«Va bene così» ripetei.
"Lo faccio notare soltanto per l’interessante paradosso atmosferico che coinvolge…"
«Chiudi il becco!»
Tramontato il sole, faceva freddo. Ma non dimenticherò mai quel tramonto.
In alto sopra di me, il cielo parzialmente visibile si era scurito nell’intenso turchese tipo Hyperion e poi.in viola scuro. Le nuvole tutt’intorno divennero più luminose, mentre il cielo sopra e sotto si scuriva. Le chiamo nuvole, ma questo termine generico non riesce certo a convogliare la grandiosità dello spettacolo che vedevo. Sono cresciuto su Hyperion, in un carrozzone di pastori nomadi in una brughiera priva d’alberi fra il gran mar Meridionale e l’altopiano punta d’Ala: conosco bene le nuvole.
Molto sopra di me, cirri piumosi e cirrocumuli sfrangiati riflettevano il crepuscolo in un guazzabuglio di colori pastello, morbidi rosa, sfumature violetto, controluce dorati. Era come se mi trovassi in un tempio con un alto soffitto rosato sostenuto da migliaia di colonne e di pilastri irregolari. Le colonne e i pilastri erano torreggianti montagne di cumuli e di cumulonembi, la cui base a forma di incudine scompariva nelle profondità sempre più buie centinaia o migliaia di chilometri sotto il mio penzolante kayak e la cui sommità arrotondata si gonfiava nei cirrostrati centinaia o migliaia di chilometri più in alto. Ogni colonna rifletteva la bassa e ricca luce che passava tra squarci fra le nubi molte migliaia di chilometri più a ovest e la luce pareva incendiare le nuvole come se fossero di materiale altamente infiammabile.
Mono o polisolfuri, aveva detto il comlog. Be’, di qualsiasi cosa fossero fatti, quei cumuli bronzei nella luce diffusa erano incendiati dal tramonto, con una luce rosso ruggine, brillanti striature cremisi, fasci color sangue che si dilungavano dalle masse principali come stendardi cremisi, venature rosa che intessevano il soffitto di cirri come muscoli sotto la pelle di un corpo vivente, masse accavallate di cumuli così bianchi da farmi battere le palpebre come abbacinato da una distesa di neve, cirri dorati e striati che si riversavano fuori dalle ribollenti torri dei cumulonembi come capelli biondi scostati dal vento da livide facce rivolte in alto. La luce divenne più forte, più vivida, così intensa da farmi lacrimare, e poi ancora più brillante. Grandi raggi quasi orizzontali di luce divina brillavano fra le colonne, qui ne illuminavano alcune, là ne mettevano in ombra altre, passando tra nubi di ghiaccio e bande di pioggia verticale, riversando centinaia di arcobaleni semplici e migliaia di arcobaleni multipli. Poi le ombre salirono dall’abisso neroviolaceo, oscurarono sempre più i cavalloni ancora turbinanti di cumuli e di nembi, si arrampicarono infine sugli alti cirri e gli increspati altocumuli; ma all’inizio le ombre, anziché grigiore o tenebra, portarono un’infinita tavolozza di sfumature: oro lucente che si offuscava in bronzo, bianco puro che diventava crema e poi seppia e ombra, cremisi dell’intensità del sangue appena versato che lentamente si scuriva nel rosso ruggine del sangue rappreso e poi svaniva in un autunnale rossiccio rugginoso. Lo scafo del kayak perdette il luccichio e la paravela sopra di me smise di riflettere la luce, mentre quel terminatore verticale mi superava e si allontanava. Lentamente le ombre strisciarono più in alto; erano trascorsi almeno trenta minuti, ma ero troppo affascinato per controllare sul comlog; quando raggiunsero il soffitto di cirri, fu come se qualcuno avesse smorzato tutte le luci del tempio.
Fu uno splendore di tramonto.
Ricordo di avere battuto le palpebre, allora, sopraffatto dal gioco di luce e di ombra e dall’agitazione cinetica bizzarramente fastidiosa di tutte quelle frementi masse di nuvole, pronto a riposare gli occhi nel buio della sera e a raccogliere i pensieri. Allora entrarono in gioco i fulmini e l’aurora boreale.
Su Hyperion l’aurora boreale non c’era; o, se c’era, non l’avevo mai vista. Ma avevo visto un esempio delle luci nordiche della Vecchia Terra, in una penisola che un tempo era stata la repubblica scandinava, mentre con la navetta facevo il giro turistico del pianeta. Quelle luci baluginavano e provocavano la pelle d’oca, si increspavano e ondeggiavano all’orizzonte come la veste incorporea di un fantasma danzante.
