Quando Nemes si era allontanata, Gige aveva percorso praticamente in tempo zero i sei chilometri fino all’arcata del teleporter, controllando i passanti e i bizzarri eolocicli, mentre oltrepassava le figure e i veicoli impietriti. Raggiunta l’arcata, si era nascosto in una macchia di salici sull’alta riva del canale ed era passato al tempo lento. Aveva il compito di sorvegliare l’uscita posteriore. Nemes gli avrebbe inviato un impulso, appena avesse trovato lo spaziale mancante.
Nei venti minuti di attesa, Gige si era messo in contatto con Scilla e Briareo, sulla banda comune interna, ma non aveva avuto notizie da Nemes. Era rimasto sorpreso. Tutti loro erano convinti che Nemes, dopo essere mutata di fase, avrebbe trovato in un paio di secondi di tempo reale l’uomo che cercavano. Gige non si era preoccupato (in realtà non era capace di preoccuparsi nel vero senso della parola) ma aveva pensato che Nemes facesse ricerche in archi sempre più larghi, passando di frequente dal tempo normale al tempo rapido e viceversa. Forse l’aveva chiamata sulla banda comune proprio quando lei era in tempo rapido. Inoltre capiva che, pur essendo tutti loro clonati, Nemes era stata la prima a uscire dalla vasca di clonazione. Era quindi meno abituata degli altri (lui, Scilla e Briareo) all’uso della banda comune. A dire il vero, Gige se ne sarebbe fregato, se gli ordini fossero stati di limitarsi a tirare Nemes fuori della roccia su Bosco Divino e distruggerla lì sul posto.
Il fiume era pieno di traffico. Ogni volta che una imbarcazione si avvicinava all’arcata del teleporter da est o da ovest, Gige passava in tempo rapido, camminava sulla spugnosa superficie del fiume e controllava i passeggeri. In alcuni casi doveva spogliarli per accertarsi che non fossero Endymion o l’androide A. Bettik o la bambina Aenea travestiti. Per essere sicuro li annusava, prelevava con un ago biopsie del DNA dei passeggeri vestiti e controllava che fossero nativi di Vitus-Gray-Balianus B. Finora aveva trovato solo indigeni di quel pianeta.
Dopo ogni ispezione, tornava sulla riva e riprendeva la sorveglianza. Diciotto minuti dopo avere lasciato la nave, vide uno skimmer della Pax girare lì intorno e passare sotto l’arcata del teleporter. Per lui sarebbe stato faticoso abbordarlo in tempo rapido, ma Scilla era già a bordo, con i soldati della Pax impegnati nelle ricerche, così non dovette fare lo sforzo.
"È una vera rottura" trasmise Scilla sulla banda comune.
"Sì" convenne Gige.
"Dov’è Nemes?" intervenne Briareo, tornato in città. Gli imbranati poliziotti avevano ricevuto via radio il mandato di perquisizione e ora passavano di casa in casa.
"Non l’ho più sentita" rispose Gige.
Così, durante l’eclisse e le relative assurdità rituali, Gige vide l’eolociclo fermarsi e Raul Endymion emergere dal veicolo. Fu sicuro che si trattasse di Endymion. Non solo le immagini visive corrispondevano esattamente, ma anche l’odore personale coincideva con i dati che Nemes aveva scaricato nella memoria dei suoi cloni. Gige avrebbe potuto mutare di fase immediatamente, avvicinarsi alle persone come pietrificate e prendere una biopsia del DNA, ma non era necessario. Quello era il loro uomo.
Invece di trasmettere sulla banda comune o riferire a Nemes, Gige aspettò ancora un minuto. Pregustava la cattura di Endymion: non voleva annacquare quel piacere condividendolo con altri. Inoltre, si disse, avrebbe fatto meglio a rapire Endymion dopo che si fosse separato dalla famiglia Spettroelica che in quel momento lo salutava.
Così, mentre a colpi di pagaia Raul Endymion spingeva la sua ridicola barchetta nella corrente del fiume-canale sempre più largo, rimase a guardare. Avrebbe fatto meglio, si disse, a prelevare anche il kayak, oltre a Endymion: i cinque Spettroelica rimasti sulla riva si aspettavano di veder scomparire uomo e imbarcazione, se sapevano che Endymion tentava la fuga via teleporter. Dal loro punto di osservazione avrebbero visto un lampo, e Endymion sarebbe scomparso. In realtà, Gige si sarebbe mantenuto in fase tempo rapido e avrebbe incluso uomo e kayak nel suo campo espanso. Inoltre il kayak poteva fornire indizi su dove si nascondeva la bambina Aenea: odori planetari rivelatori, tecniche di fabbricazione.
