Annuii, guardando il cranio già calvo del piccolo Bin Ria Dem Loa Alem, il suo cappuccio rosso agitato dalla brezza, le sue guance smagrite per la chemioterapia, gli occhi lucidi più per l’entusiasmo che per il riflesso dei fuochi d’artificio. «Sì» dissi. «Se è possibile, lo farò.»
Allora tutti loro mi toccarono; non per stringere la mano, ma semplicemente per toccare, dita sulle veste o sul braccio o sul viso o sulla schiena. Li toccai a mia volta, girai nella corrente la prua del kayak e m’infilai nell’abitacolo. La pagaia era dove l’avevo lasciata, nel morsetto dello scafo. Sigillai l’abitacolo come se davanti a me ci fossero acque rotte, posai sul bordo la pistola, urtando con la mano la copertura di plastica trasparente del pulsante d’emergenza (se nella situazione attuale non l’avevo premuto, non riuscivo a immaginare che cosa mi avrebbe spinto a premerlo) tenni la pagaia nella sinistra e agitai l’altra mano in segno di saluto. Le sei figure in tunica si fusero nelle ombre sotto le felci, mentre il kayak scivolava al centro della corrente.
L’arcata del teleporter divenne più grande. In alto, la prima luna cominciò a spostarsi dal disco del sole, ma la seconda, più grande, si mosse a coprire con la propria massa gli altri due corpi celesti. Il rumore dei fuochi d’artificio e delle sirene continuò, salì addirittura di intensità. Vogai più vicino alla riva destra, mentre mi avvicinavo al teleporter, per mantenermi nel traffico di piccole imbarcazioni diretto a sud, ma senza accostarmi troppo a nessun natante.
"Se mi intercetteranno" pensai "accadrà qui." Senza pensarci, spostai la pistola a fléchettes sulla curvatura dello scafo, di fronte a me. Ora mi trovavo nella rapida corrente: misi nella staffa la pagaia e aspettai di passare sotto l’arcata del teleporter. Nessun’altra imbarcazione, grande o piccola, si sarebbe trovata sotto l’arco, quando il teleporter si sarebbe attivato. Sopra di me, l’arco era una curva di tenebra contro il cielo stellato.
All’improvviso ci fu una violenta agitazione sulla riva, una ventina di metri alla mia destra.
Alzai la pistola e rimasi a guardare: non capivo ciò che vedevo e udivo.
Due esplosioni simili a bang sonici. Lampi di luce stroboscopica.
"Altri fuochi d’artificio?" mi domandai. No, i lampi erano più vividi. "Scariche di armi a energia?" No, lampi troppo luminosi. Troppo diffusi. Si sarebbero dette piccole esplosioni al plasma.
Poi vidi qualcosa, in un batter d’occhio, una sorta di eco retinica più che una vera e propria scena: due figure impegnate in un violento abbraccio, immagini rovesciate come il negativo di un’antica fotografia, movimento improvviso e violento, un altro bang sonico, un lampo bianco che mi abbacinò prima ancora che il mio cervello raccogliesse l’immagine: punte, aculei, due teste che si urtavano, sei braccia che sferzavano l’aria, scintille, il suono di una creatura che urlava con voce più forte del gemito delle sirene sulla riva alla mie spalle. L’onda d’urto dell’evento in atto sulla riva agitò il fiume, rischiò di rovesciare il kayak, procedette sull’acqua come una cortina di spruzzaglia bianca.
E poi mi trovai sotto l’arcata del teleporter: ci fu il lampo e l’istante di vertigine che avevo già provato, una vivida luce mi circondò malgrado la cecità da lampo di flash e il kayak e io precipitammo.
Una vera caduta. Un ruzzolone nello spazio. L’acqua che era stata teleportata con me svanì in una breve cascata e il kayak precipitò liberamente, senza il sostegno dell’acqua, girando su se stesso; preso dal panico, lasciai cadere nell’abitacolo la pistola e mi afferrai allo scafo, facendolo girare ancora più rapidamente.
Battei le palpebre per cancellare gli echi del flash e cercai di vedere quanto avrei dovuto precipitare, mentre il kayak puntava la prua verso il basso e aumentava di velocità.
Cielo azzurro sopra di me. Nuvole tutt’intorno, nuvole enormi, stratocumuli che si alzavano per migliaia di metri e ricadevano per altre migliaia, cirri molti chilometri più in alto, nera nuvolaglia di tempesta molti altri chilometri più in basso.
