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«Posso telefonare ai miei associati e dare disposizioni, nel caso dovessi perdere le riunioni programmate per il pomeriggio?» domandò Isozaki al colonnello, mentre dall’ascensore passavano alla reception principale dove le guardie svizzere formarono una sorta di corridoio oro e blu fra i posti di lavoro.

«No» rispose l’ufficiale.

Un’astrovedetta della Flotta della Pax era attraccata dove di solito si trovava la nave personale di Isozaki. L’equipaggio della Pax salutò con un brevissimo cenno il PFE della Mercatoria, il comandante gli disse di legarsi nella cuccetta antiaccelerazione e poi decollò a velocità interplanetaria; nel display tattico erano visibili due navi torcia di scorta all’astrovedetta.

"Mi trattano come prigioniero, non come ospite d’onore" pensò Isozaki. La sua espressione non rivelò niente, certo, ma il suo impulso di paura e di terrore fu seguito da una sensazione assai simile al sollievo. Da quando aveva incontrato illegalmente il consigliere Albedo, Isozaki si aspettava qualcosa del genere. E dal giorno di quel doloroso e traumatico appuntamento, quasi non aveva più dormito. Sapeva che Albedo non aveva alcun motivo di non rivelare che la Pax Mercatoria aveva tentato di stabilire un contatto con il Tecno-Nucleo, però si augurava che il tentativo fosse attribuito a lui solo. Ringraziò in silenzio qualsiasi divinità avesse avuto voglia di ascoltarlo per il fatto che la sua amica e associata Anna Pelli Cognani non si trovasse su Pacem, ma fosse andata a visitare un’importante fiera commerciale su Vettore Rinascimento.

Dalla cuccetta fra il colonnello delle guardie svizzere e uno dei subalterni, riusciva a vedere l’ologramma tattico davanti al posto del pilota. La sfera di luce e di colore in movimento, con le compatte barre di codificazione, era molto tecnica, ma lui era già un pilota quando quei ragazzi non erano ancora nati. Capiva benissimo che l’astrovedetta non accelerava verso Pacem, ma verso una destinazione nelle vicinanze del punto troiano posteriore, direttamente in mezzo allo sciame di basi della Flotta negli asteroidi e di forti di difesa del sistema.

"Una prigione orbitale del Sant’Uffizio" pensò. Peggio di Castel Sant’Angelo, dove si diceva che le apparecchiature di dolore virtuale funzionassero a tutte le ore del giorno e della notte. Nelle segrete orbitali nessuno poteva sentire le urla di dolore. Isozaki era sicuro che l’ordine di presentarsi a una udienza papale fosse semplice ironia, un modo per portarlo fuori della Pax Mercatoria senza proteste. Avrebbe scommesso qualsiasi cosa che nel giro di qualche giorno, forse di qualche ora, il suo abito da cerimonia sarebbe stato ridotto a stracci zuppi di sudore e di sangue.

Si sbagliava su tutta la linea. L’astrovedetta decelerò sul piano dell’eclittica e Isozaki capì dove era diretta: a Castel Gandolfo, la "residenza estiva" del papa.

Il diskey visore nella cuccetta del PFE funzionava e Isozaki chiese una vista esterna, mentre l’astrovedetta abbandonava le navi torcia di scorta e calava verso il massiccio asteroide a forma di patata. Lungo più di quaranta chilometri e largo venticinque, Castel Gandolfo era in sé un piccolo pianeta: cielo azzurro, atmosfera ricca d’ossigeno trattenuta da campi di contenimento classe venti usati senza risparmio, pendii e terrazze verdeggianti d’erba e di messi, montagne artificiali coperte di foreste ricche di corsi d’acqua e popolate di piccoli animali. Isozaki vide passare sotto di sé l’antico villaggio italiano, ma sapeva che quel pacifico panorama era ingannevole: le basi della Pax intorno all’asteroide potevano distruggere qualsiasi nave o flotta esistente, mentre l’interno traforato di Castel Gandolfo conteneva guarnigioni con oltre diecimila soldati delle guardie svizzere e delle forze speciali della Pax.

