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Il kayak ondeggiò, ondeggiò ancora, continuò a ondeggiare come un pendolo impazzito, sotto la vela, per fortuna.

In aggiunta alla tempesta di fulmini più in basso, in aggiunta alla catena di esplosioni in ogni torre di cumuli, in aggiunta ai fulmini che ora merlettavano le torri come una rete di neuroni eccitati in un cervello impazzito, grappoli di fulmini globulari e di fulmini a catena cominciarono all’improvviso a scaricarsi dalle nuvole e a galleggiare negli spazi bui dove volava il mio kayak.

Guardai una di quelle sfere d’elettricità, increspate e agitate, andare alla deriva a meno di cento metri sotto di me: aveva le dimensioni di un piccolo asteroide rotondo, una miniluna elettrica. Provocò un frastuono indescrivibile e mi ricordò la volta che mi ero trovato in una foresta di fuoco negli acquitrini di Aquila, il tornado che era passato sul nostro carrozzone nelle brughiere quando avevo cinque anni, le granate al plasma che esplodevano contro il gigantesco ghiacciaio azzurro nell’Artiglio di Ursa. Anche mettendoli insieme, non avrebbero potuto uguagliare la violenta energia che ruzzolava sotto il kayak come uno sfrenato macigno di luce azzurra e oro.

La tempesta durò più di otto ore. Le tenebre durarono altre otto. Alla prima sopravvissi, nelle altre dormii. Al risveglio, scosso e assetato, sognando ancora luci e rumore, parzialmente assordato, con l’impellente bisogno di urinare e la preoccupazione di cadere dall’abitacolo mentre mi inginocchiavo per svuotare la vescica, vidi che la luce del mattino dipingeva il lato opposto delle colonne di nuvole che erano subentrate a quelle della sera precedente. L’aurora fu meno spettacolare del tramonto: la brillante luce bianca e oro strisciò giù dal soffitto di cirri, lungo i torbidi fianchi dei cumuli e dei nembi, fino allo strato dove mi trovavo io, tremante per il freddo. Ero tutto bagnato, capelli, abiti, pelle. In qualche momento di quella folle notte era piovuto a dirotto.

Mi misi in ginocchio sul fondo imbottito della chiglia, mi afferrai con la sinistra al bordo dell’abitacolo, mi assicurai che l’ondeggiare del kayak fosse diminuito e procedetti alla bisogna. Il rivolo sottile e dorato brillò nella luce del mattino e cadde nell’infinito. L’abisso era di nuovo nero, violaceo, imperscrutabile. Sentivo dolore alla parte bassa della schiena e ricordai l’incubo del calcolo renale di qualche giorno prima: ora mi pareva di vivere un’altra vita, remota nel tempo e nello spazio. "Be’, se devo espellere un’altra pietruzza" pensai "oggi non la prendo di certo."

Mi abbottonai, tornai a sedermi, provai a stiracchiare le gambe doloranti, senza cadere di sotto, pensai che sarebbe stato impossibile trovare un’altra arcata di teleporter in quel cielo sconfinato, ora che le raffiche di vento mi avevano spinto fuori rotta — se mai avevo avuto una rotta — e all’improvviso mi resi conto di non essere solo.

Creature viventi salivano dall’abisso e giravano intorno a me.

All’inizio vidi soltanto una creatura e non avevo termine di paragone per giudicare quali fossero le sue dimensioni. Poteva essere lunga pochi centimetri e trovarsi a qualche metro dal kayak oppure molti chilometri e a distanza abissale. Poi nuotò fra una lontana colonna di nuvole e una torre di cumuli ancora più distante; capii allora che era più attendibile giudicarla in termini di chilometri. Mentre la creatura si avvicinava, scorsi la miriade di esseri più piccoli che l’accompagnava per il cielo mattutino.

