«Grazie» dissi. Tornai, strisciando i piedi, nella stanza e mi lasciai cadere sul letto. Non potevo credere che il dolore non sarebbe tornato. A dire il vero, la dottoressa Molina aveva accennato al fatto che i calcoli potevano essere più d’uno.
Quando Dem Ria, Dem Loa e l’agente di polizia rimasto di guardia entrarono nella mia stanza, Aenea era scomparsa.
«Oh, è magnifico!» disse Dem Ria.
«Siamo così contente!» disse Dem Loa. «Speravamo tanto che non dovesse andare nell’ospedale della Pax per un intervento chirurgico.»
«Metti la destra qui sopra» disse l’agente. Mi ammanettò alla testiera d’ottone.
«Sono prigioniero?» domandai, intontito.
«Lo sei sempre stato» borbottò lui. Era bruno di pelle e aveva il viso sudato sotto il visore dell’elmetto. «Domani mattina verrà a prenderti lo skimmer. Non vorrei che ti perdessi la corsa.» Uscì e si andò a sedere all’ombra della magagnolia davanti alla casa.
«Ah» disse Dem Loa, toccandomi il polso ammanettato. Aveva dita piacevolmente fresche «Ci spiace, Raul Endymion.»
«Non è colpa vostra» le consolai; mi sentivo stanco e intontito dalla droga al punto da non riuscire a spiccicare bene le parole. «Siete state assolutamente gentili. Gentilissime.» Il dolore svaniva, ma non mi lasciava prendere sonno.
«Padre Clifton vorrebbe parlare con lei. Le va bene?»
In quel momento l’idea di fare conversazione con un prete missionario mi allettava come quella che dei ragnoratti mi rosicchiassero le dita dei piedi. «Certo» risposi. «Perché no?»
Padre Clifton era più giovane di me, basso di statura (ma un po’ meno di Dem Ria o di Dem Loa o di quelli della loro razza) e grassoccio, con capelli radi e giallastri, un principio di calvizie, viso amichevole e arrossato. Conoscevo il suo tipo. Quando ero nella Guardia nazionale, avevo incontrato un cappellano che assomigliava un poco a padre Clifton: zelante, per lo più inoffensivo, un po’ il tipo del cocco di mamma che si è fatto prete per non crescere e non diventare mai responsabile di se stesso. Era stata nonna a farmi notare come i preti di parrocchia nei vari villaggi al limitare delle brughiere di Hyperion tendevano a restare un po’ bambini: trattati con deferenza dai loro parrocchiani, tormentati da casalinghe e da donne di tutte le età, mai in vera competizione con altri maschi adulti. Non credo che nonna fosse attivamente anticlericale, malgrado il rifiuto di accettare la croce: era soltanto divertita da quella tendenza dei preti di parrocchia nel grande e potente impero della Pax.
Padre Clifton voleva parlare di teologia.
Credo d’avere emesso un gemito, allora, ma di sicuro fu scambiato come una reazione al calcolo renale: infatti il buon prete si limitò a sporgersi più vicino, a darmi un colpetto sul braccio e a mormorare: «Coraggio, figliolo».
Ho già detto che aveva cinque o sei anni meno di me?
«Raul… posso chiamarti Raul?»
«Certo, Padre.» Chiusi gli occhi come per addormentarmi.
«Qual è la tua opinione sulla Chiesa, Raul?»
Sotto le palpebre, rovesciai gli occhi. «La Chiesa, padre?»
Padre Clifton aspettò in silenzio.
Scrollai le spalle. O, per essere più precisi, cercai di scrollare la spalle: non è facile, quando si ha un polso ammanettato più in alto della testa e nell’altro braccio l’ago di una flebo.
Di sicuro padre Clifton capì il senso del mio movimento impacciato. «Allora sei indifferente alla Chiesa?» disse piano.
"Indifferente come si può essere nei confronti di una organizzazione che ha cercato di catturarmi o di uccidermi" pensai. Ma risposi: «Indifferente, no, padre. Solo che la Chiesa… be’, non ha avuto grande importanza nella mia vita, sotto molti punti di vista».
Il missionario inarcò il sopracciglio. «Cielo, Raul, la Chiesa è un mucchio di cose, non tutte buone e immacolate, ne sono sicuro, ma non penso che la si possa accusare di non avere importanza.»
