Il kayak girò sull’asse longitudinale e a momenti mi sbatté fuori. Col fondoschiena non toccavo più il sedile imbottito: galleggiavo in libertà all’interno del piccolo abitacolo, in una costellazione composta di gocce d’acqua in caduta libera, di una pagaia che ruotava su se stessa e di un kayak che precipitava. Decisi che in quella situazione "ero assolutamente costretto". Tolsi la copertura plastica e premetti col pollice il pulsante rosso.
Alcuni pannelli si spalancarono davanti all’abitacolo, accanto alla prua, e alle mie spalle. Chinai la testa, per evitare una massa di tessuto che si gonfiava. Il kayak si raddrizzò e poi frenò con tale forza che rischiai di volare fuori. Mi afferrai ferocemente ai fianchi dello scafo di fibra di vetro, che rullò selvaggiamente. L’informe massa sopra la mia testa parve sagomarsi in qualcosa di più complicato di un paracadute. Anche tra i fiotti di adrenalina e il digrignare di denti per il panico, riconobbi il tessuto: la "memostoffa" che A. Bettik e io avevamo comprato al mercato indiano presso Taliesin West. Quel materiale piezoelettrico a energia solare era quasi trasparente, superleggero, ultrarobusto e poteva ricordare fino a dodici configurazioni stabilite in precedenza; avevamo pensato di acquistarne dell’altro per sostituire la tela sopra lo studio degli architetti principali, dal momento che la vecchia copertura faceva la pancia, marciva e doveva essere riparata e sostituita regolarmente. Ma il signor Wright aveva insistito per mantenere la vecchia tela: preferiva la luce pastosa. A. Bettik aveva portato nel suo laboratorio una decina di metri di memostoffa e io non ci avevo più pensato.
Fino a quel momento.
La caduta si bloccò. Ora il kayak pendeva da una paravela a delta, sostenuto da una decina di bretelle di nylon-10 che si alzavano da posizioni strategiche lungo la parte superiore dello scafo. Continuavo a scendere, ma in una planata graduale, non a capofitto. Guardai in alto (la memostoffa era abbastanza trasparente da consentire la visuale) ma il toroide del teleporter era ormai troppo lontano e nascosto dalle nuvole. Le correnti d’aria mi portavano lontano dal teleporter.
Sarei dovuto essere grato, suppongo, ai miei amici, la ragazza e l’androide, per avere previsto chissà come quella situazione e per avere preparato il kayak, ma il mio primo pensiero fu un: "Maledizione a voi!", di tutto cuore. Era troppo. Scaricarmi su un pianeta di nubi e di aria, senza terreno, era davvero troppo! Se Aenea sapeva che sarei stato teleportato qui, perché non aveva…
"Senza terreno?" Mi sporsi dal kayak e guardai in basso. Forse l’idea era che planassi dolcemente verso una superficie che ancora non scorgevo.
No. Sotto di me c’erano chilometri di aria e, più in basso, strati violacei e neri, una tenebra turbata solo dal feroce balenare di fulmini. Laggiù c’era di sicuro una pressione terribile. Considerazione che sollevò un’altra domanda: se quello era un pianeta di tipo gioviano, Whirl o Giove o uno degli altri, come mai respiravo ossigeno? Per quanto ne sapevo, tutti i giganti gassosi scoperti dalla specie umana avevano atmosfera di gas non respirabili… metano, ammoniaca, elio, anidride carbonica, fosfina, acido cianidrico, altre simili sgradevolezze, più qualche traccia di vapore acqueo. Non avevo mai sentito parlare di un gigante gassoso con una mistura respirabile di ossigeno e azoto. Eppure respiravo. L’atmosfera era più rarefatta di quella di altri pianeti da me visitati e puzzava un poco di ammoniaca, ma la respiravo, non c’era dubbio. Perciò il pianeta non era un gigante gassoso. Ma allora dove diavolo mi trovavo?
Alzai il polso e parlai al comlog. «Dove diavolo mi trovo?»
Seguì una pausa e per un momento pensai che l’aggeggio si fosse rotto su Vitus-Gray-Balianus B. Poi giunse la risposta, nella voce dal tono borioso della nave. "Pianeta sconosciuto, signor Endymion. Ho alcuni dati, ma incompleti."
«Sentiamo.»