Prima di tentare la descrizione di quelle creature, devo dire che ben poco, nella storia dell’espansione dell’uomo in questo braccio della spirale galattica, ci ha preparati a descrivere grandi organismi alieni. Nelle centinaia di pianeti esplorati e colonizzati durante e dopo l’Egira, le nuove forme di vita erano per la maggior parte costituite da piante e da alcuni organismi molto semplici, come i ragnatelidi radianti di Hyperion. Le poche forme di vita animale evoluta e di grandi dimensioni, per esempio i bocca a lampada di Mare Infinitum o gli zeplin di Whirl, diventavano preda dei cacciatori fin quasi all’estinzione. Il risultato più comune era un pianeta con poche forme di vita indigene e una miriade di specie umane adattate. L’uomo aveva terraformato tutti quei pianeti, portando i propri batteri e lombrichi e pesci e uccelli e animali terrestri sotto forma di DNA greggio, scongelando embrioni nelle prime navi seminatrici, costruendo stabilimenti incubatrice nelle colonie più recenti. Il risultato era stato molto simile a quello ottenuto su Hyperion: piante indigene vitali, come gli alberi tesla e chalma e weir, e alcuni insetti locali, che sopravvivevano in coesistenza con fiorenti trapianti dalla Vecchia Terra e bioadattamenti su misura come tripioppi tremuli, semprazzurri, mezzequerce, anatre, squali, colibrì e cervidi. Non eravamo abituati ad animali alieni.

E quelli che salivano incontro a me erano decisamente animali alieni.

Il più grosso mi ricordò le seppie — un adattamento di un mollusco marino della Vecchia Terra, per l’appunto — che prosperavano nelle tiepide secche del gran mar Meridionale di Hyperion. Questa creatura era simile a un calamaro, ma quasi trasparente, con gli organi interni visibili, anche se, lo ammetto, era difficile determinare l’esterno e l’interno, dal momento che pulsava e palpitava e cambiava forma di secondo in secondo, quasi come una nave che si morfizzasse per la battaglia. La creatura non aveva una testa vera e propria, neppure un’estensione appiattita che potesse considerarsi testa, come nei calamari; ma distinguevo una quantità di tentacoli, per quanto potrebbero essere meglio definiti fronde o filamenti, visto che quelle appendici ondeggiavano, si ritraevano, si estendevano e tremolavano di continuo. Ma quei filamenti erano all’interno del corpo pallido e trasparente, oltre che all’esterno, e non ero certo che il movimento di quella creatura nell’aria fosse il risultato del moto natatorio dei filamenti o dell’espulsione di gas quando si espandeva e si contraeva.

Per quanto ricordavo dai libri e dalle spiegazioni di nonna, gli zeplin di Whirl erano molto meno complessi all’apparenza: sacche di gas a forma di dirigibile floscio, semplici cellule tipo medusa per trattenere la mistura di idrogeno e di metano, che immagazzinavano e metabolizzavano elio nei loro rozzi sacchi ascensionali, gigantesche meduse galleggianti nell’atmosfera di idrogeno, ammoniaca e metano. Se ricordavo bene, gli zeplin si nutrivano di una sorta di fitoplancton che galleggiava come manna aerea nella velenosa atmosfera. Su Whirl non c’erano predatori, finché non erano giunti gli uomini nei loro batiscafi aerei a raccogliere i gas più rari.

Mentre il calamaro si avvicinava, vidi la complessità delle sue parti interne: lividi, pulsanti profili di organi e spire simili a intestino e quelli che potevano essere filamenti nutritivi e tubi adibiti forse alla riproduzione o all’evacuazione e altre appendici che potevano essere organi sessuali o forse occhi. Intanto la creatura si ripiegava su se stessa, ritraeva i filamenti arricciati, poi pulsava in avanti, con i tentacoli completamente estesi, come un calamaro che nuoti nell’acqua. Era lunga cinque o seicento metri.

Cominciai a notare le altre creature. Intorno al calamaro sciamavano centinaia o migliaia di dorate creature discoidali che per dimensioni andavano da quelle grosse forse come la mia mano a quelle più grandi delle pesanti mante fluviali adibite al traino delle chiatte nei fiumi di Hyperion. Anche queste creature erano quasi trasparenti, ma il loro interno era offuscato da una sorta di lucore verdastro che forse era un gas inerte eccitato fino alla luminescenza dal campo bioelettrico della creatura stessa. Quelle creature sciamavano intorno al calamaro, a volte parevano inghiottite o inglobate da questo o quell’orifizio, ma presto ricomparivano all’esterno. Non potrei giurare d’avere visto il calamaro mangiare nessuna delle creature discoidali, ma a un certo punto mi parve di scorgere un nugolo di creature luminescenti muoversi nel ventre della creatura maggiore come spettrali piastrine in una vena trasparente.