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De Soya non era sicuro di fare la cosa giusta. Riteneva il pensiero di tradire la Chiesa e la Flotta della Pax la cosa più terribile al mondo. Ma se aveva davvero un’anima immortale, non poteva fare diversamente.

A essere sinceri, aveva pensato addirittura a un miracolo, o almeno a un assai improbabile colpo di fortuna, quando altri sette si erano dichiarati disposti a seguirlo in quell’ammutinamento condannato già in partenza. Otto, lui incluso, su un equipaggio di ventotto. Gli altri venti ora dormivano nelle culle di risurrezione, dopo una scarica di storditore neurale. De Soya sapeva che loro otto bastavano a manovrare la Raffaele nella maggior parte delle situazioni: aveva avuto la fortuna — o la benedizione — che diversi ufficiali indispensabili al volo si fossero uniti a lui. All’inizio pensava che avrebbe avuto soltanto l’aiuto di Gregorius e dei suoi due giovani soldati.

Il primo cenno a un possibile ammutinamento era giunto dalle tre guardie svizzere, dopo la "pulizia" del secondo asteroide incubatrice nel sistema Lucifero. Malgrado i giuramenti alla Pax, alla Chiesa e al corpo delle guardie svizzere, pensavano che il massacro di neonati fosse troppo simile all’assassinio. I soldati Dona Foo ed Enos Delrino erano andati prima dal loro sergente e poi, con Gregorius, si erano presentati al confessionale del padre capitano de Soya e avevano parlato del progetto di disertare. Avevano chiesto l’assoluzione, se avessero deciso di abbandonare la nave nel sistema Ouster. De Soya li aveva invitati a prendere in considerazione un piano alternativo.

L’ingegnere di sistemi propulsivi, tenente Elijah Hussein Meier, aveva espresso in confessione i medesimi scrupoli. Nell’assistere al totale massacro dei magnifici angeli a campo di forza, che aveva guardato nello spazio tattico, si era nauseato e aveva desiderato di tornare alle sue religioni ancestrali, giudaica e islamica. Invece era andato a confessarsi per ammettere il proprio indebolimento spirituale. Il padre capitano de Soya lo aveva stupito, sostenendo che i suoi scrupoli non erano in conflitto con il cristianesimo.

Nei giorni successivi, l’ufficiale dei sistemi ambientali, comandante Bettz Argyle, e l’ufficiale dei sistemi energetici, tenente Pol Denish, avevano dato retta alla propria coscienza e si erano accostati al confessionale. Denish era stato il più duro da convincere, ma dopo lunghe conversazioni sottovoce con il suo compagno di branda, tenente Meier, aveva ceduto.

Il comandante Carel Shan era stato l’ultimo a unirsi al gruppo: l’ufficiale dei sistemi di fuoco non trovava più il coraggio di ordinare attacchi con i raggi della morte. Da tre settimane non chiudeva occhio.

Nel loro ultimo giorno nel sistema Lucifero, de Soya si era reso conto che nessuno degli altri ufficiali avrebbe disertato: ognuno di loro riteneva sgradevole ma necessario il suo lavoro. Giunto il momento critico, aveva capito de Soya, la maggior parte degli ufficiali di volo e le restanti tre guardie svizzere si sarebbero schierati con il comandante in seconda Hoag Liebler. Aveva allora deciso con Gregorius di non offrire loro quella opportunità.

«La Gabriele ci chiama, padre capitano» disse il tenente Denish. Oltre che ai quadri comando dei sistemi energetici, Denish era collegato anche con quelli per le trasmissioni.

De Soya annuì. «Assicuratevi tutti che le culle siano in funzione» disse. Era un ordine superfluo, lo sapeva. Ogni membro dell’equipaggio passava al posto di combattimento o alla traslazione C-più nella propria cuccetta di accelerazione, modificata in culla di risurrezione automatica.

