Выбрать главу

"Buon piano, colonnello" disse Briareo. "Se non arrivano prima i ghiacciai a ricoprire il villaggio, in attesa del mandato."

"Ghiacciai?" ripeté il colonnello Vinara, stupito.

"Lasci perdere" disse Scilla. "Se per lei va bene, collaboreremo alla ricerca nelle vie adiacenti e aspetteremo il regolare mandato per la perquisizione di casa in casa." Sulla banda interna trasmise a Nemes: "E ora?"

"Restate con lui e fate ciò che hai appena proposto" trasmise Nemes. "Siate cortesi e rispettosi delle leggi. Non vogliamo trovare Endymion o la ragazza in presenza di quegli idioti. Gige e io passeremo in tempo rapido."

"Buona caccia" trasmise Briareo.

Gige era già in attesa nella camera stagna della navetta. «Io mi occupo del villaggio» disse Nemes. «Tu scendi a valle fino all’arcata del teleporter e bada che niente l’attraversi, in un senso e nell’altro, senza che tu abbia controllato. Passa in tempo normale per lanciare un messaggio; a intervalli regolari muterò di fase e controllerò la banda. Se trovi l’uomo o la ragazza, avvertimi.» Anche in fase tempo rapido avrebbero potuto comunicare sulla banda comune, ma con un consumo di energia altissimo, superiore a quello, già inimmaginabile, necessario per il cambiamento di fase; era infinitamente più economico mutare fase a intervalli e controllare la banda comune: anche un semplice impulso di allarme sarebbe costato l’equivalente dell’intero budget energetico annuale di quel pianeta.

Gige annuì e i due mutarono di fase all’unisono, divennero due statue cromate, nude, maschio e femmina. Fuori della camera stagna, l’aria parve ispessirsi e la luce farsi più intensa. Il suono smise di esistere. Il movimento si bloccò. Le figure umane divennero sculture un po’ sfocate le cui vesti, increspate dal vento, erano rigide e solide come quelle di statue di bronzo.

Rhadamanth Nemes non capiva la fisica del mutamento di fase, ma per servirsene non aveva bisogno di capire. Sapeva che non si trattava di manipolazione del tempo né antientropica né iperentropica (anche se la futura Intelligenza Finale disponeva di tutt’e due quelle tecnologie all’apparenza magiche) e che non si trattava neppure di una sorta di "accelerazione" che avrebbe provocato nella sua scia lo schianto di bang sonici e l’ebollizione dell’aria: il mutamento di fase era una sorta di passo laterale nei contorni scavati dello spazio/tempo. "Diventerete, nel senso migliore, topi che zampettano nelle pareti delle stanze del tempo" aveva detto a Nemes l’entità del TecnoNucleo in primo luogo responsabile dell’esistenza sua e dei suoi cloni.

Nemes non si era offesa per il paragone. Sapeva quale incredibile quantità di energia bisognava trasferire, attraverso il Vuoto che lega, dal Nucleo a lei o ai suoi cloni, durante il mutamento di fase. Gli Elementi di sicuro tenevano in gran conto perfino quei loro strumenti, per dirottare in quella direzione un simile quantitativo di energia.

Le due lucenti figure scesero a passo svelto la rampa e andarono in direzioni opposte: Gige a sud verso il teleporter, Nemes nella città, passando davanti agli impietriti Scilla e Briareo e alle statue dei soldati della Pax e dei cittadini dello Spettro.

Nemes trovò, letteralmente in tempo zero, la casa dove il soldato della Pax dormiva ammanettato nella stanza d’angolo di fronte al canale. Frugò nei file della base di Bombasino e lo identificò: un lusiano di nome Gerrin Pawtz, trentotto anni standard, pigro e privo d’iniziativa, alcolizzato, a due anni dalla pensione, sei degradazioni e tre condanne al carcere nel suo curriculum, incarichi limitati a servizi di guarnigione e ai più ordinari lavori nella base. Poi cancellò il file. Non aveva interesse in quell’uomo.

Si accertò che la casa fosse deserta, mutò di fase e rimase un momento nella camera da letto. Rumori e movimento tornarono: il russare dell’uomo ammanettato, il movimento di pedoni lungo il canale, una lieve brezza che agitava tendine bianche, il lontano frastuono del traffico, perfino il fruscio delle armature tipo samurai degli agenti della Pax che battevano le vie e i vialetti adiacenti, nella loro infruttuosa ricerca.

Ferma davanti al lusiano, Nemes protese la mano e l’indice, come per indicare la nuca dell’uomo. Un ago spuntò da sotto l’unghia e si estese di dieci centimetri fino al collo dell’addormentato, scivolò sotto la pelle e penetrò nella carne: solo una piccolissima macchia di sangue mostrò l’intrusione. L’uomo non si svegliò.

