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«Prego?» Il consigliere Albedo si sporse verso di lui.

«Collare» ripeté il PFE della Pax Mercatoria. Ai margini del campo visivo vedeva danzare perfetti puntini neri. «Collare a scossa. Dovevamo portare i trasmettitori palmari. Gli stessi apparecchi che usavano i nostri pescatori.»

«Ah, sì» disse Albedo, senza smettere di sorridere. «Se il suo cucciolo faceva il cattivo, lei lo rimetteva in riga. Con un semplice tocco del dito.» Protese la mano e la piegò a coppa, come se vi tenesse un trasmettitore palmare. Col dito premette un invisibile pulsante.

Il risultato non fu tanto simile a una scarica elettrica nel corpo di Kenzo Isozaki, quanto piuttosto a onde radianti di pura sofferenza non adulterata, che iniziavano nel petto, nel crucimorfo incastonato nella carne e nell’osso, e si trasmettevano come segnali telegrafici di dolore lungo le centinaia di metri di fibre e di nematodi e di gruppi di noduli di tessuto del crucimorfo diffusi nel corpo come metastasi di tumori ben radicati.

Isozaki lanciò un urlo e si piegò in due per il dolore. Crollò sul pavimento della cabina.

«Credo che i suoi trasmettitori palmari potessero dare al vecchio Keigo scosse sempre più forti, se lo squalo diventava aggressivo» disse il consigliere Albedo, in tono pensieroso. «Non era così, Isozaki-san?» Mosse le dita nell’aria, come per dare l’imbeccata a un trasmettitore palmare.

Il dolore peggiorò. Isozaki si orinò addosso nella tuta spaziale e avrebbe anche evacuato l’intestino, se non l’avesse avuto già vuoto. Cercò di urlare di nuovo, ma non riuscì ad aprire le mascelle, bloccate come per il violento effetto del tetano. Strinse i denti con tale forza che lo smalto si crepò e si scheggiò. Sentì il sapore del sangue, perché si era morsicato la punta della lingua.

«In una scala da uno a dieci, per il vecchio Keigo una scossa del genere sarebbe stata di livello due, penso» disse il consigliere Albedo. Si alzò, andò alla camera stagna e batté la combinazione del ciclo di apertura.

Contorcendosi sul pavimento, con il corpo e il cervello ridotti a inutili appendici di un crucimorfo di orribile sofferenza irradiata per tutto il corpo, Isozaki cercò di urlare malgrado le mascelle serrate. Gli occhi gli sporgevano dalle orbite. Rivoli di sangue gli colavano dal naso e dalle orecchie.

Il consigliere Albedo terminò di comporre la combinazione per il ciclo della camera stagna e toccò di nuovo l’invisibile trasmettitore palmare.

Il dolore svanì. Isozaki vomitò sul pavimento. Ogni muscolo del suo corpo si torceva a caso, i nervi parevano fare cilecca.

«Porterò la sua proposta ai Tre Elementi del TecnoNucleo» disse in tono formale il consigliere Albedo. «Sarà discussa e meditata con grande attenzione. Nel frattempo, amico mio, contiamo sulla sua discrezione.»

Isozaki cercò di emettere un suono intelligibile, ma riuscì solo a rannicchiarsi su se stesso e a vomitare sul pavimento metallico. Con orrore si accorse che gli spasmi degli intestini gli causavano una serie di flatulenze.

«E non ci saranno altri virus telotattisti IA liberati nella sfera dati di nessun pianeta, vero, Isozaki-san?» concluse Albedo. Entrò nella camera stagna e chiuse il portello.

All’esterno, la roccia squarciata dell’asteroide senza nome continuò il movimento di rotazione e di rivoluzione secondo leggi dinamiche note solo agli dei della matematica del caos.

A Rhadamanth Nemes e ai suoi tre cloni occorsero solo alcuni minuti per portare la navetta dalla base Bombasino al villaggio Chiusa Childe Lamonde, sul mondo arido come ardesia di Vitus-Gray-Balianus B, ma il viaggio fu complicato dalla presenza di tre skimmer militari che quello stupido impiccione del comandante Solznykov aveva inviato come scorta. Nemes sapeva, dal traffico "sicuro" su banda a raggio compatto fra la base e gli skimmer, che il comandante Solznykov aveva mandato il suo aiutante, l’inetto colonnello Vinara, a prendersi carico personale della spedizione. Inoltre sapeva che il colonnello non avrebbe comandato un bel niente, in altre parole, Vinara sarebbe stato così tempestato di trasduttori di olosimulazione in tempo reale e di trasmissioni a raggio compatto, che Solznykov sarebbe stato al reale comando degli agenti della Pax, anche senza mostrare in giro la sua faccia.

