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Giunto alla fine del Cours, non imboccò la strada di Grenoble né quella di Cabris, ma si diresse a ovest attraverso i campi, senza guardare indietro neppure una volta. Quando si levò il sole, grande e giallo e infuocato, Grenouille era sparito da tempo.

Gli abitanti di Grasse si svegliarono con un terribile mal di testa. Anche coloro che non avevano bevuto avevano la testa pesante come piombo e stavano malissimo di stomaco e di spirito. Sul Cours, in piena luce solare, onesti contadini cercavano gli abiti che avevano gettato lontano da sé negli eccessi dell’orgia, donne morigerate cercavano i loro mariti e figli, persone del tutto estranee fra loro si staccavano orripilate da abbracci più che intimi, conoscenti, vicini, coniugi d’un tratto si trovavano l’uno di fronte all’altro in una nudità estremamente penosa, davanti agli occhi di tutti.

Per molti quest’esperienza fu così atroce, così totalmente inspiegabile e inconciliabile con le loro vere concezioni morali, che nello stesso istante in cui ebbe luogo la cancellazione dalla memoria, e di conseguenza anche in seguito, non riuscirono davvero più a ricordarla. Altri, che non dominavano così sovranamente il loro apparato percettivo, tentavano di non guardare, di non ascoltare e di non pensare… cosa non del tutto semplice, perché la vergogna era stata troppo evidente e troppo generale. Chi aveva trovato i suoi averi e i suoi congiunti si allontanò il più rapidamente possibile senza dar nell’occhio. Verso mezzogiorno la piazza era vuota come se avessero spazzato via tutto.

In città la gente uscì di casa, se uscì, solo verso sera, per sbrigare le commissioni più urgenti. Tutti si salutavano appena, incontrandosi, parlavano soltanto di cose senza importanza. Non una sola parola fu detta sugli avvenimenti del giorno e della notte precedenti. Tanto erano apparsi disinibiti e vivaci il giorno prima, altrettato timidi erano adesso. E tutti erano così, perché tutti erano colpevoli. Mai ci fu accordo tra i cittadini di Grasse come in quel momento. Si viveva come nell’ovatta.

Naturalmente alcuni, a causa del proprio lavoro, dovettero occuparsi più direttamente di ciò che era accaduto. La continuità della vita pubblica, l’irremovibilità della giustizia e dell’ordine richiedevano rapide misure. Quel pomeriggio stesso si riunì il Consiglio municipale. I membri, tra i quali anche il secondo console, si abbracciarono in silenzio, come se con quel gesto da congiurati fosse possibile ricostituire il Consiglio. Quindi, una anima, senza neppure far menzione degli avvenimenti e meno che mai del nome di Grenouille, decisero di «far sgombrare senza indugio la tribuna e il patibolo dal Cours, e di far riportare all’ordine precedente la piazza e i campi circostanti devastati». A tale scopo furono stanziate centosessanta lire.

Contemporaneamente la corte si riunì nella Prévôté. Senza alcun dibattito, la magistratura convenne di considerare risolto il «caso G.», di chiudere la pratica e di archiviarla senza registrarla, aprendo un nuovo procedimento contro l’assassino, ancora sconosciuto, di venticinque vergini nel distretto di Grasse. Al tenente di polizia fu impartito l’ordine di riprendere subito le indagini.

L’assassino fu trovato già il giorno dopo. In base a indizi inequivocabili, arrestarono Dominique Druot, maître parfumeur in Rue de la Louve, nella cui capanna dopo tutto erano stati rinvenuti gli abiti e i capelli di tutte le vittime. I giudici non si lasciarono sviare dai suoi dinieghi iniziali. Dopo quattordici ore di tortura, Druot confessò tutto, e implorò addirittura di essere giustiziato il più presto possibile, cosa che gli fu accordata già il giorno seguente. Lo impicciarono alle prime luci dell’alba, senza scalpore, senza patibolo né tribune, unicamente alla presenza del boia, di alcuni membri della magistratura, di un medico e di un sacerdote. Quando subentrò la morte, dopo averla constatata e messa regolarmente a verbale, seppellirono subito il cadavere. Con ciò il caso fu risolto.

Comunque la città l’aveva già dimenticato, e così totalmente che i viaggiatori che giunsero nei giorni seguenti e s’informarono casualmente del famigerato assassino delle fanciulle di Grasse non trovarono una sola persona ragionevole che fosse in grado di dar loro informazioni. Solo alcuni ospiti della Charité, ben noti malati mentali, balbettarono ancora qualcosa a proposito di una grande festa sulla Place du Cours, a causa della quale erano stati costretti a sgombrare le camere.

E ben presto la vita si normalizzò del tutto. La gente lavorava con impegno e dormiva tranquilla e badava ai propri affari e si comportava bene. L’acqua traboccava come sempre dalle varie sorgenti e fontane e trascinava il fango per i vicoli. La città si ergeva sempre, logora e fiera, sulle alture al di sopra della fertile conca. Il sole splendeva caldo. Presto giunse maggio. Ci fu la raccolta delle rose.

Parte quarta

51

Grenouille camminava di notte. Come all’inizio del suo viaggio, evitava le città, evitava le strade, si fermava a dormire sul far del giorno, si alzava la sera e proseguiva. Mangiava quello che trovava per via: erbe, funghi, fiori, uccelli morti, vermi. Attraversò la Provenza, passò dall’altra parte del Rodano su una barca rubata a sud di Orange, seguì il corso dell’Ardèche fin nel cuore delle Cevenne e poi l’Allier verso nord.

Nell’Auvergne arrivò vicino al Plomb du Cantal. Lo vide a ovest, grande e grigio-argento alla luce della luna, e sentì l’odore del vento freddo che veniva di là. Ma non provò il desiderio di andarci. Non aveva più voglia di vivere in una caverna. Aveva già fatto questa esperienza e si era rivelata invivibile. Proprio come l’altra esperienza, quella di vivere tra gli uomini. Si soffocava in entrambi i modi. Semplicemente non voleva più vivere. Voleva andare a Parigi e morire. Questo voleva.

Di tanto in tanto metteva la mano in tasca e stringeva il flacone di vetro che conteneva il suo profumo. La bottiglietta era ancora quasi piena. Per la sua comparsa a Grasse ne aveva usata soltanto una goccia. Il resto sarebbe bastato per ammaliare il mondo intero. Se avesse voluto, avrebbe potuto farsi festeggiare a Parigi non da diecimila persone soltanto, ma da centomila; o andare a passeggio a Versailles per farsi baciare i piedi dal re; scrivere al papa una lettera profumata e rivelarsi come il nuovo messia; a Notre-Dame, davanti a re e imperatori, ungersi imperatore supremo, anzi addirittura Dio in terra, ammesso che ci si potesse ancora ungere come Dio…

Poteva fare tutte queste cose, se solo l’avesse voluto. Aveva il potere di farlo. L’aveva in mano. Un potere più forte del potere del denaro o del potere del terrore o del potere della morte: il potere invincibile di suscitare l’amore negli uomini. Solo una cosa non riusciva a fare, questo potere: non riusciva a fargli sentire il proprio odore. E anche se il suo profumo di fronte al mondo lo faceva apparire come un Dio, se non riusciva a sentire il proprio odore e se quindi era condannato a non sapere mai chi egli fosse, se ne infischiava, se ne infischiava del mondo, di se stesso, del suo profumo.