Nemes ritrasse l’ago ed esaminò il sangue: livello pericoloso di C27H45OH (molto spesso i lusiani erano a rischio per eccesso di colesterolo) nonché basso conteggio di piastrine che indicava la presenza di incipiente purpura trombocitopenica immunitaria, probabilmente dovuta ai primi anni di servizio in ambienti con radiazioni dure in uno dei vari pianeti guarnigione, livello alcolico nel sangue di 122 mg/100 ml (il lusiano era ubriaco, ma per i trascorsi di alcolista probabilmente riusciva a nascondere la maggior parte degli effetti) e, voilà, la presenza dell’oppiaceo artificiale chiamato ultramorfina, misto a elevati livelli di caffeina. Nemes sorrise. Qualcuno aveva drogato il lusiano, somministrandogli ultramorfina sufficiente ad addormentarlo, mescolata a tè o a caffè, ma era stato attento a mantenere il quantitativo sotto il pericoloso livello di overdose.

Nemes annusò l’aria. La sua capacità di cogliere e individuare distinte molecole organiche trasportate dall’aria (ossia il suo senso dell’odorato) era circa tre volte più sensibile di un comune spettrometro gascromatografo di massa: in altre parole, un po’ superiore a quel canide della Vecchia Terra detto segugio di Sant’Uberto. La stanza era piena degli odori caratteristici di molte persone. Alcuni odori erano vecchi; altri, molto recenti. Nemes identificò il puzzo d’alcol del lusiano, vari aromi femminili acuti e muschiati, l’impronta molecolare di almeno due bambini, uno in piena pubertà, l’altro più giovane, ma afflitto da un tipo di tumore che richiedeva chemioterapia, e di due maschi adulti, uno con le tipiche impressioni dolci della dieta di quel pianeta, l’altro con un odore al tempo stesso ben noto ed estraneo. Estraneo, perché l’uomo portava ancora su di sé l’odore di un pianeta che Nemes non aveva mai visitato; ben noto, perché era un peculiare odore umano che lei aveva messo in archivio: Raul Endymion che ancora portava con sé l’odore della Vecchia Terra.

Nemes passò di stanza in stanza, ma non colse l’odore caratteristico che aveva incontrato quattro anni prima, quello della bambina di nome Aenea, né l’odore asettico del servitore di Aenea, l’androide A. Bettik. Solo Raul Endymion era stato in quella casa. E ne era uscito da pochissimo tempo.

Nemes seguì l’usta fino alla botola nel pavimento del corridoio. Scardinò la botola, malgrado la serratura multipla, e si fermò un attimo, prima di scendere la scaletta. Lanciò l’informazione sulla banda comune, ma non ricevette l’impulso di risposta di Gige, che probabilmente era nella fase tempo rapido. Erano trascorsi solo novanta secondi da quando avevano lasciato la navetta. Nemes sorrise. Avrebbe potuto chiamare Gige e lui sarebbe stato lì prima che Raul Endymion e gli altri nel tunnel sottostante avessero fatto cinque respiri.

Ma Rhadamanth Nemes voleva regolare i conti da sola. Sempre col sorriso sulle labbra, saltò nel buco e atterrò sul pavimento del tunnel, otto metri più in basso.

Il tunnel era illuminato. Nemes annusò l’aria fresca, separò dagli altri odori umani quello, carico di adrenalina, di Raul Endymion. Il fuggiasco nato su Hyperion era nervoso. E di recente era stato ammalato o ferito: Nemes sentì in sottofondo il puzzo di sudore permeato di ultramorfina. Senza dubbio Endymion era il forestiero curato dalla dottoressa Molina e qualcuno aveva usato sul povero lusiano l’analgesico prescritto per lui.

Nemes cambiò fase e percorse lentamente il tunnel ora pieno di luce più densa. Non importava quanto fosse grande il vantaggio iniziale di Endymion e dei suoi compari: ora lei li avrebbe raggiunti. Si sarebbe divertita a spiccare dal busto la testa di quel piantagrane, restando nella fase tempo rapido la decapitazione sarebbe parsa sovrannaturale agli spettatori in tempo reale, eseguita da un boia invisibile. Aveva bisogno delle informazioni in suo possesso, ma non aveva bisogno che lui fosse cosciente. La soluzione più semplice era strapparlo ai suoi amici Spettroelica, circondarlo nello stesso campo di fase che proteggeva lei, conficcargli nel cervello un ago per immobilizzarlo, portarlo sulla navetta, depositarlo nella culla di risurrezione e poi affrontare la farsa di ringraziare il colonnello Vinara e il comandante Solznykov per l’aiuto fornito. Appena la nave avesse lasciato l’orbita, avrebbero potuto "interrogare" Raul Endymion: Nemes gli avrebbe infilato microfibre nel cervello, avrebbe estratto RNA e ricordi a volontà. Endymion non avrebbe più ripreso conoscenza: lei e i cloni, appreso dai suoi ricordi tutto ciò che dovevano apprendere, l’avrebbero ucciso e ne avrebbero gettato nello spazio il cadavere. La meta era trovare la bambina di nome Aenea.