Nel tempo che Rhadamanth Nemes e i suoi tre cloni impiegarono per trovare il villaggio giusto (ma "villaggio" pareva un termine troppo formale, per la striscia di case di mattoni a quattro piani che correva lungo la riva ovest del fiume: infatti centinaia di altre abitazioni costeggiavano l’intera via fluviale, dalla base a Chiusa Childe Lamonde) gli skimmer raggiunsero la navetta e iniziarono la manovra a spirale per l’atterraggio, mentre Nemes cercava uno spiazzo abbastanza vasto e abbastanza solido per posarsi.

Le porte delle case erano vivacemente dipinte con i colori primari. Le persone per strada indossavano vesti degli stessi colori. Nemes conosceva il motivo di quella variopinta esibizione: si era collegata con la memoria della sua stessa navetta e con i file in codice della base di Bombasino per avere notizie sugli Spettroelica. I dati erano interessanti solo in quanto indicavano che quelle bizzarrie umane erano lente a convertirsi alla croce e ancora più lente a sottomettersi al controllo della Pax. In altre parole, era verosimile ipotizzare che avrebbero aiutato una bambina ribelle, un uomo e un androide monco a nascondersi dalle autorità.

Gli skimmer atterrarono sulla strada argine che costeggiava il canale. Rhadamanth Nemes fece scendere la navetta in un parco, rovinando in parte un pozzo artesiano.

Gige cambiò posizione nel sediolo del secondo pilota e inarcò il sopracciglio.

«Scilla e Briareo usciranno per la ricerca ufficiale» disse Nemes a voce. «Tu resterai qui con me.» Aveva notato, senza orgoglio né vanità, che i tre cloni si erano da tempo sottomessi alla sua autorità, malgrado la minaccia di morte ricevuta dai Tre Elementi e la certezza che sarebbe stata eseguita, in caso di nuovo fallimento.

Scilla e Briareo scesero la rampa e si mescolarono alla folla di persone dalle vesti colorate. Soldati in armatura da combattimento, col visore chiuso, li raggiunsero. Seguendo i due cloni sul canale ottico comune, non mediante trasduttori audio/video, Nemes riconobbe la voce del colonnello Vinara attraverso il microfono dell’elmetto. "Il sindaco, una certa Ses Gia, ci nega il permesso di perquisire le abitazioni."

Nemes vide il sorriso sprezzante di Briareo riflesso sul visore del colonnello: era come guardare l’immagine di se stessa con una struttura ossea un po’ più robusta.

"E lei consente a questo… sindaco di darle ordini?" disse Briareo.

Il colonnello Vinara alzò la mano. "La Pax riconosce le autorità indigene, finché il pianeta non farà parte del Protettorato."

Scilla disse: "Lei ci ha riferito che la dottoressa Molina ha lasciato di guardia un soldato…".

Vinara annuì: il suo respiro fu amplificato dall’elmetto morfico color ambra. "Non c’è segno di quel soldato. Fin dalla partenza da Bombasino abbiamo cercato di metterci in contatto."

"Non ha un chip tracciatore chirurgicamente impiantato?" domandò Scilla.

"No. Il chip è inserito nella tuta blindata."

"E allora?"

"Abbiamo trovato la tuta in un pozzo, a qualche via di distanza da qui" disse il colonnello Vinara.

"Presumo che il soldato non fosse nella tuta" disse Scilla, in tono piatto.

"No. Abbiamo trovato solo la tuta e l’elmetto. Nel pozzo non c’era nessun cadavere."

"Peccato" disse Scilla. Si mosse per girarsi, si bloccò, fissò il colonnello della Pax. "Solo la tuta blindata, ha detto. Niente armi?"

"No" rispose in tono cupo il colonnello Vinara. "Ho ordinato una ricerca nelle vie. Interrogheremo i cittadini locali, finché qualcuno non ci rivelerà dove si trova la casa che ospitava lo spaziale messo in arresto dalla dottoressa Molina. Allora la circonderemo e chiederemo la resa di chiunque vi si trovi. Ho inoltrato… al tribunale civile di Bombasino la richiesta di un mandato di perquisizione."