C’era solo cielo e nel cielo cadevo. Sotto di me, la breve cascata si era separata in gigantesche gocce, come se qualcuno avesse preso un centinaio di secchi d’acqua e li avesse versati in un abisso senza fondo.
Il kayak girò e rischiò di capovolgersi, poppa su prua. Mi spostai in avanti e rischiai di cadere dal kayak, trattenuto solo dalle gambe incrociate e dall’aggancio della falda impermeabile.
Afferrai il bordo dell’abitacolo, in una stretta disperata che mi sbiancò le nocche. Aria fredda mi frustava e rombava intorno a me, mentre il kayak e io aumentavamo velocità, correvamo a precipizio verso la fine. Migliaia e migliaia di metri di aria libera si estendevano fra me e le nuvole striate di fulmini molto più in basso. La pagaia si staccò dalla staffa e precipitò in caduta libera.
Mi comportai nell’unico modo possibile, date le circostanze. Spalancai la bocca e urlai.
11
Kenzo Isozaki poteva dire in tutta onestà di non avere mai avuto paura in vita sua. Allevato come samurai d’affari nelle isole felci di Fuji, fin dall’infanzia era stato educato e addestrato a sdegnare la paura e a disprezzare chiunque la provasse. Si consentiva la prudenza — era divenuta per lui uno strumento indispensabile negli affari — ma non la paura, del tutto estranea al suo carattere e alla sua personalità accuratamente costruita.
Fino a quel momento.
Isozaki arretrò, mentre il portello interno della camera stagna si apriva. La creatura dentro la camera stagna, chiunque fosse, solo un attimo prima si trovava sulla superficie di un asteroide privo di atmosfera, e non indossava una tuta spaziale.
Isozaki aveva deciso di non portare armi sul piccolo grillo degli asteroidi e quindi era disarmato al pari del veicolo spaziale. In quel momento, mentre cristalli di ghiaccio si gonfiavano come nebbia per l’apertura della camera stagna e una figura umanoide varcava il portello, Isozaki si domandò se la sua fosse stata una saggia decisione.
La figura era umana, o almeno umana in apparenza. Pelle abbronzata, capelli grigi ben curati, abito grigio dal taglio perfetto, occhi grigi sotto ciglia ancora incrostate di brina, denti candidi messi in mostra dal sorriso.
«Signor Isozaki» salutò il consigliere Albedo.
Isozaki rispose con un inchino. Aveva ripreso controllo del battito cardiaco e della respirazione; ora si concentrò nel mantenere piatta la voce, neutra e priva d’emozioni. «Sono lieto che abbia avuto la gentilezza di accettare il mio invito.»
Albedo incrociò le braccia. Il sorriso rimase sul suo viso abbronzato e bello, ma Isozaki non ne restò ingannato. I mari intorno alle isole felci di Fuji brulicavano di squali che discendevano dalle chiavi DNA e dagli embrioni congelati delle prime navi seminatrici Brussard.
«Invito?» disse il consigliere Albedo, con la sua voce pastosa. «O convocazione?»
Isozaki rimase con la testa leggermente china, mani lungo i fianchi. «Convocazione, mai, signor…»
«Conosce il mio nome, ritengo» disse Albedo.
«Corre voce che lei sia lo stesso Albedo che fu consigliere di Meina Gladstone quasi tre secoli fa» disse il primo funzionario esecutivo della Pax Mercatoria.
«A quel tempo ero più ologramma che sostanza» replicò Albedo, disincrociando le braccia. «Ma la… personalità… è la medesima. E non occorre che mi chiami signore.»
Isozaki gli rivolse un lieve inchino.
Il consigliere Albedo avanzò nella cabina del grillo. Sfiorò con le dita i quadri comando, l’unica cuccetta di pilotaggio, il bordo della vasca anti-g ormai vuota. «Una nave modesta, per una persona così potente, signor Isozaki.»
«Ho ritenuto fosse meglio usare discrezione, consigliere. Posso chiamarla così?»
Anziché rispondere, con piglio aggressivo Albedo si avvicinò di un passo a Isozaki. Il PFE della Pax Mercatoria non batté ciglio.
«Considera discrezione lanciare nella rozza sfera dati di Pacem un virus telotattista IA per cercare nodi del TecnoNucleo?» La sua voce riempì la cabina del grillo.