«Chi ha parlato?» gridai ancora nel vento che si alzava. Non ci fu suono di risposta, a parte lo sbatacchiare di bretelle contro la paravela.
Il kayak ruotò a destra, si raddrizzò, ruotò di nuovo. Mi girai verso sinistra, aspettandomi quasi di vedermi assalire da un altro mostruoso calamaro; vidi invece avvicinarsi qualcosa di infinitamente più maligno.
Mentre concentravo l’attenzione sulla creatura aliena a nord, da sud un cumulo nerastro e rigonfio mi aveva quasi circondato. Neri festoni sbrindellati dal vento turbinavano dalla nube di tempesta spinta dal calore e intorbidavano l’aria sotto di me come fiumi color ebano. Vedevo i fulmini che balenavano nell’abisso e i fulmini globulari che salivano, sputati dalla nera colonna della tempesta. Più vicino, molto più vicino, appesi al fiume di nuvole nere che scorreva sopra di me, si avvolgevano a spirale dieci o più trombe d’aria il cui imbuto saettava dalla mia parte come coda di scorpione. Ogni imbuto aveva le dimensioni del mostruoso calamaro o anche maggiori, chilometri verticali di turbinante follia, e generava il proprio grappolo di tornado più piccoli. In nessun modo la mia misera paravela avrebbe sopportato d’essere anche solo sfiorata da uno di quei vortici, ed era impossibile che i tornado mi mancassero.
Mi alzai nell’abitacolo che beccheggiava e rollava; non fui sbalzato via solo perché mi afferrai con la sinistra a una bretella. Strinsi a pugno la destra e l’agitai verso i tornado, verso la furiosa tempesta più in là, verso l’invisibile cielo più in alto. «Maledizione a voi, allora!» gridai. Le parole si persero nell’ululato del vento. Il giubbotto mi sbatacchiava addosso. Una raffica rischiò di scagliarmi nel maelstrom. Mi sporsi sullo scafo del kayak, mi ressi forte contro vento come un saltatore sugli sci che avevo visto una volta sull’Artiglio di ghiaccio in un momento di folle equilibrio prima dell’inevitabile discesa, agitai di nuovo il pugno e urlai: «Fate pure del vostro peggio, maledetti! Vi sfido!».
Come in risposta, una tromba d’aria sf avvicinò lateralmente e la punta inferiore del vortice colpì verso il basso, come se cercasse una superficie dura da distruggere. Mi mancò di un centinaio di metri, ma il vuoto provocato dal suo passaggio fece roteare kayak e paravela come una barchetta di carta risucchiata dallo scarico di una vasca da bagno. Non trovai più il contrasto del vento, caddi in avanti sullo scafo scivoloso e sarei finito nell’oblio se, muovendo la mano alla disperata ricerca di un appiglio, non fossi riuscito ad aggrapparmi a una bretella. In quel momento ero completamente fuori dell’abitacolo.
Una tempesta di grandine seguiva l’imbuto. Pallottole di ghiaccio, alcune grosse come il mio pugno, trapassarono la paravela, martellarono il kayak, col rumore di un nugolo di fléchettes che giungano a bersaglio, e mi colpirono alla gamba, alla spalla, alla parte bassa della schiena. Per il dolore rischiai di mollare la presa. Non che importasse molto, mi dissi, aggrappato al kayak che s’impennava e picchiava: la paravela infatti era lacerata in centinaia di punti. Solo quello schermo aveva impedito che la grandine mi riducesse a brandelli, ma ora il foglio a delta era ridotto a un crivello. Perdette portanza con la stessa rapidità con cui l’aveva acquistata all’inizio e il kayak cadde di punta verso le tenebre molte migliaia di chilometri più in basso. Le trombe d’aria riempirono il cielo intorno a me. Strinsi la bretella ormai inutile nel punto dove entrava nello scafo ammaccato e rimasi aggrappato, deciso a completare quell’unico atto, aggrapparmi, finché il kayak, la vela ammainata e io non saremmo stati schiacciati dalla pressione o lacerati dal vento. Mi resi conto di gridare di nuovo, ma il suono era diverso alle mie stesse orecchie, quasi allegro.
Precipitai per meno di un chilometro, guadagnando una velocità molto superiore a quella terminale di Hyperion o della Vecchia Terra, quando l’alieno, dimenticato dietro e sopra di me, si avventò. Di sicuro si era mosso con incredibile velocità, spingendosi nell’aria come un calamaro che si scagli verso la preda. Capii che era affamato e deciso a non farsi scappare il pranzo solo quando i lunghi filamenti nutritivi si proiettarono intorno a me come giganteschi tentacoli che avvolgevano e investigavano e avviluppavano.
