Aenea scosse subito la testa, quasi spazientita: negli occhi le balenò un lampo che pareva collera. "No" disse, brusca. "Sono il messia per ciò che posso fare!"
Rimasi stupito per la sua veemenza. "Cosa puoi fare, ragazzina?"
Aenea mi toccò con gentilezza. "Ricordi quando ho detto che la Chiesa e la Pax avevano ragione su di me, Raul? Sostenendo che ero un virus?"
"Sì, certo."
Mi strinse il polso. "Posso trasmettere quel virus, Raul. Posso infettare altri. Progressione geometrica. Un’epidemia di portatori."
"Portatori di cosa? Di messianicità?"
Aenea scosse la testa. Aveva un’espressione così triste che mi venne voglia di consolarla, di circondarle le spalle. Non allentò la salda stretta sul mio polso. "No" disse. "Solo il passo seguente in ciò che siamo. Ciò che possiamo essere."
Trassi un respiro. "Parlavi d’insegnare la fisica dell’amore. Di capire l’amore come forza basilare dell’universo. È questo, il virus?"
Sempre tenendomi il polso, mi fissò a lungo. "Quella è la fonte del virus" disse piano. "Io insegno come usare quella energia."
"Come?" mormorai.
Aenea batté lentamente le palpebre, come se fosse lei a sognare e sul punto di svegliarsi. "Diciamo che ci sono quattro passi. Quattro gradi. Quattro livelli."
Aspettai. Le sue dita formavano un cerchio intorno al mio polso.
"Il primo è apprendere il linguaggio dei morti" disse Aenea.
"Cosa c’entra…"
"Sst!" Portò alle labbra l’indice della mano libera, indicandomi di tacere.
"Il secondo è apprendere il linguaggio dei viventi" riprese.
Annuii, anche se non capivo né l’uno né l’altro.
"Il terzo è udire la musica delle sfere" mormorò Aenea.
Nelle mie letture a Taliesin West mi ero imbattuto in quell’antica espressione, "musica delle sfere": un miscuglio di astrologia, epoca prescientifica della Vecchia Terra, modellini lignei di un sistema solare secondo Keplero basato su forme perfette, stelle e pianeti mossi da angeli, volumi di ambigue acrobazie verbali. Non capivo di che cosa parlasse la mia amica né come si potesse applicare a un’epoca dove l’uomo si muoveva a velocità superiore a quella della luce lungo il braccio della spirale galattica.
"Il quarto passo" disse Aenea, con lo sguardo di nuovo perduto nel vuoto "è imparare a muovere il primo passo."
"Il primo passo" ripetei, confuso. "Ti riferisci al primo passo che hai appena elencato? qual era? Apprendere il linguaggio dei morti?"
Aenea scosse la testa e parve vedermi di nuovo, come se per un momento fosse stata altrove. "No. Intendo dire: muovere il primo passo."
Quasi trattenendo il respiro, dissi: "D’accordo. Sono pronto, ragazzina. Insegnami."
Aenea sorrise. "Ecco l’ironia, Raul, amore mio. Se decido di farlo, sarò conosciuta per sempre come Colei che insegna. Ma è sciocco, io non devo insegnare. Devo solo condividere questo virus per trasmettere ognuno di questi gradi a quelli che desiderano imparare."
Guardai le sue dita che mi circondavano il polso. "Allora mi hai già trasmesso questo… virus?" dissi. Non sentivo niente, a parte il solito formicolio elettrico che il suo tocco mi provocava sempre.
Aenea si mise a ridere. "No, Raul. Non sei pronto. E poi occorre la comunione, per condividere il virus, nonni semplice contatto. E non ho ancora deciso cosa fare… non ho deciso se dovrei farlo!"
"Condividere con me?" dissi, pensando: comunione?
"Condividere con chicchessia" mormorò lei, di nuovo seria. "Con chiunque sia pronto a imparare." Mi guardò in viso. Da qualche parte, nel deserto, un coyote uggiolava. "Questi… livelli, gradi… non possono coesistere col crucimorfo, Raul."
"Allora i cristiani rinati non possono imparare?" Così la grande maggioranza di esseri umani sarebbe rimasta esclusa.
Aenea scosse la testa. "Possono imparare, ma non possono restare cristiani rinati, tutto qui. Il crucimorfo deve sparire."
