L’essere mostruoso, circondato dalla nube di compagni discoidali, si avvicinò, risalendo finché la luce del sole non ne attraversò il corpo, prima di illuminare il kayak e la paravela. Spostai verso l’alto la stima delle dimensioni: la creatura era lunga almeno un chilometro e larga più di trecento metri nel momento di massima espansione. Ora le creature discoidali fluttuavano ai lati del kayak. Vedevo benissimo che ruotavano, oltre ad arricciarsi come mante.
Estrassi la pistola a fléchettes avuta da Alem e tolsi la sicura. Se il mostro mi avesse assalito, gli avrei scaricato nel fianco metà caricatore, augurandomi che la sua pelle fosse tanto sottile quanto trasparente. Forse c’era la possibilità di provocare la fuoruscita dei gas leggeri che gli consentivano di galleggiare in quella fascia di atmosfera d’ossigeno.
In quel momento i filamenti da idra scattarono all’esterno in tutte le direzioni e alcuni mancarono solo di qualche metro la paravela; mi resi conto che non sarei mai riuscito a uccidere o a far precipitare quel mostro prima che con la sferzata di un solo tentacolo distruggesse la vela. Rimasi in attesa, quasi convinto che da un momento all’altro il calamaro mi avrebbe tirato nelle sue fauci, se fauci aveva.
Non accadde niente. Il kayak continuò a muoversi nella direzione che ritenevo l’ovest, con la paravela che Saliva sulle termali e scendeva sulle correnti fredde, mentre le nuvole torreggiavano intorno a me e il calamaro e i suoi compagni (senza ragione precisa, li ritenni parassiti) se ne stavano a qualche centinaio di metri da me verso "nord" e un centinaio di metri più in alto. Mi domandai se la creatura mi seguisse per curiosità o per fame. Mi domandai se da un momento all’altro le piastrine verdastre che vagavano intorno al kayak mi avrebbero assalito.
Non potendo fare altro, mi posai in grembo l’inutile pistola a fléchettes, mangiucchiai gli ultimi panini presi dallo zaino e bevvi un po’ d’acqua dalla bottiglia. Ne avevo a malapena per un giorno ancora. Imprecai contro di me, perché non avevo pensato di raccogliere la pioggia durante la terribile tempesta notturna… però non sapevo se l’acqua di quel pianeta era potabile.
Il lungo mattino diventò un lungo pomeriggio. Varie volte la paravela mi portò dentro una torre di nuvole; alzai il viso verso l’umida foschia e leccai le goccioline di condensa sulle labbra e sul mento. L’acqua pareva proprio acqua. Ogni volta che emergevo dalla foschia, mi aspettavo che il calamaro se ne fosse andato, ma ogni volta lo ritrovavo nella sua posizione, alla mia destra e un po’ più in alto. Una volta, proprio dopo che l’alone luminoso del sole aveva passato lo zenit, il kayak fu spinto in una zona particolarmente tempestosa e la paravela rischiò di piegarsi nella violenta corrente ascensionale. Ma presto si stabilizzò e quando emersi dalla nuvola, mi trovai qualche chilometro più in alto. L’aria era più rarefatta e più fredda. Il calamaro mi aveva seguito.
"Forse non ha ancora fame" mi dissi. "Forse si nutre di notte." Con una serie di pensieri come questi cercai di tranquillizzarmi.
Ripresi a scrutare gli spazi di cielo fra una nuvola e l’altra, alla ricerca di un anello teleporter, me non ne vidi nessuno. Pareva follia, aspettarsi di trovarne uno: le correnti d’aria mi portavano più o meno verso ovest, ma i ghiribizzi della corrente a getto mi spingevano vari chilometri a nord o a sud. Come avrei potuto infilare la cruna di un così piccolo ago, dopo un giorno e una notte e un giorno di sbatacchiamenti? Mi pareva ben poco verosimile. Ma continuai a frugare il cielo.
