All’improvviso si spensero le luci.
"Sono ancora in tempo rapido" si meravigliò Nemes. "Non è possibile." Niente poteva accadere con quella repentinità.
Piantò una frenata e si fermò. Nel tunnel non c’era la minima luce, niente che si potesse amplificare. Nemes passò all’infrarosso e scrutò il tunnel, davanti a lei e dietro di lei. Niente. Aprì la bocca, emise un urlo sonar, si girò di scatto per ripeterlo nella direzione opposta. Vuoto assoluto: da una parte e dall’altra del tunnel le tornò l’eco dell’urlo ultrasonico. Nemes modificò il campo che la circondava e sparò nelle due direzioni un impulso radar di profondità. Il tunnel era vuoto ma il radar di profondità rivelò un labirinto di tunnel simili a quello, lunghi parecchi chilometri. Trenta metri più avanti, dietro una spessa porta metallica, c’era un garage sotterraneo e un assortimento di veicoli e di forme umane.
Ancora diffidente, Nemes mutò di fase per un attimo e cercò di capire come mai le luci si fossero spente in un microsecondo.
La figura era proprio davanti a lei. Nemes ebbe meno di un decimillesimo di secondo per tornare in tempo rapido, mentre quattro pugni muniti di lame la colpivano con la forza di centomila battipali. Fu scagliata all’indietro per tutto il tunnel, fracassò in mille pezzi la scaletta metallica, attraversò la parete di solida roccia e vi si conficcò profondamente.
Le luci rimasero spente.
Il Grande Inquisitore rimase su Marte venti giorni standard e in quel periodo imparò a odiare il pianeta rosso molto più di quanto non avrebbe pensato di poter mai odiare l’inferno stesso.
Non ci fu giorno della sua permanenza in cui non soffiasse il simùn, la tempesta di polvere planetaria. Malgrado il fatto che lui e la sua squadra di ventuno persone avessero occupato il palazzo del governatore nella periferia della capitale San Malachia e malgrado il fatto che il palazzo fosse in teoria ermeticamente sigillato come una nave della Pax, con aria filtrata e compressa e rifiltrata, con finestre composte da cinquantadue strati di plastica ad alta resistenza all’impatto, con ingressi più simili a camere stagne che a porte, la polvere marziana entrava dappertutto.
Quando al mattino il cardinale John Domenico Mustafa faceva la doccia a getti aghiformi, la polvere accumulata nella notte formava rivoli di fanghiglia rossastra nello scarico. Quando, con l’aiuto del valletto personale, indossava la tonaca e le vesti (tutti abiti lavati e stirati nella notte) trovava sempre tracce di ruvida polvere nelle pieghe della seta. Mentre faceva colazione (da solo, nella sala da pranzo del governatore) sentiva i granelli sotto i denti. Durante le interviste e gli interrogatori del Sant’Uffizio, tenuti nell’echeggiante salone del palazzo, sentiva la polvere accumularsi nei calzini e nel colletto e fra i capelli e sotto le unghie perfettamente curate.
Fuori, la situazione era assurda. Skimmer e Scorpioni erano bloccati a terra. Lo spazioporto funzionava solo alcune ore al giorno, durante i rari periodi di calma del simùn. I veicoli terrestri parcheggiati divenivano presto cumuli e montagnole di sabbia rossa e perfino i filtri di qualità superiore della Pax non impedivano alle rosse particelle di entrare nei motori, nelle macchine e nei moduli a stato solido. Alcuni antichi mezzi cingolati, veicoli lunari e navette a razzi a fusione mantenevano il flusso di provviste e di informazioni da e per la capitale, ma a tutti gli effetti il governo della Pax e il governo militare su Marte erano giunti a un punto morto.
Il quinto giorno di simùn giunsero rapporti di attacchi palestinesi alle basi della Pax nell’altopiano Tharsis. Il maggiore Piet, il laconico comandante delle forze terrestri del governatore, prese una compagnia mista di soldati della Pax e della Guardia nazionale e partì su mezzi corazzati e veicoli blindati per trasporto truppe. Il convoglio cadde in una imboscata a cento chilometri dall’altopiano e solo Piet e metà dei suoi uomini tornarono a San Malachia.