L’aurora boreale di quel mondo senza nome non era altrettanto fine. Bande di luce, solide striature di luce, discrete e visibili come i tasti di un pianoforte, iniziarono a danzare in alto nel cielo, nella direzione che per me era il sud. Altre cortine di verde, oro, rosso e cobalto cominciarono a brillare contro il buio mondo d’aria sotto di me. Si allungarono, si allargarono, si estesero e si mescolarono ad altre cortine di elettroni. Era come se dalla luce baluginante il pianeta ritagliasse bambole di carta. Nel giro di qualche minuto, in ogni parte del cielo danzavano nastri di colore stratificato, verticali, obliqui, quasi orizzontali. Le torri di nuvole tornarono visibili, onde e pennoni riflettevano lo stroboscopio di migliaia di quelle luci fredde. Potevo quasi udire il sibilo e il raspio di particelle solari spinte lungo le terrificanti linee di forza magnetica che fasciavano il gigantesco pianeta.
Anzi, le udivo davvero: schianti, rombi, schiocchi, forti esplosioni, lunghe catene di scoppiettii. Mi girai nell’abitacolo e mi sporsi dallo scafo per guardare dritto in basso. I fulmini e i tuoni erano iniziati.
Da bambino, nelle brughiere, avevo visto un gran numero di tempeste di fulmini. Sulla Vecchia Terra, con Aenea e A. Bettik, la sera sedevo regolarmente fuori del rifugio e guardavo le grandi tempeste elettriche muoversi sulle montagne verso nord. Nessuna delle due esperienze mi aveva preparato all’attuale.»
L’abisso, come lo chiamavo, era poco più di un pavimento buio, tanto lontano sotto da essere trascurabile, una fremente promessa di terribili pressioni e di calore ancora più terribile. Ma ora quell’abisso era vivo di luci, guizzava di tempeste di fulmini che si muovevano da un visibile orizzonte al resto, come una catena di esplosioni atomiche. Potevo immaginare interi emisferi di città distrutte in una di quelle rombanti reazioni a catena di luce. Mi afferrai al fianco del kayak e mi dissi per rassicurarmi che quelle tempeste si trovavano centinaia di chilometri più in basso di me.
I fulmini risalirono le torri di cumulonembi. Lampi di luce bianca gareggiarono con i bagliori colorati dall’aurora boreale. Il fragore dei tuoni fu subsonico, poi sonico, mi provocò un sottile sgomento sulle prime, non tanto sottile poi, ma terrificante al massimo. Il kayak e la sua paravela si impennarono e dondolarono in improvvise correnti d’aria discendenti e in spinte di termali rapide come ascensori. Mi afferrai ai bordi, con la forza di un pazzo; giuro che avrei voluto trovarmi su qualsiasi pianeta tranne quello.
Poi le scariche di fulmini cominciarono a saettare da una torre di nuvole all’altra.
Il comlog e il mio stesso ragionamento avevano stimato l’ordine di grandezza di quel pianeta — un’atmosfera estesa per decine di migliaia di chilometri, un orizzonte così lontano che avrei potuto mettere decine e decine di Vecchia Terra e di Hyperion fra me e il tramonto — ma le scariche elettriche alla fine mi convinsero che quello era un mondo fatto per giganti e per dei, non per l’uomo.
Le scariche elettriche erano più larghe del Mississippi e più lunghe del rio delle Amazzoni. Avevo visto quei fiumi e vedevo ora quei fulmini. Parlavo a ragion veduta!
Mi rannicchiai nell’abitacolo, come se la cosa potesse essermi utile nel caso che uno di quei fulmini colpisse il mio piccolo kayak volante. Mi si erano rizzati i peli delle braccia; la sensazione che qualcosa mi strisciasse sulla nuca e sul cuoio capelluto era dovuta proprio a questo: i capelli si contorcevano come una colonia di serpenti. Il comlog faceva lampeggiare sulla piastra diskey le spie d’allarme da sovraccarico. Forse mi gridava anche qualcosa, ma in quel maelstrom non avrei udito nemmeno un cannone laser che sparasse a dieci centimetri dal mio orecchio. Quando l’aria riscaldata e i vuoti delle implosioni ci martellarono, la paravela si lacerò e cercò di strappare le bretelle. A un certo punto, correndo nella scia di un fulmine che mi abbagliò, il kayak dondolò sul piano orizzontale, più in alto della paravela. Ero sicuro che le bretelle avrebbero ceduto, che il kayak sarebbe caduto con me nel sudario della paravela e che sarei precipitato per minuti, ore, finché la pressione non avesse posto fine alle mie urla.