L’astrovedetta morfizzò le ali e percorse gli ultimi dieci chilometri sotto la spinta dei silenziosi pulsojet elettrici. Isozaki vide le guardie svizzere in armatura da battaglia alzarsi in volo e scortare la nave nei cinque chilometri conclusivi. La ricca luce del sole brillava sulle armature a flusso dinamico e sugli scudi facciali trasparenti, mentre le guardie svizzere giravano intorno alla vedetta e a passo d’uomo si avvicinavano al castello. Parecchi soldati puntarono sonde contro la vedetta e controllarono con i radar di profondità e con gli infrarossi che il numero e l’identità dei passeggeri e del personale di bordo corrispondessero ai dati riportati sul foglio di viaggio.

Una porta si aprì nel fianco di una delle torri di pietra del castello e la vedetta entrò a pulsojet spenti, rimorchiata da guardie svizzere munite di monorepulsori che emanavano bagliore azzurrino.

La camera stagna entrò in funzione. Le otto guardie svizzere scesero per prime dalla rampa e si disposero su due file, mentre il colonnello scortava Kenzo Isozaki fuori della vedetta e giù dalla rampa. Il PFE cercò con gli occhi la porta di un ascensore o una scala, ma l’intero livello di attracco della torre cominciò a scendere. Motori e meccanismi erano silenziosi. Solo lo scorrere delle mura di pietra della torre rivelò il movimento di discesa e poi quello laterale nelle viscere di Castel Gandolfo.

Il movimento cessò. Nella parete di fredda pietra comparve una porta. Luci illuminarono un corridoio di acciaio polito dove galleggiavano telecapsule di fibroplastica che montavano la guardia a intervalli di dieci metri. Il colonnello indicò a Isozaki di precederlo e il PFE della Pax Mercatoria guidò il corteo nel tunnel risonante d’echi. In fondo, una luce azzurra bagnò il gruppo, mentre altre sonde e sensori frugavano dentro e fuori ogni persona. Una campanella tintinnò e comparve un’altra porta che si aprì come un diaframma a iride. Isozaki e la sua scorta entrarono in una sala d’attesa più convenzionale. C’erano già tre persone.

"Maledizione!" pensò il PFE della Pax Mercatoria. Vide nella stanza Anna Pelli Cognani, elegantissima nel suo migliore vestito di frescoseta, e i primi funzionari esecutivi Helvig Aron e Kennet Hay-Modhino che con lui formavano il consiglio della Lega pancapitalista delle organizzazioni commerciali transtellari cattoliche indipendenti.

Rimase assolutamente impassibile; senza aprire bocca, salutò con un cenno i suoi colleghi. "Maledizione!" pensò di nuovo. "Riterranno responsabili delle mie azioni anche loro. Saremo tutti scomunicati e giustiziati."

«Da questa parte» disse il colonnello delle guardie svizzere. Aprì una porta riccamente intagliata. La stanza al di là della porta era più scura. Isozaki sentì odore di candele, di incenso, di umida pietra. Capì che le guardie svizzere non avrebbero varcato con loro la soglia. Qualsiasi cosa fosse avvenuta in quel locale, era riservata a lui e agli altri tre.

«Grazie, colonnello» disse il PFE Kenzo Isozaki, con voce affabile. A passi fermi guidò il gruppetto nella penombra odorosa d’incenso.

La sala era una piccola cappella illuminata soltanto dalla tremolante fiammella di una rossa candela votiva in un sostegno di ferro battuto sistemato contro una parete e da due finestre ad arco dai vetri colorati, poste dietro il semplice altare in fondo. Altre sei candele bruciavano sull’altare spoglio, mentre bracieri ardenti, sul lato opposto alle finestre, proiettavano altra luce rossastra nella sala lunga e stretta. C’era solo una sedia, alta, a schienale dritto, imbottita e coperta di velluto, posta a sinistra dell’altare. Nello schienale della sedia era ricamato ciò che a prima vista pareva un crucimorfo, ma che a ben guardare era la triplice croce del papa. Altare e sedia erano sistemati sopra una bassa pedana di pietra.

Per il resto, nella cappella non c’erano sedie né banchi, ma cuscini di velluto rosso sistemati sulla pietra scura ai lati del passaggio centrale che in quel momento era percorso da Kenzo Isozaki, Anna Pelli Cognani, Kennet Hay-Modhino e Helvig Aron. Quattro cuscini, due a destra e due a sinistra, erano liberi. I PFE della Pax Mercatoria bagnarono la punta delle dita nel fonte di pietra contenente acqua santa, si fecero il segno di croce, piegarono il ginocchio in direzione dell’altare e si inginocchiarono sui cuscini. Prima di chinare la testa in preghiera, Kenzo Isozaki lanciò un’occhiata tutt’intorno.