Se la creatura mi avesse trattenuto di colpo, alla velocità a cui precipitavo, il kayak e io saremmo stati ridotti in pezzi minuti. Ma il calamaro cadde con noi, circondò il kayak, la vela, le bretelle e me, usando i tentacoli più piccoli (ciascuno comunque spesso da due a cinque metri) e poi frenò la propria corsa, proiettando gas puzzolenti di ammoniaca, come una navetta nell’approccio finale. Allora ricominciò a salire verso la tempesta, dove infuriavano sempre le trombe d’aria e lo stratocumulo centrale ruotava con la propria intensa forza. Solo in parte consapevole, capii che il calamaro si infilava in quella nuvola tumultuosa, mentre tirava il kayak rovinato e me verso un’apertura dell’immenso corpo trasparente.
"Be’" pensai, intontito "ho scoperto dove ha la bocca."
Bretelle e brandelli di paravela mi circondavano e mi coprivano come un sudario troppo grande. Il kayak pareva ornato di tetri pavesi, mentre il calamaro ci tirava più vicino. Cercai di girarmi, pensai di strisciare nell’abitacolo e cercare la pistola a fléchettes, di aprirmi la strada fuori di quella creatura.
La pistola a fléchettes era sparita, naturalmente, sbattuta fuori dell’abitacolo nel violento ruzzolone e nella caduta. Erano sparite anche le imbottiture e lo zaino con i vestiti, il cibo, l’acqua, la torcia laser. Era sparito tutto.
Cercai di ridacchiare, ma non ottenni un grande risultato, mentre i tentacoli tiravano il kayak e il suo passeggero per gli ultimi cinquanta metri fino all’orifizio spalancato nella parte inferiore del corpo del calamaro. Ora vedevo con maggiore chiarezza gli organi interni: pulsavano e assorbivano, si muovevano in onde peristaltiche, alcuni erano pieni di quelle creature verdastre simili a piastrine. Mentre venivo tirato più vicino, fui assalito da un puzzo mozzafiato di liquido detergente, ammoniaca, che mi fece lacrimare e bruciare la gola.
Pensai a Aenea. Non fu un pensiero prolungato o eloquente, solo una fuggevole immagine mentale dell’aspetto che aveva il giorno del suo sedicesimo compleanno — capelli corti, sudore, scottature solari per le meditazioni nel deserto — e formulai un solo messaggio: "Mi spiace, ragazzina. Ho fatto del mio meglio per tornare alla nave e riportartela. Mi spiace".
Poi i lunghi tentacoli si arricciarono e si ripiegarono, tirarono il kayak e me in una bocca priva di labbra che aveva di sicuro un diametro di trenta o quaranta metri. Pensai alla fibra di vetro e alla paravela di ultranylon e alle bretelle di fibrocarbonio che entravano con me e trovai il tempo per un ultimo pensiero: "Spero che ti venga un bel mal di pancia".
E poi fui tirato nel puzzo di ammoniaca e di pesce, mi resi vagamente conto che l’aria nelle viscere della creatura non era respirabile, decisi di saltare giù dal kayak anziché farmi digerire, ma perdetti conoscenza prima di poter agire o formare un altro pensiero coerente.
Senza che vedessi o mi rendessi conto, il calamaro continuò a salire fra nuvole più nere di una notte senza luna, mentre la sua bocca priva di labbra si richiudeva e spariva nella carne priva di giunture, mentre il kayak e la vela e io diventavamo niente di più di un’ombra nei fluidi contenuti nel suo apparato inferiore.
13
Quando le guardie svizzere vennero a prenderlo, Kenzo Isozaki non rimase sorpreso.
Il colonnello e gli otto soldati in alta uniforme arancione e blu, con lance a energia e neuroverghe, giunsero senza preavviso al toroide della Pax Mercatoria, chiesero di vedere il primo funzionario esecutivo Kenzo Isozaki nel suo ufficio privato e gli presentarono un diskey in codice, con l’ordine di indossare abiti da cerimonia e di comparire davanti a Sua Santità papa Urbano XVI. Immediatamente.
Il colonnello non perdette d’occhio Isozaki, mentre questi entrava nel suo appartamento privato, faceva una rapida doccia e si cambiava: camicia bianca, panciotto grigio, cravatta rossa, giacca nera a doppio petto con bottoni dorati, cappa di velluto nero.