Prima di collegarsi in tattico, de Soya controllò la traiettoria nel pozzetto centrale di display. In quel momento si allontanavano dalla Gabriele, anche se l’altra Arcangelo aveva aumentato la spinta a 300 g e aveva cambiato rotta per tenersi parallela alla Raffaele. Dall’altra parte del sistema Lucifero, le cinque navi torcia Ouster strisciavano ancora verso il punto di traslazione. De Soya augurò loro buon viaggio, pur sapendo che l’unica ragione per cui quelle navi esistevano ancora era la momentanea diversione provocata nella Gabriele dall’inspiegabile mutamento di rotta della Raffaele. Si collegò al simulatore tattico di comando.

All’istante divenne un gigante in piedi nello spazio. I sei pianeti e le innumerevoli lune e foreste orbitali incendiate si sparpagliarono al livello della sua cintola. Lontano, al di là del sole, i sei puntini Ouster erano in equilibrio sulla coda di fusione. La coda della Gabriele era molto più lunga; quella della Raffaele, ancora più lunga, rivaleggiava in intensità luminosa con la stella centrale del sistema. La madre capitano Stone aspettava a qualche passo da gigante da de Soya.

«In nome di Cristo, Federico» disse «cosa combini?»

De Soya aveva preso in considerazione l’idea di non rispondere alla chiamata della Gabriele. Se così facendo avesse guadagnato alcuni minuti in più, sarebbe rimasto in silenzio. Ma de Soya conosceva Stone: la madre capitano non avrebbe esitato. Sfruttando un diverso canale tattico, lanciò un’occhiata allo schema di traslazione. Trentasei minuti al punto di passaggio.

"Capitano! Rilevati quattro lanci di missile! Traslazione… ora!" Era Carel Shan, sulla linea sicura a conduzione ossea.

Il padre capitano de Soya era certo di non essere visibilmente trasalito davanti alla madre capitano Stone nel simulatore tattico. Sulla propria linea ossea subvocalizzò: "Tutto a posto, Carel. Li vedo in tattico. Puntano sulle navi Ouster". Si rivolse a Stone: «Hai aperto il fuoco contro gli Ouster».

Anche nella luce del simulatore tattico, Stone era tesa in viso. «Naturalmente, Federico» replicò. «Tu perché non l’hai fatto?»

Anziché rispondere, il padre capitano de Soya mosse un passo e si accostò al sole centrale; guardò i missili emergere dallo spazio Hawking proprio davanti alle sei navi torcia Ouster. Un attimo dopo i missili detonarono: due esplosioni a fusione, seguite da due al plasma, più grandi. Le navi Ouster avevano alzato al massimo il campo di contenimento difensivo (nel simulatore tattico, un bagliore arancione) ma le esplosioni a distanza ravvicinata lo sovraccaricarono. Le immagini passarono dall’arancione al rosso e al bianco: tre navi smisero semplicemente di esistere come oggetti materiali. Due divennero frammenti sparsi che correvano verso il punto di traslazione ormai infinitamente lontano. Una nave torcia rimase intatta, ma il suo campo di contenimento cedette e la sua coda di fusione scomparve. Se a bordo c’erano superstiti all’esplosione, adesso erano morti per la grandinata di radiazioni non deviate che tempestava la nave.

«Cosa fai, Federico?» ripeté la madre capitano Stone.

De Soya sapeva che il nome della madre capitano era Halen, ma decise di non rendere personale quella parte di conversazione. «Seguo ordini, madre capitano» rispose.

Anche in simulazione tattica, la madre capitano Stone parve dubbiosa. «Di quali ordini parli, padre capitano de Soya?» replicò. Tutt’e due sapevano che la conversazione era registrata. Chi fosse sopravvissuto ai prossimi minuti avrebbe avuto una registrazione dello scambio di battute.

«Dieci minuti prima della traslazione, l’ammiraglia di Aldikacti ci ha trasmesso nuovi ordini» dichiarò de Soya. «Li stiamo eseguendo.»

Stone rimase impassibile, ma de Soya sapeva che in quel momento la madre capitano subvocalizzava al suo vice la richiesta di confermarle se c’era stata una trasmissione fra la Uriele e la Raffaele. La trasmissione era avvenuta. Ma il suo contenuto era banale: l’aggiornamento delle coordinate di appuntamento nel sistema Tau Ceti.