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Rimasi sorpreso. «Sapete anche questo?»

«Ti hanno dato la ventina» bisbigliò Dem Loa, dall’altra parte di una cassa. «E hai parlato nel sonno.»

Bin era disteso proprio accanto a me. «Sappiamo che Colei che insegna ti ha mandato in missione» disse quasi allegramente. «Sappiamo che devi raggiungere la prossima arcata.» Diede un colpetto al kayak sistemato accanto a noi. «Mi piacerebbe venire con te.»

«Troppo pericoloso» sibilai, mentre dal tunnel il veicolo usciva all’aria aperta. I bassi raggi del sole illuminavano il telone che ci nascondeva. L’eolociclo si fermò per un attimo: i due uomini azionarono la manovella e drizzarono l’albero, poi spiegarono la vela. «Troppo pericoloso» ripetei. Mi riferivo ovviamente ai rischi che correvano loro nel portarmi al teleporter, non alla missione affidatami da Aenea.

Mi rivolsi a Dem Ria. «Se sanno chi sono» bisbigliai «di sicuro sorvegliano l’arcata.»

Scorsi il contorno del suo cappuccio, mentre lei annuiva. «Saranno di guardia, Raul Endymion. Ed è pericoloso. Ma fra poco sarà buio. Fra quattordici minuti.»

Diedi un’occhiata al comlog. Dalle mie osservazioni nei due giorni precedenti, mancava non meno di un’ora e mezzo al crepuscolo e un’altra ora a notte.

«Ci sono solo sei chilometri da qui all’arcata» bisbigliò Ces Ambre, distesa dall’altro lato del kayak. «I villaggi saranno pieni di gente dello Spettro in festa.»

Finalmente capii. «La duplice tenebra?» bisbigliai.

«Sì» disse Dem Ria. Mi diede un colpetto sulla mano. «Ora dobbiamo stare in silenzio. Stiamo per entrare nel traffico della strada di sale.»

«Troppo pericoloso» bisbigliai ancora una volta, mentre il veicolo iniziava a cigolare e scricchiolare nel traffico. La trasmissione a catena rumoreggiava sotto l’assito e il vento premeva sulla vela. "Troppo pericoloso" dissi, solo a me stesso.

Se avessi saputo che cosa accadeva intanto a qualche centinaio di metri da noi, avrei capito quant’era davvero pericoloso quel momento.

Mentre l’eolociclo percorreva rumorosamente la strada di sale, scrutai dalla fessura tra il cassone di legno e il telo. Per quanto potevo capire, quella strada di grande traffico era una striscia di sale duro come roccia fra i villaggi raggruppati intorno al canale sopraelevato e il deserto a reticolo che si estendeva verso nord a perdita d’occhio.

«Il deserto Wahhabi» bisbigliò Dem Ria, mentre il veicolo acquistava velocità e puntava a sud. Altri eolocicli ci sorpassarono, diretti a sud, con la vela gonfia di vento, i due pedalatori strenuamente impegnati. Un numero maggiore di veicoli dai teloni a colori vivaci andava a nord: le vele erano orientate in maniera diversa, i pedalatori si sporgevano all’esterno per mantenere l’equilibrio, mentre i carri cigolanti si alzavano su due sole ruote, con le altre due che giravano inutilmente in aria.

Coprimmo in dieci minuti i sei chilometri e dalla strada di sale svoltammo in una rampa lastricata che passava in mezzo a un gruppo di abitazioni, di pietra bianca, stavolta, non di mattoni. Poi Alem e il suo compagno ammainarono la vela e pigiando sui pedali spinsero lentamente l’eolociclo lungo la via acciottolata che correva fra le case e il canale. In quel punto, alte felci a ciuffi crescevano lungo le rive, tra pontili dalle forme curiose e complicate, gazebo e banchine a vari piani, dove erano ormeggiate elaborate case galleggianti. La città pareva terminare lì, dove il canale si allargava a formare una via d’acqua di aspetto molto più naturale che artificiale; alzai la testa quanto bastava a scorgere, qualche centinaio di metri più a valle, la gigantesca arcata. Sotto l’arco arrugginito e dall’altra parte potevo scorgere solo la foresta di felci sulle rive e il deserto a est e a ovest. Alem guidò l’eolociclo su una rampa di carico di mattoni e si spostò al riparo di un boschetto di alte felci.

Diedi un’occhiata al comlog. Mancavano meno di due minuti alla duplice tenebra.

