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Rhadamanth Nemes arrivò cinque minuti dopo. Passò in tempo normale. La riva del fiume era deserta, a parte il cadavere decapitato del clone. L’eolociclo e la famiglia dalle vesti rosse erano spariti. Non si vedevano imbarcazioni in quel tratto del fiume. Il sole cominciava a emergere dal cono d’ombra della seconda luna.

"Gige è qui" trasmise sulla banda comune. Briareo e Scilla erano ancora con i poliziotti nella città. Il lusiano drogato era stato trovato e liberato delle manette. Nessuno dei cittadini interrogati voleva dire a chi appartenesse quella casa. Scilla incitava il colonnello Vinara a lasciar perdere l’indagine.

Nemes uscì dal campo di fase e cominciò a sentire il fastidio. Aveva tutte le costole, osso e permacciaio, fratturate o piegate. Vari organi interni erano schiacciati. La mano sinistra non funzionava. Era rimasta priva di conoscenza per quasi venti minuti standard. Priva di conoscenza! Non aveva perduto conoscenza nemmeno per un solo secondo, nei quattro anni che aveva trascorso nella roccia solidificata, su Bosco Divino. E ora aveva subito tutti quei danni anche se si trovava nell’impenetrabile campo di fase!

Smise di pensarci. Nei giorni di inattività dopo la partenza da quel pianeta abbandonato dal Nucleo, avrebbe lasciato che il suo corpo si riparasse da solo. Si inginocchiò accanto al cadavere. Gige era stato lacerato da artigli, decapitato e sventrato, quasi disossato. Si contraeva ancora: le dita spezzate cercavano di afferrare un avversario che non c’era più.

Nemes fremette, non per simpatia verso Gige, né per ripugnanza nel vedere i danni provocati al suo clone (valutava professionalmente lo schema d’attacco dello Shrike ed era, casomai, ammirata) ma per la pura e semplice frustrazione di avere perduto il confronto. L’attacco nel tunnel era stato troppo improvviso, l’aveva sorpresa a metà del cambio di fase e non le aveva permesso di reagire. L’avrebbe ritenuto impossibile.

"Lo troverò" trasmise sulla banda comune e passò in tempo rapido. L’aria si addensò, divenne vischiosa come morchia. Nemes scese sulla riva, si aprì la via nella tenace resistenza della superficie dell’acqua e camminò sul letto del fiume, chiamando sulla banda comune e sondando col radar di profondità.

Circa un chilometro più a valle trovò la testa di Gige. In quel tratto la corrente era forte. Crostacei d’acqua dolce, che avevano già mangiato le labbra e l’occhio rimasto, ora sondavano le orbite vuote. Nemes li scacciò e riportò sulla riva la testa di Gige.

Il trasmettitore su banda comune era fracassato e le corde vocali erano sparite. Nemes emise un filamento a fibra ottica e stabilì il collegamento diretto col proprio centro di memoria. Dal cranio di Gige, schiacciato sul lato sinistro, uscivano materia cerebrale e frammenti di gel di elaborazione del DNA.

Nemes non rivolse domande a Gige. Passò al tempo normale e scaricò il contenuto della memoria, trasmettendola, così come la riceveva, ai due cloni rimasti.

"Shrike" trasmise Scilla.

"Niente stronzate, Sherlock" trasmise Briareo.

"Silenzio" ordinò Nemes. "Finite con quegli idioti. Faccio pulizia qui e vi aspetto nella navetta."

La testa di Gige, cieca, colante, cercava di parlare, usava i resti della lingua per formare sillabe sibilanti e glottali. Nemes se l’accostò all’orecchio.

«Ss-t- pp-ffvvv-re.» "Per favore." «Ss-iuu-tt.» "Aiuto." «Ssss-ttp-m-eh.» "Me."

Nemes abbassò la testa di Gige e studiò il corpo sulla riva piena di schizzi. Molti organi mancavano. Decine e decine di metri di microfibra erano disseminati tra le erbacce e nel fango, alcuni erano trascinati via dalla corrente. Intestini grigi e blocchi di gel neurale erano rotti e sparpagliati. Pezzi d’osso luccicavano nella luce del sole che emergeva dalla duplice tenebra. Né la navetta né il medibox della Arcangelo potevano aiutare quell’essere nato in una vasca. E forse il clone avrebbe impiegato vari mesi standard per autoripararsi.