Nella seconda settimana giunsero rapporti di attacchi palestinesi a una decina di presidi di guarnigione nell’uno e nell’altro emisfero. Si perse ogni contatto con il contingente Hellas e la stazione del polo sud comunicò per radio alla Jibril di essere sul punto di arrendersi agli assalitori.
Il governatore Clare Palo, al lavoro in un piccolo ufficio che era appartenuto a uno dei suoi aiutanti, si consultò con l’arcivescovo Robeson e con il Grande Inquisitore e sganciò bombe tattiche a fusione e al plasma sulle guarnigioni attaccate. Il cardinale Mustafa acconsentì a usare la Jibril come base operativa nella lotta contro i palestinesi e la base polo sud uno fu scorificata dall’orbita. I comandi della Guardia nazionale, della Pax, dei marines della flotta, delle guardie svizzere e del Sant’Uffizio furono concentrati per garantire che la capitale San Malachia, la sua cattedrale e il palazzo del governatore fossero al sicuro da eventuali attacchi. Nell’implacabile tempesta di polvere, ogni indigeno che si avvicinasse a otto chilometri dal perimetro della città e che non portasse su di sé un trasponder autorizzato dalla Pax, fu ucciso. I cadaveri furono ricuperati in un secondo tempo; solo alcuni erano di guerriglieri palestinesi.
«Il simùn non può durare in eterno» brontolò il comandante Browning, capo delle forze di sicurezza del Sant’Uffizio.
«Può durare altri tre o quattro mesi standard» disse il maggiore Piet, che aveva una voluminosa ingessatura per la cura delle ustioni alla parte superiore del torace. «Forse più a lungo.»
La indagini del Sant’Uffizio non davano risultati: gli agenti della Guardia nazionale che per primi avevano scoperto il massacro di Arafat-kaffiyeh furono interrogati di nuovo sotto veritina e neurosonda, ma non cambiarono la loro versione; gli esperti di medicina legale del Sant’Uffizio lavorarono con i coroner dell’ospedale di San Malachia e confermarono che era impossibile risuscitare anche uno solo dei 362 cadaveri, perché lo Shrike aveva strappato ogni nodulo e ogni millifibra di crucimorfo; fu inviata a Pacem una navetta senza pilota, a propulsore istantaneo, con la richiesta di informazioni relative all’identità delle vittime e, cosa più importante, alla natura dell’operazione dell’Opus Dei su Marte e ai motivi dell’esistenza di quel moderno spazioporto; ma la navetta, al suo ritorno, dopo quattordici giorni locali, portò solo le identità degli assassinati e nessuna spiegazione sul loro rapporto con l’Opus Dei né sui motivi dell’attività di quell’organizzazione su Marte.
Dopo quindici giorni di tempesta di sabbia, dopo altri rapporti di continui attacchi palestinesi contro convogli e guarnigioni, dopo lunghi giorni di interrogatori e di inutile vaglio delle prove, il Grande Inquisitore accolse con piacere la comunicazione del capitano Wolmak: sulla Jibril c’era un’emergenza che richiedeva il ritorno del Grande Inquisitore e del suo gruppo, al più presto possibile.
La Jibril era una delle nuovissime astronavi classe Arcangelo: mentre le navette si avvicinavano all’appuntamento in orbita, il Grande Inquisitore ebbe l’impressione che fosse una nave funzionale e micidiale. Non sapeva molto di astronavi, ma perfino lui si era accorto che il capitano Wolmak l’aveva morfizzata in modo che fosse pronta alla battaglia: i vari bracci e spiegamenti di sensori erano stati ritirati sotto il guscio della nave, il rigonfiamento del propulsore Gideon presentava la corazza di riflessione laser e i portelli delle varie armi erano in posizione di sparo. Dietro la nave Arcangelo, ruotava Marte: un disco ammantato di polvere, del colore del sangue coagulato. Il cardinale Mustafa si augurò che quella fosse l’ultima volta che vedeva quel pianeta.