In quell’istante soffiò una ventata d’aria calda e un’ombra passò sopra di noi. Ci appiattimmo tutti, mentre il nero skimmer della Pax sorvolava il fiume a una quota inferiore ai cento metri; l’aerodinamica forma a otto del velivolo fu chiaramente visibile, mentre lo skimmer si inclinava in una brusca virata e poi piombava a volo radente sopra le imbarcazioni che varcavano nei due sensi l’arco del teleporter. In quella zona, dove il fiume si allargava, il traffico fluviale era intenso: eleganti barche da corsa a palelle, con squadre di vogatori da quattro a dodici persone, lucide motobarche che sollevavano scie luccicanti, barche a vela che andavano dai barchini monoposto alle sguazzanti giunche dalla vela quadrata; canoe e canotti; alcune maestose case galleggianti che lottavano contro la corrente; una manciata di silenziosi hovercraft elettrici che si muovevano in un alone di spruzzaglia; perfino alcune zattere che mi ricordarono il precedente viaggio sul Teti in compagnia di Aenea e di A. Bettik.

Lo skimmer sorvolò a bassa quota quelle imbarcazioni, passò in direzione sud sopra l’arco del teleporter, tornò indietro, passò sotto l’arcata e scomparve verso Chiusa Childe Lamonde.

«Vieni» disse Alem Mikail. Ripiegò il telone che ci copriva e tirò il kayak. «Dobbiamo affrettarci.»

All’improvviso soffiò una ventata d’aria calda, seguita da una brezza più fresca che sollevò polvere dalla riva del fiume; le felci frusciarono e si agitarono sopra di noi, il cielo divenne violaceo e poi nero. Spuntarono alcune stelle. Alzai gli occhi quanto bastava a vedere una luccicante corona intorno a una delle lune e l’ardente disco del secondo satellite, più basso, che si spostava dietro il primo.

Da nord, lungo il fiume, nella direzione della città lineare che comprendeva Chiusa Childe Lamonde, provenne il suono più sconvolgente e lamentoso che avessi mai udito: un lungo gemito, prodotto più da gola umana che da sirena meccanica, seguito da una nota sostenuta che diventò sempre più profonda fino a sparire nel subsonico. Mi resi conto d’avere udito centinaia, forse migliaia, di clacson suonati nello stesso istante in cui migliaia, forse decine di migliaia, di voci umane si univano in coro.

L’oscurità intorno a noi divenne più fitta. Le stelle brillarono. Il disco della luna più bassa pareva una grande cupola illuminata in controluce che minacciasse di cadere da un momento all’altro sul mondo oscurato. All’improvviso le numerose imbarcazioni sul fiume verso sud e sul canale verso nord iniziarono a gemere con le proprie sirene e clacson (un ululato cacofonico, del tutto diverso dall’armonia discendente del coro d’apertura) e poi a lanciare razzi e fuochi d’artificio: bengala multicolori, ruggenti girandole, rossi razzi con paracadute, fili intrecciati di fuoco giallo, azzurro, verde, rosso, bianco — la Spettroelica? — e innumerevoli mortaretti. Rumore e luce erano opprimenti.

«Presto» disse Alem, tirando giù dal cassone il kayak. Saltai giù anch’io per aiutarlo, mi tolsi il travestimento e lo gettai sul cassone. L’attimo dopo ci fu un turbine di movimento coordinato: Dem Ria, Dem Loa, Ces Ambre, Bin e io aiutammo Alem e il suo sconosciuto compagno a portare il kayak sulla riva del fiume e a metterlo in acqua. Entrai fino alle ginocchia nell’acqua tiepida, infilai nel piccolo abitacolo lo zaino e la pistola a fléchettes, tenni fermo il kayak per non farmelo portare via dalla corrente, guardai le due donne, i due ragazzi e i due uomini nelle vesti agitate dal vento.

«A voi cosa accadrà?» domandai. La schiena mi doleva per i postumi del calcolo renale, ma in quel momento soffrivo di più per il groppo in gola.

Dem Ria scosse la testa. «Non ci accadrà niente di brutto, Raul Endymion. Se le autorità della Pax tenteranno di causare guai, ci limiteremo a scomparire nei tunnel sotto il deserto Wahhabi, finché non sarà il momento di raggiungere lo Spettro da un’altra parte.» Sorrise e si aggiustò sulla spalla la tunica. «Però devi farci una promessa, Raul Endymion.»

«Qualsiasi cosa» dissi. «Se potrò farla, la farò.»

«Se è possibile, chiedi a Colei che insegna di tornare con te su Vitus-Gray-Balianus B e al popolo Spettroelica di Amoiete. Cercheremo di non convertirci al cristianesimo della Pax, finché Colei che insegna non verrà a parlare con noi.»