspettare, nonostante la sua stanchezza. Questa attesa gli piaceva. Gli era piaciuta anche con le altre ventiquattro fanciulle, perché non era un’attesa passiva e ottusa, né un’attesa cocente e febbrile, bensì un’attesa partecipante, ricca di significato, in un certo modo attiva. Si realizzava qualcosa durante quest’attesa. Si realizzava l’essenziale. E anche se non era lui ad agire, esso si realizzava per suo tramite. Aveva dato il meglio di sé. Aveva impiegato tutta la sua abilità. Non un particolare gli era sfuggito. L’opera era unica nel suo genere. Sarebbe stata coronata dal successo… doveva attendere ancora qualche ora. Lo appagava profondamente, quest’attesa. In vita sua non si era mai sentito così bene, così tranquillo, così equilibrato, così tutt’uno con se stesso — neppure quand’era stato sulla sua montagna — come in queste ore di pausa del lavoro, quando a notte fonda sedeva accanto alle sue vittime e aspettava vegliando. Erano gli unici momenti in cui il suo cervello malinconico formulava pensieri quasi lieti.

Stranamente questi pensieri non erano rivolti al futuro. Non pensava al profumo che avrebbe raccolto fra qualche ora, non al profumo fatto dell’aura di venticinque fanciulle, non a progetti futuri, alla felicità e al successo. No, pensava al suo passato. Ricordava le tappe della sua vita, dalla casa di Madame Gaillard con davanti la catasta di legna calda e umida fino al suo viaggio di quel giorno nel piccolo villaggio di La Napoule, odoroso di pesce. Ripensò al conciatore Grimal, a Giuseppe Baldini, al marchese de la Taillade-Espinasse. Ripensò alla città di Parigi, alle sue esalazioni cattive fatte di mille odori, ripensò alla fanciulla dai capelli rossi in Rue des Marais, alla campagna aperta, alla brezza leggera, ai boschi. Ripensò anche alla montagna dell’Auvergne — non volle evitare questo pensiero — alla sua caverna, all’aria priva di odore umano. Ripensò anche ai suoi sogni. E ripensò a tutte queste cose col massimo piacere. Sì, ricordando il passato gli sembrava di essere un uomo particolarmente favorito dalla fortuna, e che il suo destino l’avesse guidato per vie molto tortuose, ma alla fin fine giuste… come sarebbe stato possibile altrimenti che lui fosse arrivato fin lì, in quella stanza buia, alla meta dei suoi desideri? Se ci rifletteva fino in fondo, era davvero un individuo toccato dalla grazia.

Si sentì sopraffatto da commozione, umiltà e gratitudine. «Ti ringrazio», disse a bassa voce, «ti ringrazio, Jean Baptiste Grenouille, di essere come sei!» A tal punto era preso da se stesso.

Quindi abbassò le palpebre, non per dormire, ma per dedicarsi tutto alla pace di quella Notte Sacra. La pace gli riempiva il cuore. Ma gli sembrava che regnasse anche tutt’attorno. Annusò il sonno pacifico della cameriera nella stanza accanto, il sonno profondamente soddisfatto di Antoine Richis dall’altra parte del corridoio, annusò il sonno quieto e leggero del locandiere e dei servi, dei cani, delle bestie nella stalla, di tutto il luogo e del mare. Il vento era calato. Ovunque c’era silenzio. Nulla turbava la pace.

Una volta piegò il piede di lato e toccò appena il piede di Laure. Non proprio il suo piede, bensì la pezza che lo avvolgeva, con lo strato sottile di grasso dall’altra parte che si stava impregnando del profumo di lei, quel profumo squisito, il profumo di Grenouille.

46

Quando gli uccelli cominciarono a cantare — cioé ancora molto prima dell’inizio dell’alba — si alzò e terminò il suo lavoro. Fece srotolare la pezza e la tirò via come un cerotto dal corpo della morta. Il grasso si staccava bene dalla pelle. Soltanto sui rilievi rimase attaccato qualche residuo che dovette togliere con la spatola. Gli altri resti di pomata li tolse con la maglietta di Laure, con cui alla fine sfregò ancora tutto il corpo da capo a piedi, così a fondo che persino il grasso dei pori si staccò dalla pelle in piccoli grumi, portando con sé gli ultimi filamenti e frammenti di profumo. Soltanto ora per lui Laure era davvero morta, avvizzita, scialba e flaccida come gli scarti dei fiori.

Gettò la maglietta di Laure dentro la grande pezza per l’enfleurage, nella quale soltanto avrebbe continuato a vivere, vi aggiunse la camicia da notte con i capelli e avvolse il tutto strettamente formando un pacchettino compatto, che mise sotto il braccio. Non si dette neppure la pena di ricoprire il cadavere sul letto. E, sebbene il nero della notte si fosse già trasformato nel grigio-blu dell’alba e gli oggetti della stanza cominciassero a prendere forma, non diede neppure un’occhiata al letto, per vedere la ragazza, almeno una volta in vita sua, con gli occhi. La sua persona non lo interessava. Per lui Laure non esisteva più come corpo, bensì soltanto come profumo privo di corpo. Ed era questo che teneva sotto il braccio e che portò con sé.