Lasciai uscire il fiato. Non ci capivo quasi niente, ma solo perché pareva un linguaggio incomprensibile. "Tutti i futuri messia non parlano forse un linguaggio incomprensibile?" domandò la parte cinica di me stesso, con l’equilibrata voce di nonna. Dissi: "Non si può rimuovere il crucimorfo senza uccidere chi lo porta. La vera morte". Mi ero sempre domandato se non fosse questa la principale ragione per cui rifiutavo di accettare la croce. O forse era solo la giovanile convinzione nella mia stessa immortalità.
Aenea non rispose direttamente. Disse: "Ti piacciono gli Spettroelica di Amoiete, vero?".
Sorpreso, cercai di capire la sua domanda. Avevo forse sognato quella frase, quelle persone, quel dolore? Sognavo, no, in quel momento? O ricordavo una vera conversazione? Ma Aenea non sapeva niente di Dem Ria, di Dem Loa e degli altri. La notte e il riparo di pietra e di tela parvero incresparsi come un paesaggio di sogno che si sbrindellasse.
"Mi piacciono" dissi. Sentii che Aenea mi lasciava il polso. "Il mio polso non era ammanettato alla testiera del letto?"
Aenea annuì e sorseggiò il tè che diventava freddo. "C’è speranza, per gli Spettroelica. E per tutte le migliaia di altre culture che sono regredite o sbocciate dopo la Caduta. L’Egemonia significava omogeneità, Raul. La Pax significa omogeneità ancora maggiore. Il genoma umano, l’anima umana, diffida dell’omogeneità, Raul. È sempre pronto a cogliere al volo l’occasione, a correre il rischio del cambiamento e della diversità."
"Aenea" dissi, allungando la mano per toccarla. "Io non… non possiamo…" Provai una orribile sensazione di cadere e il paesaggio di sogno si disciolse come cartone sottile sotto pioggia battente. Non riuscivo più a vedere la mia amica.
«Sveglia, Raul. Vengono a prenderti. La Pax sta arrivando.»
Cercai di svegliarmi, avanzai a tentoni verso la consapevolezza, come una lenta macchina che strisciasse in salita; ma il peso dello sfinimento e degli analgesici continuava a trascinarmi in basso. Non capivo perché Aenea mi volesse sveglio. Conversavamo così bene, in sogno.
«Sveglia, Raul Endymion.»
Non era la voce di Aenea. Ancora prima d’essere completamente sveglio e di mettere a fuoco la vista, riconobbi la morbida voce e l’inflessione di Dem Ria.
Mi alzai a sedere. La donna mi stava spogliando! Mi resi conto che mi aveva tolto l’ampia camicia da notte e che mi infilava la biancheria, lavata e profumata di fresco ora, ma inconfondibilmente mia. Avevo già indosso gli slip. I calzoni di saia, la camicia e il giubbotto erano stesi ai piedi del letto. Come aveva fatto, visto che ero ammanettato…
Mi guardai il polso. Le manette, aperte, erano sul letto. Il braccio mi formicolava dolorosamente per il ritorno della circolazione. Mi umettai le labbra e cercai di parlare senza strascicare le parole. «La Pax? Arriva?»
Dem Ria mi infilò la camicia come se fossi suo figlio Bin, o più piccolo. Le scostai le mani e cercai di abbottonarmi da solo, con le dita a un tratto intorpidite. A Taliesin West, sulla Vecchia Terra, usavano bottoni, anziché piastrine autoaderenti: credevo di essermi abituato, ma stavolta avevo l’impressione di metterci un’eternità.
«E abbiamo sentito per radio che una navetta è atterrata a Bombasino. Quattro persone con una insolita uniforme, due uomini e due donne. Hanno chiesto di te al comandante della base. Sono appena partiti, la navetta e tre skimmer. Saranno qui in quattro minuti. Forse meno.»
«Radio?» ripetei come uno stupido. «Non hai detto che la radio non funziona? Per questo il prete era andato alla base a chiamare il medico.»
«La radio di padre Clifton non funziona» mormorò Dem Ria. Mi tirò in piedi e mi sorresse mentre mi infilavo i calzoni. «Abbiamo le radio» riprese. «Ricetrasmettitori a raggio compatto, satelliti relè, tutte cose di cui la Pax è all’oscuro. E informatori, nella base. Uno ci ha avvertito. Sbrigati, Raul Endymion. Le navi saranno qui fra un minuto.»