A metà pomeriggio mi resi conto che c’erano altre creature viventi molto più in basso verso sud. Altri calamari si muovevano alla base di un’immensa torre di nuvole: la luce del sole penetrava nell’abisso quanto bastava a illuminare quei corpi trasparenti che si stagliavano contro il nero sottostante. Lungo la base di quella sola torre di nuvole c’erano decine, no centinaia, di quelle creature pulsanti. Ero troppo lontano per scòrgere intorno a loro le piastrine parassite, ma un’impressione di luce diffusa, simile a polvere galleggiante, suggeriva la loro presenza, a migliaia o a milioni. Mi domandai se di solito i mostri si mantenevano nei livelli inferiori dell’atmosfera e se quello che continuava a seguirmi a portata dei filamenti nutritivi si fosse avventurato più in alto per curiosità.
Cominciavo a sentire i crampi. Mi tirai fuori dell’abitacolo e cercai di stiracchiarmi sullo scafo del kayak, aggrappato alle bretelle della paravela per tenermi in equilibrio. Era pericoloso, ma dovevo sciogliere i muscoli. Mi distesi sulla schiena, alzai le gambe e pedalai una immaginaria bicicletta. Poi passai alle flessioni sulle braccia, aggrappato all’orlo dell’abitacolo. Eliminata la maggior parte dei crampi, strisciai di nuovo nell’abitacolo e sonnecchiai.
Sembra strano ammetterlo, ma per tutto quel pomeriggio fantasticai, anche mentre l’alieno calamaro nuotava nelle vicinanze, a distanza di pasto, e le aliene piastrine danzavano e volteggiavano a qualche metro dal kayak e dalla paravela. La mente umana si abitua molto in fretta alle cose strane, se non mostrano comportamenti interessanti.
Cominciai a pensare agli ultimi giorni e ai mesi passati e agli anni trascorsi. Pensai a Aenea — l’avevo abbandonata — e a tutte le altre persone che mi ero lasciato alle spalle: A. Bettik e gli altri a Taliesin West, il vecchio poeta su Hyperion, Dem Loa e Dem Ria e la loro famiglia su Vitus-Gray-Balianus B, padre Glauco nei tunnel d’aria congelata su Sol Draconis Septem, Cuchiat e Chiaku e Cuchtu e Chichticu e gli altri Chitchatuk su quello stesso pianeta (Aenea era sicura che padre Glauco e i nostri amici Chitchatuk fossero stati assassinati, dopo che noi avevamo lasciato quel pianeta, ma non mi aveva mai spiegato come lo sapesse) e tanti altri, risalendo fino all’ultima volta che avevo visto nonna e i membri del clan salutarmi col braccio, mentre partivo per il servizio nella Guardia nazionale, molti anni fa. Ma col pensiero tornavo sempre a Aenea.
"Ho abbandonato troppe persone" mi dissi. "E ho lasciato che troppe persone facessero il mio lavoro e combattessero al posto mio. D’ora in poi combatterò da me. Se mai la ritrovo, resterò con Aenea per sempre." Il proposito mi bruciò come ira, alimentato dalla consapevolezza di quanto fosse disperata l’impresa di trovare un altro teleporter in quell’infinito panorama di nuvole.
Quelle parole non furono portate dal suono né udite dalle mie orecchie. Furono piuttosto colpi all’interno del mio cranio. Barcollai letteralmente e mi afferrai ai fianchi del kayak per non cadere di sotto.
Ogni parola era una fitta di emicrania. Ogni parola mi colpiva con la forza di una emorragia cerebrale. Erano parole urlate nella mia testa, con la mia stessa voce. Forse cominciavo a impazzire.
Mi tolsi dagli occhi le lacrime e scrutai il gigantesco calamaro e il suo sciame di parassiti verdastri. L’organismo più grande pulsava, si contraeva, estendeva filamenti a spirale, nuotava nell’aria gelida. Non potevo credere che le parole provenissero da quella creatura. Era troppo biologico. E non credevo nella telepatia. Guardai lo sciame di creature discoidali, ma il loro comportamento non mostrava maggiore consapevolezza di quello delle particelle di polvere in un raggio di luce, inferiore al movimento sincronizzato di un banco di pesci o di uno sciame di pipistrelli. Sentendomi sciocco, gridai: «Chi sei? Chi parla?».
Socchiusi gli occhi, preparandomi all’esplosione di parole nel mio cervello, ma non ricevetti risposta dal gigantesco organismo o dai suoi compagni.