Soltanto quando il presidente della corte di Grasse, per incarico di Richis, offrì una ricompensa di non meno di duecento lire per la cattura del colpevole, ci furono delazioni che portarono all’arresto di alcuni garzoni conciatori a Grasse, Opio e Gourdon, uno dei quali in effetti aveva la sfortuna di zoppicare. Quest’ultimo, nonostante il suo alibi confermato da più testimoni, era già destinato alla tortura, quando, il decimo giorno dopo il delitto, una delle guardie cittadine si presentò alla magistratura e rilasciò ai giudici la seguente deposizione: alle dodici di mattina del giorno in questione, lui, Gabriele Tagliasco, capitano della guardia in servizio come di consueto alla Porte du Cours, era stato interpellato da un individuo al quale, come ora sapeva, si adattava notevolmente la descrizione del mandato di cattura, e dal medesimo era stato richiesto più volte e con insistenza sulla via presa dal secondo console e dal suo seguito la mattina, quando avevano lasciato la città. Né allora né in seguito aveva attribuito importanza alcuna all’avvenimento, e anche di quell’individuo, per quanto lo riguardava, certo non si sarebbe più ricordato — era così totalmente insignificante — se il giorno innanzi non l’avesse rivisto per caso, e proprio lì a Grasse, in Rue de la Louve, davanti al laboratorio di Maître Druot e di Madame Arnulfi, e in quella circostanza l’aveva colpito il fatto che l’uomo, il quale stava ritornando in bottega, zoppicava visibilmente.
Un’ora dopo Grenouille fu arrestato. Il locandiere e lo stalliere di La Napoule, che si trovavano a Grasse per l’identificazione degli altri sospetti, lo riconobbero subito come il garzone conciatore che aveva pernottato presso di loro: era lui e nessun altro, lui doveva essere l’assassino che si cercava.
Perquisirono il laboratorio, perquisirono la capanna nell’uliveto dietro al convento dei francescani. In un angolo, neppure ben nascosti, trovarono la veste tagliuzzata, la maglietta e i capelli rossi di Laure Richis. E quando scavarono nel terreno, a poco a poco vennero alla luce i vestiti e i capelli delle altre ventiquattro fanciulle. Trovarono la clava di legno con cui erano state uccise le vittime e la sacca da viaggio di tela. Le prove erano schiaccianti. Il presidente della corte rese noto con un bando e con manifesti che il famigerato assassino delle fanciulle, ricercato da quasi un anno, era stato finalmente catturato ed era ben custodito.
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Dapprima la gente non credette all’annuncio. Pensarono tutti che fosse una finta, con cui le autorità volevano nascondere la loro incapacità e placare lo stato d’animo pericolosamente eccitato della popolazione. Era ancora troppo recente il ricordo del periodo in cui si diceva che l’assassino si fosse spostato a Grenoble. Questa volta la paura si era radicata troppo a fondo nell’animo della gente.
Soltanto il giorno seguente, quando sul sagrato davanti alla Prévôté furono esposti al pubblico gli argomenti di prova — era un’immagine orrenda vedere allineati sul fronte della piazza i venticinque abiti con le venticinque ciocche di capelli, messi sui pali come spaventapasseri — l’opinione pubblica mutò.
Molte centinaia di persone sfilarono davanti alla macabra esposizione. Parenti delle vittime, che riconobbero i vestiti, si misero a urlare e subirono un tracollo. Il resto della folla, in parte per avidità di sensazioni, in parte per convincersi del tutto, pretese di vedere l’assassino. Presto le grida si fecero così violente e l’agitazione sulla piccola piazza ondeggiante di gente divenne così minacciosa, che il presidente decise di far uscire Grenouille dalla sua cella e di esibirlo a una finestra della Prévôté.
Quando Grenouille si accostò alla finestra, le grida cessarono. D’un tratto ci fu un silenzio pari a quello di un torrido mezzogiorno estivo, quando tutti sono fuori sui campi o si rintanano all’ombra delle case. Non si udiva più un passo, non uno schiarirsi di voce, non un respiro. Per qualche minuto la folla fu soltanto una massa d’occhi e di bocche aperte. Nessuno riusciva a immaginare che quel piccolo uomo insicuro e ingobbito lassù alla finestra, quel poveraccio, quel miserabile mucchietto d’ossa, quel nonnulla, potesse aver commesso più di ventiquattro delitti. Semplicemente non assomigliava a un assassino. In verità nessuno avrebbe potuto affermare come in realtà si era immaginato l’assassino, quel demonio, ma tutti erano d’accordo su una cosa: non in quel modo! E tuttavia — benché l’assassino così com’era non corrispondesse affatto alle idee della gente, e quindi sia lecito pensare che la sua esibizione non fosse troppo convincente — paradossalmente soltanto per il fatto di aver visto quella persona in carne e ossa alla finestra e perché soltanto lui e non un altro era stato presentato come l’assassino, l’effetto fu convincente. Tutti pensavano: non può essere vero! e nello stesso momento sapevano che doveva essere vero.
Certo, soltanto quando le guardie riportarono quel piccolo uomo nella parte in ombra della stanza — dunque soltanto quando non fu più presente e visibile, bensì esistette unicamente ancora, sia pur per brevissimo tempo, come ricordo, si potrebbe quasi dire come concetto nelle menti degli uomini — soltanto allora lo stupore abbandonò la folla per dar luogo a una reazione adeguata: le bocche, aperte per lo sbalordimento, si chiusero, i mille occhi si rianimarono. E in quel momento risuonò un unico grido d’ira e di vendetta: «Lo vogliamo!» E tutti si accinsero a invadere la Prévôté per strangolarlo, dilaniarlo e squartarlo con le loro mani. Le guardie fecero molta fatica a barricare il portone e a respingere la plebaglia. Grenouille fu condotto al più presto nella sua segreta. Il presidente si affacciò alla finestra e promise un procedimento esemplare, rapido e severo. Ciò nonostante ci vollero ancora giorni prima che in città ritornasse una certa calma.
In effetti il processo contro Grenouille si svolse in modo estremamente rapido, perché non soltanto le prove erano schiaccianti, ma l’accusato stesso durante gli interrogatori confessò senza ambagi i delitti imputatigli.
Solo alla domanda sulle ragioni per cui l’aveva fatto non seppe dare una risposta soddisfacente. Si limitò a ripetere di continuo che le fanciulle gli erano servite, e per questo le aveva uccise. A che scopo gli erano servite e che cosa significasse «gli erano servite»… su questo non disse una parola. Di conseguenza lo misero alla tortura, lo tennero ore appeso per i piedi, gli pomparono in corpo sette pinte d’acqua, gli applicarono le morse ai piedi… senza il minimo risultato. Quell’essere sembrava insensibile al dolore fisico, non emise un grido, e quando gli chiesero ancora perché l’avesse fatto, non disse altro se non: «Mi servivano». I giudici lo ritennero malato di mente. Smisero di torturarlo e decisero di por fine al processo senza ulteriori interrogatori.
L’unico rinvio che si verificò ancora fu dovuto a una diatriba giuridica con la magistratura di Draguignan, nel cui baliato si trovava La Napoule, e con il Parlamento di Aix, poiché entrambi volevano condurre il processo. Ma í giudici di Grasse non se lo lasciarono strappare di mano. Erano stati loro a catturare il colpevole, la maggior parte dei delitti era stata commessa nella zona di loro competenza, e se avessero affidato l’assassino a un altro tribunale, l’ira popolare accumulata si sarebbe riversata su di loro. Il suo sangue doveva scorrere a Grasse.