Pensai di scrollare le spalle di nuovo, ma decisi che il goffo spasmo di poco prima mi era bastato. «Capisco cosa intende» dissi, augurandomi che la conversazione terminasse lì.
Padre Clifton si sporse ancora più vicino, gomiti sulle ginocchia, mani giunte davanti a sé, non tanto per pregare, quanto per convincere e ragionare. «Raul, sai che domani mattina ti porteranno alla base di Bombasino.»
Annuii. Potevo ancora muovere liberamente la testa.
«Sai che la Flotta della Pax e la Pax Mercatoria puniscono con la morte la diserzione.»
«Sì, ma solo dopo regolare processo.»
Padre Clifton non badò al mio sarcasmo. Aveva la fronte corrugata in quella che poteva essere solo inquietudine, non so se per il mio destino o per la perdizione eterna della mia anima. Forse per tutt’e due. «Per i cristiani» cominciò padre Clifton, esitò un istante, riprese. «Per i cristiani, l’esecuzione capitale è una pena, un certo disagio, forse perfino un momentaneo terrore; ma poi i cristiani correggono il proprio modo di fare e proseguono nella vita. Per te…»
«Il nulla» lo interruppi, aiutandolo a concludere la frase. «Il grande salto. Le tenebre eterne. Divento carne per vermi.»
Padre Clifton non trovò divertente la battuta. «Non è necessario che questo sia il tuo caso, figliolo.»
Sospirai e guardai dalla finestra. Su Vitus-Gray-Balianus B era primo pomeriggio. La luce del sole era diversa da quella di pianeti che conoscevo bene — Hyperion, la Vecchia Terra, perfino Mare Infinitum e altri posti da me visitati per un breve ma intenso periodo — però la differenza era così sottile che avrei avuto difficoltà a descriverla. Comunque, l’effetto era bellissimo. Niente da dire. Guardai il cielo blu cobalto striato di nuvole violacee e la luce pastosa che toccava il muro rosato e il davanzale di legno; ascoltai i rumori dei bambini che giocavano nel vialetto, le pacata conversazione fra Ces Ambre e Bin, il fratellino ammalato, l’improvvisa e dolce risata quando qualcosa nel loro gioco li divertiva, e pensai: "Perdere per sempre tutto questo?".
E udii l’allucinazione Aenea: "Perdere per sempre tutto questo, amore mio, è l’essenza della natura umana".
Padre Clifton si schiarì la voce. «Hai mai sentito parlare della scommessa di Pascal, Raul?»
«Sì.»
«Davvero?» si meravigliò padre Clifton. Parve sconcertato, come se gli avessi rovinato la linea di ragionamento che stava per sostenere. «Allora sai perché ha senso» disse debolmente.
Sospirai di nuovo. Il dolore adesso era continuo, non andava e veniva a ondate come nei giorni precedenti. Ricordai che mi ero imbattuto in Blaise Pascal per la prima volta in una conversazione con nonna, da bambino, e poi ne avevo discusso con Aenea, nel crepuscolo dell’Arizona, e infine avevo letto i suoi Pensieri nell’eccellente biblioteca di Taliesin West.
«Pascal era un matematico» diceva intanto padre Clifton. «Del periodo pre-Egira, metà del XVIII secolo, credo…»
«A dire il vero visse nella metà del 1600» lo corressi. «Dal 1623 al 1662, se non sbaglio.» A essere sinceri, bluffavo un poco con le date. I numeri mi parevano corretti, ma non ci avrei scommesso la vita. Ricordavo il periodo perché un inverno Aenea e io avevamo trascorso un paio di settimane a discutere l’Illuminismo e i suoi effetti sulle persone e sulle istituzioni dell’epoca pre-Egira, pre-Pax.
«Sì» disse padre Clifton «ma il tempo in cui visse non è importante come la sua cosiddetta scommessa. Rifletti, Rauclass="underline" da una parte, la possibilità di risurrezione, l’immortalità, l’eternità in cielo e il beneficio della luce di Cristo. Dall’altra… come avevi detto?»
«Il grande salto. Il nulla.»
«Peggio ancora» disse il giovane prete, con tono zelante, convinto. «Il nulla significa non esistenza. Sonno senza sogni. Ma Pascal capì che la mancanza della redenzione di Cristo è peggio del nulla. È rimpianto eterno… desiderio struggente… tristezza infinita.»