Lungo la riva, verso nord, la gente esultava e cantava. La duplice eclisse lunare era completa. Fuochi d’artificio scoppiavano sopra il fiume e lanciavano ombre barocche sull’arrugginito arco del teleporter. Endymion distolse l’attenzione dai cinque che lo salutavano col braccio e si concentrò nel mantenersi al centro della rapida corrente e vogare verso il teleporter.
Gige si alzò, si stiracchiò languidamente e si preparò a mutare di fase.
All’improvviso la creatura fu accanto a lui, a qualche centimetro: alta almeno tre metri, lo sovrastava.
"Impossibile" pensò Gige. "Avrei dovuto percepire la distorsione del mutamento di fase."
Le esplosioni di bengala riversarono luce color sangue sul carapace cromato. Denti metallici e punte di cromo distorsero le fioriture gialle, bianche e rosse in espansione su piani d’argento liquido. Gige colse per un istante la propria immagine riflessa, distorta e stupita, poi mutò di fase.
Il cambiamento richiese meno di un microsecondo. Ma chissà come, una delle quattro mani munite di artigli della creatura penetrò nel campo prima che si completasse. Dita a lama scavarono nella sintocarne e nei muscoli, cercarono uno dei due cuori.
Gige non badò all’attacco e attaccò a sua volta, movendo il braccio, reso argenteo dal mutamento di fase, in un colpo di taglio, come una ghigliottina orizzontale. Il braccio avrebbe tranciato una lega di fibrocarbonio come se fosse cartone bagnato, ma non tranciò la creatura. Tra le scintille, con un rombo di tuono, il braccio rimbalzò, dita insensibili, radio e ulna metallici fracassati.
La mano munita di artigli estrasse dal corpo del clone matasse di intestino, chilometri di microfibre ottiche. Gige si rese conto di essere stato squarciato dall’ombelico allo sterno. Poco male: poteva ancora funzionare.
Unì a punta le dita della destra e le spinse contro i luccicanti occhi rossi. Era un colpo mortale. Ma la creatura spalancò mascelle che parevano la cucchiaia di un escavatore e le richiuse con velocità superiore al quasi istantaneo mutamento di fase: all’improvviso il braccio destro di Gige terminò all’altezza del polso.
Gige si scagliò contro la creatura, cercò di unire i rispettivi campi di fase, tentò di portare i propri denti a distanza utile per azzannare. Fu afferrato da due mani gigantesche le cui dita a lama si conficcarono nel campo di fase e nella carne, gli impedirono ogni movimento. Il cranio di cromo scattò in avanti: punte aghiformi trapassarono l’occhio destro di Gige e il lobo frontale destro del suo cervello.
Allora Gige urlò, non di dolore (anche se per la prima volta nella vita provò qualcosa di simile al dolore) ma di pura, irrefrenabile rabbia. Chiuse di scatto i denti, con un rumore di lame che intacchino acciaio, e cercò la gola della creatura, ma quella continuò a tenerlo a tre braccia di distanza.
Poi la creatura mostruosa estirpò i due cuori di Gige e li gettò lontano nell’acqua. Un nanosecondo dopo, spinse avanti la testa, azzannò la gola di Gige e con un singolo scatto dei lunghi denti gli tranciò la spina dorsale di lega di carbonio. La testa di Gige fu spiccata dal busto. Gige tentò di passare al controllo telemetrico del corpo che ancora lottava, scrutando tra il sangue e i fluidi dell’unico occhio rimastogli, e cercò di trasmettere sulla banda comune; ma la creatura gli aveva trapassato il trasmettitore inserito nel cranio e strappato via il ricevitore posto nella milza.
Il mondo roteò, prima la corona del sole che sbucava intorno alla seconda luna, poi i bengala, poi la superficie del fiume macchiettata di colori, poi di nuovo il cielo, poi le tenebre. Con coerenza che svaniva a poco a poco, Gige capì che la sua testa era stata gettata lontano nel fiume. La sua ultima immagine retinica, prima che la testa fosse sommersa nel buio, fu quella del proprio corpo decapitato e inutile, scosso dagli spasmi, stretto al carapace della creatura, impalato su punte e spine. Poi, con un lampo, lo Shrike mutò di fase: la testa di Gige colpì l’acqua e affondò nelle onde scure.