Nemes posò a terra la testa di Gige, avvolse il corpo nei suoi stessi filamenti, lo appesantì con pietre all’esterno e all’interno. Controllò che sul fiume non ci fossero imbarcazioni e gettò lontano nella corrente il corpo decapitato. Aveva già visto che il fiume possedeva spazzini voraci e per niente schizzinosi. Ma non avrebbero trovato appetitose alcune parti del suo clone.

Poi raccolse la testa di Gige. La lingua si muoveva ancora. Sfruttando le orbite per afferrarla tra pollice e indice, Nemes lanciò la testa lontano nel fiume, con un facile colpo sottomano. La testa affondò, provocando appena un’increspatura dell’acqua.

Nemes andò all’arcata del teleporter, strappò dall’esterno rugginoso e in teoria impenetrabile una piastra d’accesso nascosta, emise dal polso un filamento. Si collegò.

"Non capisco" disse Briareo sulla banda comune. "Non porta in nessun posto."

"Non è esatto" replicò Nemes, riavvolgendo il filamento. "In nessun posto della vecchia Rete. In nessun posto dove il Nucleo abbia costruito un teleporter."

"Impossibile" trasmise Scilla. "Non esistono altri teleporter, tranne quelli costruiti dal Nucleo."

Nemes sospirò. I suoi cloni erano idioti. "Fate silenzio e tornate alla navetta" trasmise. "Dobbiamo riferire di persona. Lo stesso consigliere Albedo vorrà scaricare la nostra memoria."

Mutò di fase e tornò alla navetta, nell’aria divenuta densa e nero seppia per il tempo rallentato.

12

Non dimenticai che c’era un pulsante d’emergenza. Il problema è semplice: se c’è davvero un’emergenza, non è detto che si pensi subito al pulsante.

Il kayak cadeva in un infinito abisso d’aria interrotta solo da nuvole che si alzavano per decine di migliaia di metri, dalle profondità violacee al soffitto latteo di altre nuvole migliaia di metri sopra di me. Avevo perduto la pagaia e la guardai roteare in caduta libera. Il kayak e io precipitavamo a velocità maggiore della pagaia, per ragioni di aerodinamica e di velocità terminale che in quel particolare momento trascendevano le mie capacità di calcolo. Grandi flutti ovali di acqua del fiume che mi ero lasciato alle spalle cadevano davanti a me e dietro di me, si separavano.e si sagomavano in ovoidi come avevo visto accadere in ambiente a gravità zero, ma poi erano spazzati via dal vento. Avevo l’impressione di precipitare in una mia personale e localizzata tempesta. La pistola a fléchettes del lusiano era incuneata fra la mia coscia e la parte interna della curvatura dell’abitacolo. Ero a braccia alzate, come un uccello che si prepari a spiccare il volo. Stringevo i pugni per il terrore. Dopo il primo urlo, tenevo le mascelle serrate e digrignavo i denti. La caduta continuava e continuava.

Per un attimo avevo scorto l’arcata del teleporter, sopra e dietro di me, anche se "arcata" non era più la parola esatta: la gigantesca struttura che galleggiava senza sostegni era un anello metallico, un toroide, una rugginosa ciambella. Per un attimo, al di là del brillante anello vidi il cielo di Vitus-Gray-Balianus B; poi l’immagine svanì e anche in quel cerchio sempre più piccolo ci furono solo nuvole. Il toroide era l’unica cosa solida in un panorama composto esclusivamente di nuvole e nella mia caduta ero già precipitato oltre mille metri più in basso. In un momento di fantasia, intontito per il panico, immaginai che, se fossi stato un uccello, avrei potuto tornare in volo all’anello del teleporter, appollaiarmi sull’arco inferiore e aspettare…

"Aspettare cosa?" Mi afferrai ai fianchi del kayak, che girò su se stesso e rischiò di farmi capovolgere, mentre cadeva a piombo, prua in avanti, verso l’abisso violaceo chilometri e chilometri più sotto.

Fu allora che mi ricordai del pulsante d’emergenza. "Non toccarlo, finché non sarai assolutamente costretto a premerlo" aveva detto Aenea, quando avevamo messo in acqua il kayak, ad Hannibal.