Seguì uno scoppiettante elenco di temperature in gradi Kelvin, pressione atmosferica in millibar, densità media stimata in grammi per centimetro cubico, probabile velocità di fuga in chilometri al secondo, campo magnetico rilevato in gauss e infine una sequela di gas atmosferici e di percentuale degli elementi.
«Velocità di fuga di cinque-quattro-virgola-due chilometri al secondo» ripetei. «Siamo nel campo dei giganti gassosi, no?»
"Senza alcun dubbio" disse la voce della nave. "La base di riferimento gioviana è cinque-nove-virgola-cinque chilometri al secondo."
«Ma l’atmosfera non è quella di un gigante gassoso, no?» Davanti a me uno stratocumulo cresceva come un olodocumentario sulla natura trasmesso a velocità accelerata. La torreggiante nuvola mi sovrastava di sicuro di dieci chilometri e la sua base spariva nelle profondità violacee. Ai piedi dello stratocumulo balenavano i fulmini. La luce del sole sul lato più lontano della nuvola pareva ricca e bassa: luce della sera.
"L’atmosfera non assomiglia a nessuna di quelle che ho in memoria" disse il comlog. "Anidride carbonica, etano, acetilene e altri idrocarburi, che violano i valori d’equilibrio di Solmev, possono essere facilmente spiegati con l’energia cinetica molecolare di tipo gioviano e con la radiazione solare che spezza le molecole di metano, per cui la presenza di anidride carbonica dà un risultato standard di metano e vapor d’acqua mescolati negli strati profondi dove la temperatura supera i 1200 gradi Kelvin, ma il livello di ossigeno e di azoto…"
«Ebbene?»
"Indica vita" concluse il comlog.
Girai la testa da tutte le parti e scrutai nuvole e cielo, come per timore che qualcuno si avvicinasse di soppiatto.
«Vita sulla superficie?»
"Questo è dubbio" replicò la voce della nave. "Se questo pianeta segue le norme di Giove/Whirl, la pressione a livello della cosiddetta superficie sarebbe appena sotto i sette milioni di atmosfere della Vecchia Terra, con una temperatura di venticinquemila gradi Kelvin."
«A quale altezza ci troviamo?»
"Questo è incerto. Ma con l’attuale pressione atmosferica di zero-virgola-sette-sei rispetto alla pressione standard della Vecchia Terra, in un normale pianeta gioviano stimerei che siamo sopra la troposfera e la tropopausa, cioè nei livelli più bassi della stratosfera."
«Non farebbe più freddo, a simile altezza? Sarebbe come trovarsi nello spazio esterno.»
"Non su un gigante gassoso" replicò il comlog, con l’insopportabile voce professionale della nave. "L’effetto serra crea uno strato d’inversione termale che riscalda gli strati della stratosfera fin quasi a temperature ottimali per l’uomo. Ma la differenza di alcune migliaia di metri potrebbe mostrare marcati incrementi o decrementi di temperatura."
«Di alcune migliaia di metri?» ripetei, piano. «Quanta aria c’è sopra di noi e sotto di noi?»
"Dato sconosciuto" disse di nuovo il comlog. "Ma l’estrapolazione suggerirebbe che il raggio equatoriale dal centro di questo pianeta alla sua atmosfera superiore sia approssimativamente di settantamila chilometri e che lo strato di ossigeno-azoto-anidride carbonica si estenda da tremila a ottomila chilometri, circa due terzi della distanza dall’ipotetico centro del pianeta."
«Uno strato da tremila a ottomila chilometri» ripetei scioccamente. «A una cinquantina di chilometri dalla superficie…»
"Approssimativamente" confermò il comlog. "Ma si dovrebbe notare che a pressioni vicine a quelle presenti nel nucleo, l’idrogeno molecolare diventa metallo…"
«Già» dissi. «Per il momento va bene così.» Avevo l’impressione che presto avrei vomitato dal fianco del kayak.
"Dovrei anche sottolineare che l’anomalia dell’interessante colorazione nel vicino stratocumulo suggerisce la presenza di mono o polisolfuri di ammonio, anche se ad altitudini apotroposferiche si penserebbe solo a cirri di ammoniaca, mentre le nubi di vero vapore acqueo si formerebbero solo a profondità di circa dieci atmosfere standard, a causa…"